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"Troppi fondamentalismi e troppe guerre". Ai ragazzi: "Pensate con la vostra testa"

22 gennaio 2015 | 17:35
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - "Nel 1938 arrivarono le leggi razziali e addio alla prima elementare" racconta Andra. Tutto iniziò così: la cancellazione dei diritti, l'indifferenza dei vicini, gli indici puntati contro di chi cercava una capro espiatorio per le proprie disgrazie. E poi la deportazione.

Prima che i convogli entrassero direttamente nel campo di Birkenau attraverso la famosa porta della morte i treni si fermavano un chilometro più in là alla JudenRampe, il binario degli ebrei. Un carro bestiame piombato è ancora lì. "Anche noi siamo scese in quel punto - dice Tatiana Bucci - Dentro quel vagone eravamo in 60, non ce la facevamo nemmeno tutti a stare accovacciati a sedere". Era il 4 aprile 1944.

Qualche anno fa qualcuno chiese alle due sorelle Andra e Tatiana Bucci, le bambine sopravvissute ad Auschwitz, se possa servire una legge per arrestare i negazionisti dell'Olocausto. Se ne ne discuteva sui giornali e in televisione. "No, probabilmente non servirebbe" fu la ferma risposta.

Le due sorelle sopravvissute ad Auschwitz e Birkenau confessarono allora la diffidenza, cresciuta nel tempo, verso i fanatismi religiosi. Tutti. Non si può fare di tutta l'erba un fascio certo, spiegava Andra sul treno che nel 2013 se ne tornava da Auschwitz verso l'Italia, ma con sincerità ammetteva la diffidenza propria verso l'Islam. "Ci sono troppo fondamentalisti". Parole che oggi, dopo gli attentati delle settimane scorse in Francia, tornano attuali.

"Si stanno risvegliando strani movimenti in Europa – dicevano ancora ai ragazzi – Non siate condizionati, ma usate la vostra testa". "Dicono che la storia non si ripete – rifletteva Tatiana – Una cosa fatta a tavolino come l'Olocausto non potrà forse più succedere, ma ne succedono altre e bisogna ribellarsi anche a questo. Nel mondo ci sono troppe guerre: bisogna farle cessare"

Nei campi di sterminio qualcuno ha perso la fede, qualcun altro l'ha ritrovata. Anche perdonare è difficile. "Non so se perdonerò" diceva su quello stesso treno ancora Andra. Lo ripete anche oggi ai ragazzi. Vorrebbe, ci ha provato. Ma in fondo al cuore non c'è mai riuscita. "No, non riusciremo mai probabilmente" risponde la più decisa. "La vita va avanti. Ma per un sopravvissuto che ha visto tanto orrore è difficile farlo". Vendicarsi invece è un'altra cosa

E' un po' lo stesso con il tatuaggio. Andra e Tatiana hanno i loro numeri ancora stampati sul braccio. " Ci conviviamo e non ci pensiamo – spiegano – Ma non abbiamo mai pensato a toglierli". Subito dopo la liberazione in tutti i sopravvissuti scatta qualcosa che li porta a cercar di dimenticare. E' umano, è un meccanismo di difesa. Nel caso di due bambine si aggiunge lo scudo eretto attorno dalla famiglia.

"Con la mamma non abbiamo mai parlato della deportazione. Parlavamo dell'Inghilterra (dell'orfanotrofio dove le due sorelle a guerra finita trovarono riparo ndr) ma non dei campi. Ed è stata una fortuna - dicono –. Così siamo vissuti con il ricordo, ma non con l'ossessione del ricordo". "Una volta siamo andate tutte e tre insieme, con la mamma, a vedere il film Kapò ed è stata l'unica cosa che abbiamo fatto insieme – raccontano -. Un'altra volta stavamo vedendo un documentario in tv, sino a quando ci siamo messe tutte a piangere e allora papà ha spento la luce e siamo andati a dormire. Eravamo ancora ragazze, vivevamo in casa e non conoscevamo ancora i nostri mariti».

C'è chi assolutamente vuole testimoniare. Magari lo fa con dolore, ma sente di doverlo fare. E chi invece si rinchiude in se stesso e di quello che nei lager ha visto e provato non fa parola con nessuno, neppure con la sua famiglia. Andra e Tatiana hanno scelto di raccontare.

Certo all'inizio c'è sempre un groppo alla gola. Rivivere è doloroso, ogni volta. Come è stato doloroso varcare i cancelli di Auschwitz. In quel museo degli orrori, apparentemente più 'normale' di Birkenau ma agghiacciante per i resti dei capelli tagliati ancora in bella mostra, le foto, i giocattoli e gli altri oggetti strappati settanta anni fa ai deportati, Andra e Tatiana non erano mai entrate. Erano tornate più volte a Birkeanu, dagli anni Novanta in poi, ma non ad Auschwitz. Lo hanno fatto nel 2011.

Il dolore si rinnova ogni volta. Ma poi l'atmosfera si scioglie e inizia il racconto, placido e tremendo, del loro inferno.

Quando le due sorelle parlano i ragazzi le ascoltano. Poi si avvicinano, azzardano con coraggio la prima domanda, poi una seconda e un terza, cercano timidamente il contatto fisico, le stringono e gli regalano anche qualcosa di loro - una collanina, un braccialetto o un fazzoletto -, quasi a voler suggellare una promessa. Quella di raccogliere e disseminare le loro parole. E' una processione senza sosta quella che i ragazzi del treno fanno per parlare con Andra e Tatiana Bucci. "Non vi crederanno" tuonavano i nazisti ai deportati nei campi. "Se mai avrete la fortuna di uscire di qui, evitate di parlarle con qualcuno: nessuno vi credere" dicevano. Contro chi diceva "non vi crederanno" quella la lunga processione di ragazzi che vogliono ascoltare e capire diventa la più bella delle rivincite.


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Tag: interviste
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