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Carcere, con la formazione di Trio il mondo entra in una stanza

22 dicembre 2013 | 00:10
Scritto da Barbara Cremoncini
 


Pisa, casa circondariale Don Bosco. Gli operatori ci vengono a prendere in portineria. Fanno cenno alla guardia, di là dal vetro, di aprirci il portone. "Nel carcere nessuno può usare il cellulare" ci spiega Alessandra Truscello, l'educatrice referente per l'attività di teleformazione, mentre ci scorta nella stanza del direttore. Già, il cellulare. Un particolare ci proietta subito nella realtà carceraria, dimensione impensabile per chi sta fuori, per chi non soltanto è libero, ma anche connesso, praticamente 24 ore su 24. Qui dentro, invece, come in qualunque carcere, per i detenuti niente telefono, niente internet, niente tablet o smartphone. Sono le regole. E sarà anche per questo che, dal settembre 2011, quando è partito, Trio, il polo per la teleformazione, con computer, una connessione dedicata e la possibilità di scegliere fra oltre 1800 corsi on line, registra un successo ininterrotto. "Abbiamo una lista di attesa per iscriversi ai corsi – dice Liberata Dilorenzo, responsabile dell'area pedagogica – perchè l'aula ha in tutto dieci postazioni e dobbiamo distribuire gli utenti su più turni, in giorni e orari diversi".

>>> Il Progetto Trio

Trio, acronimo che sta per "Tecnologia, Ricerca, Innovazione, Orientamento", è la piattaforma web creata dalla Regione Toscana per la formazione a distanza che, ormai da anni, consente agli utenti di formarsi o aggiornare le proprie competenze, senza perdere tempo e soldi in spostamenti e trasferte: basta un computer, la rete e il gioco è fatto. Un modello - quello di una formazione su misura, direttamente fruibile da casa - pensato per tutti i toscani ma che, fin dagli esordi, è stato sperimentato anche nel carcere. Porto Azzurro è stato l'apripista. Poi sono arrivati anche San Gimignano e Pisa.


Un'oasi di libertà fra le mura del carcere

'"L'attività di Trio, che ho trovato già avviata e pronta per partire al mio arrivo a Pisa, è molto gradita - conferma Fabio Prestopino direttore della Casa circondariale di Pisa dal 2011 – rappresenta un'eccellenza ed è davvero un motivo di soddisfazione in una situazione che, purtroppo, offre aspetti problematici". Al momento sono circa 41 i detenuti che frequentano l'aula, a giorni alterni, per turni di due ore. In ottobre i corsi attivati sono stati 110, a novembre circa 360. Da quando è partita l'iniziativa, i corsi completati con successo sono stati in tutto 787, i detenuti che hanno frequentato il polo 76. Fra questi, 5 o 6 iscritti al Polo universitario del carcere. Dell'attività si fanno carico, con passione, tre operatori: le due educatrici e il tutor, un docente esterno, specialista nel settore.

>>> Osservatorio regionale sul carcere

L'aula di Trio

I 10 computer dell'aula realizzata ad hoc e dedicata a Trio sono collegati ad internet ma solo per accedere ai corsi e al materiale didattico, senza possibilità di chattare o partecipare ai forum. E' nella sezione maschile del carcere, che è la più affollata, visto che le donne sono appena una quarantina, a fronte di circa 300 uomini. Così, per un tipico corto circuito burocratico, è nella sezione maschile che, da sempre, si trovano tutte le strutture scolastiche, dalle elementari alle superiori e anche l'università, che grazie alla convenzione con l'ateneo pisano, oggi conta nel carcere 11 iscritti, molti dei quali usufruiscono anche della formazione a distanza. "Gli utenti sono tutti uomini – spiegano gli operatori – sarebbe troppo complicato, per motivi di sorveglianza, farvi accedere anche le donne, che comunque sono poche e stanno in un'altra ala dell'edificio". Con tutti i limiti del caso, il polo Trio viene vissuto come un'oasi di libertà. "Prima ancora che il corso, prima dell'aspetto strettamente formativo che c'è ed è ovviamente importante – ricorda Nicola Gallo, docente esterno e tutor dei detenuti che frequentano il polo – credo vada evidenziato il valore terapeutico dell'iniziativa. E' importante, per chi vive in carcere, avvicinarsi ad un'attività che tenga occupato, rompa la routine quotidiana, porti fuori dalla cella e a contatto con altri compagni. Non dimentichiamo, poi, che molti detenuti qui hanno problemi personali, psicologici, di tossicodipendenza, quasi sempre preesistenti alla detenzione".

