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"Per la storia di un Confine difficile", il Narodni Dom e la Trieste multiculturale

13 febbraio 2018 | 11:59
Scritto da Cristiano Lucchi
 


Studenti toscani al Narodni Dom di Trieste
Studenti toscani al Narodni Dom di Trieste

TRIESTE - Oggi il Narodni Dom - in sloveno "casa della cultura" - è la sede della Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori dell'Università di Trieste. Quale migliore destino di pace e intercultura, per un luogo la cui distruzione è storicamente riconosciuta come il primo atto squadrista fascista avvenuto in Italia, prima ancora della Marcia su Roma, nel corso di quello che Renzo De Felice definì "il vero battesimo dello squadrismo organizzato"?

Era il 13 luglio 1920, l'edificio ospitava civili abitazioni e in parte diverse associazioni della comunità slovena. Nel Narodni Dom si concentrava la vita economica, politica, culturale, artistica e sociale della minoranza slava, molto attiva agli inizi del Novecento. Trieste in quegli anni fu luogo di forti tensioni verso le minoranze presenti, e particolarmente accesa era la disputa proprio verso la comunità slovena. Quel pomeriggio d'estate il segretario cittadino del Partito Fascista, il fiorentino Francesco Giunta convocò un comizio a seguito dell'uccisione di due militari italiani a Spalato. Giunta affermò che "era l'ora di agire". La folla da Piazza dell'Unità agì: si spostò sotto il Narodni Dom e iniziò ad assediare l'edificio da ogni lato, circondato da soldati, carabinieri e guardie che cercavano di mantenere l'ordine. Durante gli scontri che portarono al ferimento di otto persone e all'uccisione di un carabiniere, gruppi di fascisti forzarono le porte dell'edificio, vi gettarono all'interno alcune taniche di benzina a cui diedero fuoco, dopodiché impedirono ai pompieri di spegnere l'incendio. Tutti gli ospiti del Narodni Dom riuscirono a salvarsi ad esclusione del farmacista Hugo Roblek. L'incendio fu domato completamente solo il giorno successivo, ma l'edificio era ormai distrutto.

Al piano terreno del Narodni Dom oggi c'è la biblioteca slovena per ragazzi. È lì che l'associazione QuarantasetteZeroquattro ha organizzato per gli studenti toscani il laboratorio didattico "Alla scoperta di Trieste, città multiculturale" condotto dallo storico Stefan Cok. Ed è in quella biblioteca carica di libri per bambini con tanti disegni utili per far passare i concetti più complessi, che il Novecento triestino si srotola, a portata di mano per chi vuol comprendere la storia e le memorie, al plurale, di chi quel territorio l'ha vissuto: italiani, sloveni, tedeschi, ebrei, armeni, greci… fascisti, nazisti, liberali, socialisti, comunisti. "Il secolo lungo", altro che breve, dice Cok riferendosi al Novecento giuliano. Si parte dal solido e multietnico Impero Austro-Ungarico che si scioglie come neve al sole con la Prima guerra mondiale e si arriva alla dissoluzione della ex Jugoslavia, avvenuta solo vent'anni fa.

Nel mezzo c'è di tutto, accade tutto quello che può accadere in un'area geografica complessa e al centro di diatribe internazionali e transnazionali di tutti i tipi: ideologiche, economiche, politiche, classiste, religiose. Nel mezzo una città in crisi che passa dall'essere uno dei maggiori porti commerciali europei ai primi del secolo, unico sbocco al mare per Francesco Giuseppe, ad un porto residuale per l'Italia repubblicana. Una città che ha vissuto per decenni il suo essere Cortina di ferro reale, concreta, dannatamente vissuta sulla pelle di chi ci viveva, mentre Usa e Urss si spartivano i destini del mondo.

Trieste, città in cui l'irredentismo nasce con l'Italia unita negli anni Sessanta dell'Ottocento ma che prospera solo dal 1914, quando fa comodo al governo italiano in funzione antiaustriaca, per giustificare la Grande Guerra. Città in cui ci si poteva dividere a destra, tra liberali e fascisti, ma anche a sinistra, tra comunisti italiani e comunisti sloveni. Una città che nella primavera del 1945 diventa il teatro della "Corsa per Trieste" tra gli jugoslavi di Tito e gli Alleati che si giocano sul filo dei giorni la Liberazione dal Reich nazista che volle e utilizzò l'unico campo di sterminio nazista presente in Italia, la Risiera di San Sabba Arriveranno prima i titini e per un mese, finché non saranno sostituiti dagli angloamericani, si vive nei boschi intorno alla città il terrore dei processi sommari e delle foibe in cui verranno gettati i corpi di qualche centinaio di persone, perlopiù italiane ma anche slave che si opponevano al regime comunista. Una tragedia ideologica, oggi ricordata con la legge del 2004; la stessa legge che ricorda i tanti profughi che dai territori dell'Impero passarono all'Italia e poi alla Jugoslavia da cui furono cacciati o in cui decisero di non vivere.

Un secolo lungo, che dopo la stabilizzazione dei confini tra Italia e Jugoslavia con il Trattato di Osimo del 1975, vedrà cadere tutti i muri, i fili spinati, le garitte e i portoni delle innumerevoli caserme su nel Carso grazie all'adesione comune di Italia, Slovenia e Croazia di quell'utopia, ancora politicamente da consolidare, rappresentata dall'Europa unita, senza frontiere.

Stefan Cok finisce il laboratorio con un video di Riccardo Muti che il 29 luglio 2010 dirige il Concerto dell'amicizia da una Piazza dell'Unità ancora una volta strapiena. Oltre 5mila persone per il concerto che suggella l'amicizia tra Italia, Croazia e Slovenia davanti ai presidenti delle tre Repubbliche: Giorgio Napolitano, Ivo Josipovic e Danilo Turk. È ancora tempo di agire, verrebbe da sottolineare oggi più che mai, questa volta per la riconciliazione, la convivenza tra diversi, contro ogni nazionalismo xenofobo.

Vi riproponiamo alcuni frame di quel concerto, in particolare il momento in cui vengono eseguiti gli inni nazionali italiano, sloveno e croato.

"Per la storia di un Confine difficile. L'Alto Adriatico nel Novecento" è il titolo del viaggio di studio per gli studenti delle scuole superiori toscane organizzato in occasione del Giorno del ricordo da Regione Toscana, Istituti storici toscano e grossetano della Resistenza e dell'età contemporanea, Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Ufficio regionale per la Toscana.

 


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