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Con le parole di Shlomo

27 gennaio 2017 | 15:20
Scritto da Walter Fortini
 


Bruno Shlomo Venezia, l'unico italiano sopravvissuto al Sonderkommando  - ovvero l'unità speciale impiegata nella gestione della camera a gas dei forni crematori – diceva che la memoria deve durare tutto l'anno e non solo un giorno.

Lo ripeteva spesso. Lo ha fatto anche ai novemila ragazzi toscani che il 27 gennaio 2012 affollavano il Mandela Forum di Firenze, nove mesi prima di mancare.  Le ha dette nel 2005, quando ha partecipato al viaggio toscano. E le sue parole,  perfette per riprendere la via del ritorno dalla Polonia verso la Toscana, le hanno ascoltate pure i ragazzi del 2017, martedì al cinema Kijow di Cracovia. Shlomo Venezia ha rivissuto infatti sul grande schermo,  in un'intervista video di qualche anno fa.

"La mentalità  è oggi rimasta la stessa di ieri – diceva – Eppure sarebbe semplice. Hai davanti due possibilità: il bene e il male. Le impari a conoscere. E allora cosa scegli? Il bene dovresti scegliere". Facile, almeno in teoria. Per questo è importante che la memoria continui tutto l'anno: per non dimenticare e per non rischiare di sbagliare di nuovo. Parole - quelle di Shlomo - da portare con sé, assieme  al nome da prendere per mano, consegnato ai ragazzi alla partenza e gridato al vento nel silenzio e nel gelo di Birkenau: un nome e una storia, un nonno o una nonna che non c'è più da adottare, un fratello che non ha fatto in tempo a crescere, come Gigliola Finzi che aveva un giorno di vita appena quando è stata inghiottita nella voragine del lager. 

A proposito di Bruno Shlomo Venezia, non tutti sanno cosa era il Sonderkommando: come non tutti (purtroppo) conoscono Eichemann, che organizzò lo sterminio nei lager, arrestato e processato nel 1962.

Shlomo aveva appena venti anni e il vigore di un giovane quando fu deportato da Salonicco verso Auschwitz nel marzo del 1944. Un viaggio lungo dodici giorni. "Di 1500 – dice – entrammo solo in quattrocento". Se ne è andato nel 2012, ad ottantanove anni. 

Lui era uno dei prigionieri addetti ai forni crematori. Dovevano liberare le camere a gas dai corpi attorcigliati e portarli verso i camini e i forni, tenere da parte i cadaveri dei bambini per sistemarli negli spazi vuoti accanto ai cadaveri degli adulti. Spaccare le ossa più grandi, come il bacino, perché bruciassero prima. Dovevano anche tagliare i capelli ai morti, lui che prima della deportazione aveva fatto anche il barbiere.  Turni infernali, di dodici ore, e novecento persone a lavorare notte e giorno, solo tra Birkenau ed Auschwitz. Negli ultimi mesi liberavano la camera a gas che già era pronta per essere riempita. 

"Eravamo tutti condannati a morte perché non volevano lasciare testimonianze" racconta. Periodicamente le squadre venivano infatti sostituite e chi le componeva veniva no ucciso.  "L'istituzione di queste squadre speciali – scrisse Primo Levi -fu il più grave crimine del nazionalsocialismo, perché le SS cercarono così di scaricare (o quantomeno condividere) il crimine sulle vittime stesse". "La nostra fortuna  - dice Shlomo – fu la sfortuna di altri. Erano infatti in arrivo tanti deportati dall'Ungheria e non potevano più cambiare il personale. Avevano bisogno di addetti esperti".

"Poi, finita la guerra – conclude – ognuno ha dovuto ricominciare da quello che gli era rimasto". Chi solo e chi, come Shlomo, con appena tre familiari superstiti. 


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Tag: parole