Mohamed, tre carceri cento attestati

Gli utenti di Trio al Don Bosco hanno un' età che va dai 18 ai 60, con uno zoccolo duro fra i 20 e i 40. Molti, circa il 60-70%, sono stranieri. Non a caso gettonatissimi sono i corsi di italiano, a tutti i livelli, a partire dalle basi. "Voglio imparare bene la lingua – dice Julius, che viene dalla Tanzania e spera, una volta uscito, di capire e parlare meglio di quando è entrato. Ora ho tempo per studiare, aggiunge, filosofico".
 
Già, il tempo, ingrediente che abbonda fra queste pareti e che può stritolare se non si gestisce in qualche modo. Ne sa qualcosa Mohamed, magrebino, che conta una pena che lui definisce "extralunga" e che ha girato tre carceri, neanche a farlo apposta Porto Azzurro, San Gimignano e, ora, Pisa. In tutti ha frequentato il polo Trio. Un habitué, insomma. "Faccio tutti questi corsi - dice - in primo luogo per rinfrescarmi la mente, in secondo per passare il tempo". Lui, l'italiano lo sa bene, visto che sono già sei anni che sta in carcere e, svariate volte alla settimana, si mette al computer in cerca di qualcos'altro da imparare. Ora sta facendo francese e ha già accumulato circa 100 attestati che però, commenta amaro "non mi serviranno a nulla e occupano solo spazio nel mio armadietto".
 

>>> Osservatorio sulla salute dei detenuti

Quello delle certificazioni è vissuto, da qualcuno. come un problema. Trio offre la possibilità di conseguire la Patente Ecdl, riconoscimento europeo per l'uso del computer e, in carcere, si tengono regolarmente gli esami. Ma gli altri attestati, ottenuti al termine dei corsi, non hanno il valore formale di una qualifica professionale. "Questo a volte crea un po' di delusione" dicono gli educatori, anche se non è corretto leggerla come una criticità, perchè non diminuisce il valore di un'esperienza "che è soprattutto culturale, un aggancio prezioso con l'esterno, un modo per arricchire le conoscenze e le competenze di un bagaglio che non sarà di sicuro inutile dopo la fine della pena".

Una "domandina" per l'oggetto del desiderio

 

Ma come avviene la scelta? Alla base di tutto, una delle famose "domandine", il modulo da compilare ormai assurto a simbolo della routine carceraria. "Noi informiamo - spiegano gli operatori - poi sono loro a scegliere. Tutti possono frequentare, compatibilmente con disposizioni ostative o di sicurezza. Fatta la domanda e ottenuto l'ok, insieme al tutor orientiamo e consigliamo, sulla base delle necessità, della volontà,dei gusti personali". Nella top ten, oltre alle lingue e al computer, compaiono sicurezza sul lavoro, gestione aziendale, servizi sociali, assistenza domiciliare, corsi per la somministrazione di alimenti. La sensazione è che poco importa il "cosa". Che l'importante sia soprattutto il "come".

"Per chi sta qui anche solo avere la possibilità di digitare sulla tastiera è la realizzazione di un sogno. Ci sono persone che il computer non l'hanno mai avuto, che non sanno usarlo ma sono curiose. Per questo sono richiestissimi i corsi base, di scrittura e uso di Windows". Certo, chi può, pensa anche al dopo, a sfruttare il tempo della pena per ritrovarsi, poi, con qualcosa di più in mano. Ma qui non siamo "fuori", dove il domani potrà apparire incerto, ma esiste. Qui il "dopo" è un buco nero, qualcosa che, a volte, appare davvero troppo ingombrante. Allora, meglio concentrarsi sull'oggi, accendere il pc e fare entrare il mondo in una stanza.

>>> Relazione 2013 di Alessandro Margara garante dei diritti delle persone con restrizione delle libertà
 


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