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80 anni fa le leggi razziali: gli ebrei in Italia e in Toscana nel 1938

5 settembre 2018 | 15:24
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - Gli ebrei che vivevano in Italia ottanta anni fa, quando arrivarono le leggi razziali, erano 47 mila. Oggi gli ebrei italiani iscritti alle ventuno comunità italiane sono meno di 30 mila su una popolazione di sessanta milioni: quasi la metà vive a Roma e meno di diecimila a Milano. Nel 1938 erano appena l'1,1 per mille della popolazione italiana, compreso Fiume ma escluse le colonie, il 3 per mille degli ebrei di tutto il mondo. Furono tutti perseguitati e più di ottomila furono deportati, ad Auschwitz in gran parte. Secondo lo storico Collotti dalla Toscana partirono per i campi di sterminio in 675 dalla Toscana; secondo le ultime ricerche sono stati 857, compreso chi fu arrestato fuori dalla Toscana. Tornarono in poche decine.

Negli anni Trenta qualche ebreo aveva rivistito anche ruoli di spicco in uno o più governi: come Guido Juyng, che dal 1932 al 1935 sedette come ministro delle finanze nel governo di Mussolini.  Ma non deve meravigliare. Gli ebrei erano dal 1861, dopo la nascita del Regno d'Italia,  molto integrati nella società italiana.  C'era chi che aveva dato un grande contributo al Risorgimento (come Daniele Manin o Giuseppe Finzi), c'erano ebrei che avevano combattuto nella Grande Guerra (anche da volontari), ebrei che diedero uomini e energie anche al nascente fascismo. C'erano ebrei ricchi ed ebrei poveri.

In Toscana il gruppo di Livorno era il più numeroso e anche oggi figura tra le comunità medie più rilevanti, come Venezia, Torino o Trieste: subito dopo arrivava Firenze e quindi Pisa ma anche Pitigliano. Non tutti gli ebrei residenti in Italia erano però italiani. Uno su dieci nel 1931 era straniero, uno si cinque alla fine degli anni Trenta. 

Oltre a Guido Juying avevano rivestito ruoli politici di spicco Isacco Artom, segretario di Cavour, e Luigi Luzzatti, anche lui di origini ebraiche e più volte ministro e presidente del consiglio nel 1910-11. E poi ancora Alessandro Fortis, che combatté con Garibaldi e fu Primo ministro nel 1905-1906, o Sidney Sonnino, uomo politico di primo piano nell'Italia giolittiana. Nel 1902 il ministro della Guerra fu il generale ebreo Giuseppe Ottolenghi. Un altro importante uomo politico di origini ebraiche fu Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1909 al 1913. Nathan nel 1915, a settanta anni suonati, si arruolò volontario e combatté al Col di Lana. Duecento ebrei parteciparono anche alla Marcia su Roma. Aldo Finzi fu sottosegretario fascista nel primo governo Mussolini. Giuseppe Toeplitz fu ministro delle finanze in uno dei successivi.

Naturalmente vi erano anche gli ebrei antifascisti: i fratelli Rosselli, i socialisti Claudio Treves e Emanuele Modigliani, i comunisti Vittorio Sereni e Umberto Terracini, l'azionista Leo Valiani. Si contano ebrei anche  tre le medaglie d'oro della Resistenza: Eugenio Cùriel e il filosofo Eugenio Colorni. Erano ebrei cinque dei solo dodici tra oltre mille professori che si rifiutarono di piegarsi al giuramento di fedeltà imposto agli accademici delle Università: erano Giorgio Errera, Giorgio Levi della Vida, Vito Volterra, Mario Carrara e Fabio Luzzatto. 


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