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80 anni fa le leggi razziali, il ricordo delle norme antisemite

5 settembre 2018 | 15:14
Scritto da Walter Fortini
 


PISA - Ottanta anni fa la firma a San Rossore delle leggi razziali. Ottanta anni dopo la commemorazione, la deposizione di una corona davanti alla targa nel parco che dal 2012 le ricorda e la presentazione di un fitto programma di iniziative che le università toscane hanno messo in piedi e che la Regione ha finanziato: per non dimenticare, per provare a capire quella che non era una follia ma un disegno lucido fondato sull'invenzione della superiorità della razza ariana. Convegni, seminari e incontri per approfondire, ma anche l'abbraccio con le seconde generazioni di chi è immigrato oggi in Toscana, per costruire insieme un futuro dove l'orrore del razzismo non abbia più diritto di cittadinanza.

La fine è nota: lo sterminio nei lager nazisti. Quello di cui in genere si è meno consapevoli è come le cose cominciarono,  anche in Italia, ovvero ben prima dell'8 settembre e della guerra. Le iniziative nelle prossime settimane e mesi servono a colmare il vuoto che va dal 1938 al 1945, assieme al ricordo di chi le persecuzioni le patì in prima persona e dall'oggi al domani si ritrovò privato dei suoi diritti di cittadino.

"Nei riguardi degli ebrei non si avvertiva nessun astio - raccontava a Toscana Notizie un po' più di tre anni fa l'ingegnere fiorentino Federico Benadì – L'Italia non sembrava un paese antisemita, almeno fino all'alleanza con la Germania". I germi del razzismo erano comunque già stati gettati nel 1937, con le leggi che vietavano nelle colonie le relazioni "d'indole coniugale" tra italiani e donne suddite: vietato ai bianchi di vivere nei quartieri indigeni, ai sudditi coloniali di frequentare locali per bianchi. Si iniziò con l'antisemitismo di  testate come "La Difesa della Razza" e con i manifesti ‘scientifici': una sequela di aberranti dichiarazioni, inconsistenti scientificamente e farcite di falsi storici. E poi arrivarono le leggi razziali del 1938.  Nel mondo intanto, nello stesso anno, a ridosso delle Alpi sul lago di Ginevra in territorio francese, si celebrava la conferenza di Evian, voluta da Stati Uniti e Società delle Nazioni per decidere sulla sorte di decine di migliaia di profughi tedeschi e austriaci, ebrei ma non solo. Parteciparono trentadue diversi paesi (nove dall'Europa). Nacque lì il diritto dei rifugiati, ma non fu trovato alcun accordo sulle quote di accoglienza e gli ebrei, gli oppositori politici e le persone che il terzo Reich considerava non omologabili e che già dopo l'Anschluss erano in fuga dalla Germania furono costrette a tornarsene a casa, rimpatriati. Come quella nave, tedesca, carica di profughi che arrivò fin nei Caraibi ma dovette tornarsene in Europa. Solo Santo Domingo  dichiarò di essere pronta ad ospitare fino a 10 mila ebrei, mentre la Bolivia, fino al 1941, ne accolse ventimila. E a San Rossore, il 5 settembre, venivano firmate le leggi antisemite italiane.

"Fu un fulmine a ciel sereno – racconta ancora Benadì -. Avevo quattordici anni  e da un giorno all'altro mi trovai completamente estromesso dalla vita che era stata mia fino a quel momento. Senza più il diritto di stare insieme agli altri". Continuò gli studi privatamente, come altri ebrei. Ma la vita era cambiata. "Non si poteva avere la radio in casa – spiegava ancora a Toscana Notizie nel 2015, alla vigilia della partenza del Treno della memoria per Auschwitz -, né personale dipendente ‘ariano'. Non potevamo neppure iscriverci ad una società sportiva oppure andare per qualche giorno al mare. Ma soprattutto ricordo i documenti, su cui cominciò ad essere stampigliata la dicitura ‘di razza non ariana'".  Frammenti di memoria simili a quelli di molti altri. Guido Cava, rappresentante della comunità ebraica di Pisa,  fu allontanato da scuola ad otto anni. "Quando avevo cinque anni il Comune di Torino  indicò sul mio atto di nascita ‘razza ebraica' - spiegava lo scorso gennaio Aldo Zargani, ebreo perseguitato anche lui, davanti ad ottomila ragazzi al Mandela Forum di Firenze nel giorno della memoria – Mio padre, musicista e prima viola nell'orchestra Eiar (la Rai di oggi ndr), perse il lavoro e dovemmo chiedere l'elemosina".

"La maestra venne a casa e disse a mia madre che non potevo più andare a scuola" raccontava, dallo stesso palco, Vera Vigevani Jarach, classe 1928, fuggita nel 1939 da Milano in Argentina con parte della famiglia. "Tu sì … tu no .." selezionavano i poliziotti entrati in classe: prima l'esclusione, poi la deportazione. Le dittature nascono con la violenza del potere, ma crescono nell'indifferenza.  "L'esser cacciata da scuola fu per me un trauma fortissimo -  diceva – Quando avevo dieci anni mio padre, avvocato, mi portò davanti al tribunale per spiegarmi cosa fosse la giustizia. Dopo pochi giorni mi cacciarono da scuola. Protestai con lui, dicendo che quella non era la giustizia che mi aveva insegnato". Fortunatamente l'Italia ai tempi del fascismo non fu tutta monolitica e un'altra scuola elementare e un professore, fascista e con l'orbace, decise di organizzare lezioni pomeridiane per bambini ebrei assieme a cinque maestre israelite. Uno stratagemma,  non senza rischi, fondato su un regio decreto che  stabiliva che nelle scuole dove ci fossero stati più di dieci bambini ebrei era possibile aprire sezioni separate.


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