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"Per la storia di un Confine difficile", il campo di concentramento di Fossoli e il Villaggio San Marco

16 febbraio 2018 | 21:53
Scritto da Cristiano Lucchi
 


FOSSOLI (MO) - Furono due le grandi difficoltà che i profughi istriani dovettero affrontare tra il 1954 e il 1970 durante la loro permanenza nel Villaggio San Marco presso l'ex campo di concentramento di Fossoli, a Carpi in provincia di Modena, oggi visitato dagli studenti toscani di ritorno da Trieste. Un campo in cui venne deportato anche Primo Levi dal 20 gennaio 1944, dopo essere stato arrestato in Valle d'Aosta, dove si era unito alla Resistenza, fino al 22 febbraio quando viene messo sul treno per Auschwitz. La sua esperienza nel modenese è contenuta nel primo capitolo "Il viaggio", di "Se questo è un uomo".

Escludendo naturalmente il disagio quotidiano relativo al vivere in un ex campo di concentramento la prima difficoltà era rappresentata dalla lingua. Gli scolari del campo parlavano bene il loro dialetto e male l'italiano, non riuscendo così a seguire con profitto le lezioni. I maestri nel San Marco si trovavano ad affrontare difficoltà linguistiche diverse per ogni gruppo di dialetti presente nelle pluriclassi: carpigiano-emiliano, meridionale e istriano-veneto. Non certo l'ideale per un processo virtuoso di integrazione.

La seconda difficoltà era invece legata al rapporto che si creò tra profughi e Carpigiani. Un rapporto basato su informazioni assenti o fuorvianti. L'esistenza stessa del campo influì negativamente sulla popolazione emiliana, fortemente di sinistra, poiché esso creò un collegamento con le idee di fascismo, nazismo e, più in generale di violenza, repressione e minaccia. All'epoca era inoltre ancora viva l'assurda equazione "profughi = fascisti", dovuta alla fuga dei Giuliani dal "paradiso" socialista della Jugoslavia di Tito.

I modenesi, come del resto tutti gli altri italiani, mancavano di informazioni, e spesso erano proprio disinformati, sulla questione giuliana. Poco si sapeva della situazione dal punto di vista storico e politico, anzi molti non erano nemmeno a conoscenza del fatto che l'Istria fosse stata italiana. L'importanza del "fattore disinformazione" è confermata anche dallo spoglio dei quotidiani locali, poveri di sensibilità culturale relativa all'argomento: dal 1954 al 1970 la stampa modenese dedica solo 27 articoli alla vita del Villaggio San Marco. Davvero pochi.

Alla luce di questa analisi - per ulteriori approfondimenti si consiglia la lettura di "Una comunità di profughi giuliani in terra emiliana: il Villaggio San Marco a Fossoli di Carpi" di Maria Luisa Molinari - il viaggio "Per la storia di un Confine difficile" assume un ruolo ancora più di rilievo nell'affrontare le vicende dell'Alto Adriatico nel Novecento.

Gli studenti toscani hanno potuto studiare, vedere, incontrare testimoni di vicende che solo grazie all'approfondimento consentono la crescita di quel pensiero critico in grado di contrastare pregiudizi, semplificazioni, xenofobia, razzismo e violenza. L'unico modo per non far subire ai profughi di oggi, ma è solo un esempio legato all'attualità, quello che hanno subìto i profughi di ieri.

I ragazzi accompagnati dai loro docenti hanno visitato sia il Villaggio San Marco, presso il Campo di Fossoli, sia il Museo Monumento al Deportato inaugurato nel 1973 e alla cui realizzazione ha collabrato anche Renato Guttuso. Si tratta di una struttura unica nel suo genere, frutto dell'impegno civile di artisti che furono anche testimoni degli avvenimenti che rappresentavano, un museo per tradurre il ricordo ancora vivo nelle strutture del vicino Campo.

"Per la storia di un Confine difficile. L'Alto Adriatico nel Novecento" è il titolo del viaggio di studio per gli studenti delle scuole superiori toscane organizzato in occasione del Giorno del ricordo da Regione Toscana, Istituti storici toscano e grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea, Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Ufficio regionale per la Toscana.
 


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