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"Per la storia di un Confine difficile", Basovizza

14 febbraio 2018 | 10:10
Scritto da Cristiano Lucchi
 


BASOVIZZA (TS) - Doppio appuntamento, martedì 13 febbraio, a Basovizza per gli studenti toscani del viaggio didattico "Per la storia di un Confine difficile" guidati dallo storico triestino Franco Cecotti e accompagnati dalla vicepresidente della giunta regionale. Distanti tra di loro poche centinaia di metri hanno potuto visitare due dei simboli delle "memorie divise" di un'area geografica complessa e su cui non è possibile fare semplificazioni. Si tratta di due monumenti: quello italiano, conosciuto dai più, della Foiba di Basovizza; quello sloveno, misconosciuto, dedicato agli Eroi di Basovizza.

La Foiba è un pozzo minerario in disuso che nel 1992 è stata dichiarata monumento nazionale dal Presidente della Repubblica diventando così il luogo simbolico dove ricordare la stagione delle stragi compiute da parte jugoslava: nell'autunno del 1943 in Istria e nella primavera del 1945 nella Venezia Giulia. A morire nelle voragini del Carso tanti italiani, la maggioranza, spesso militari, fascisti o civili inermi, e anche sloveni ed esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale che si opponevano al disegno egemonico di Tito di comprendere nella Jugoslavia liberata dall'oppressore nazifascista anche la città di Trieste. Il monumento ricorda anche tutti coloro, qualche migliaio di persone, che morirono in maniera diversa, molti uccisi dopo processi sommari, o che non fecero ritorno dalla deportazione.

Franco Cecotti rivolto ai ragazzi, al margine dell'enorme piastra di ferro che copre la foiba, illuminata da un freddo sole, ha descritto il contesto in cui avvenne una delle tragedie figlia della Seconda Guerra Mondiale e delle dinamiche nazionaliste dei decenni precedenti. "La prima fase, tra l'otto settembre 1943 e l'ottobre dello stesso anno, fu frutto dello sbandamento dell'esercito italiano in Istria causato dall'Armistizio e della immediatamente successiva insurrezione popolare degli antifascisti e nazionalisti croati. I croati colpirono quegli italiani che erano stati vissuti fino al giorno prima come oppressori: i fascisti e coloro che appartenevano alla borghesia su tutti. Le ricerche compiute a ridosso degli eventi ci raccontano di indagini compiute in 12 foibe istriane da cui sono stati estratti 217 cadaveri a cui va aggiunto un numero analogo di persone uccise in altro modo", ha detto Cecotti. "Altro discorso per la fase due degli infoibamenti che ha luogo sul Carso triestino e goriziano quando a cadere sotto la pressione jugoslava da est, e alleata da sudovest, è l'esercito tedesco. Tra il 1 maggio e il 12 giugno del 1945, non appena Trieste viene liberata dai nazisti dall'esercito jugoslavo di Tito, vengono arrestate tra le 10.000 e le 18.000 persone, di esse circa 4-5.000, non torneranno più a casa. Un'indagine compiuta dagli eserciti alleati su 48 foibe nell'immediatezza dei fatti dà conto di 460 corpi esumati a cui ne vanno aggiunti altri 400 circa di persone uccise nelle città. Ciò non vuol dire - continua Cecotti - che questa sia l'esatta contabilità degli infoibati perché per la concomitanza di tanti fattori, oggi, storicamente, non è possibile appurarne il numero esatto. In particolare nella Foiba di Basovizza l'esercito americano ha recuperato 10 cadaveri; testimonianze dell'epoca, un prete sloveno in particolare, racconta di aver visto processare sommariamente in quei luoghi, tra il 1 e il 2 maggio del 1945, circa 200 persone, probabilmente poliziotti italiani che non si arresero subito a chi aveva liberato Trieste dai nazifascisti".

Altro tema importante per lo storico Franco Cecotti è invece la trattazione storica di quegli eventi: "Dal punto di vista storiografico sappiamo tutto delle dinamiche che portarono alle due stagioni delle foibe. Basti citare alcuni dei maggiori lavori sul tema, come, ad esempio, "Dall'Impero Austro-Ungarico alle foibe. Conflitti nell'area alto-adriatica" di vari autori per Bollati Boringhieri o "Foibe" di Joze Pirjevec per Einaudi. Resta invece un problema politico", conclude lo storico triestino, "in troppi strumentalizzano queste vittime quando invece non va alimentato l'odio e la ricerca a tutti costi di un capro espiatorio".

La delegazione di studio con i ragazzi provenienti da scuole di tutta la Toscana ha poi attraversato la strada statale che dopo pochi chilometri porta a Lipiza, in Slovenia, e si è raccolta sotto gli alberi piantati oltre 70 anni fa per proteggere il monumento sloveno agli Eroi di Basovizza. Si tratta di quattro giovani irredentisti tra i 22 e i 34 anni, Zvonimir Miloš, Fran Marušič, Ferdo Bidovec e Aloyz Valenčič, fucilati il 6 settembre 1930 dopo la condanna a morte comminata dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista proprio per la loro attività antifascista, considerata "attentato contro lo Stato". Tutti gli anni la comunità slovena li commemora, esattamente come fa la comunità italiana con le vittime delle foibe.

Per Franco Cecotti, nonostante il clima stemperato e più civile degli ultimi anni "Sarà difficile arrivare ad un'unica memoria condivisa tra italiani e sloveni. Certo è che è sempre doveroso il rispetto per le memorie divise di comunità che per un secolo hanno vissuto in maniera conflittuale l'insistere su di uno stesso territorio". Con queste parole nelle orecchie i ragazzi e le ragazze che da mesi si cimentano con la complessità del Confine difficile tornano verso la città. Domani sarà il giorno della visita all'unico campo di concentramento e di sterminio nazista nel nostro paese, la Risiera di San Sabba. Un altro tragico tassello per comprendere meglio cosa ha significato il Novecento per queste terre.

"Per la storia di un Confine difficile. L'Alto Adriatico nel Novecento" è il titolo del viaggio di studio per gli studenti delle scuole superiori toscane organizzato in occasione del Giorno del ricordo da Regione Toscana, Istituti storici toscano e grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea, Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Ufficio regionale per la Toscana.

 


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