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Dall'orfanotrofio fino a Birkenau: di loro solo il nome e un filmato

20 gennaio 2019 | 20:37
Scritto da Walter Fortini
 


KUFSTEIN (Austria) - Fanno il girotondo quei trentanove bambini, vestiti a festa perché gli avevano detto che sarebbero andati in gita. La destinazione era invece Auschwitz, o più precisamente il campo degli ‘zingari' di Birkenau.

Si chiamavano Karl, Albert, Otto e Thomas, Josef, Anton, Franz, Anton e Johann Köhler; Wilhelm e Ferdinand Georges, Heinz e Josef Winter, Reinhard Weiss; Anton, Adolf e Andreas Reinhardt, Friedrich, Martin e Amandus Eckstein; Hildegard, Sophie e Anna Reinhardt; Rosina, Rosina e Maria Weiss; Scholastika, Amalie, Ottilie e Klara Reinhardt; Martha, Louise e Elisabeth Mai; Sonia Kurz; Johanna, Olga ed Eliese Köhler; Rosa e Sofie Georges.
Si chiamavano Karl Mai, Albert, Otto e Thomas Kurz, Josef, Anton, Franz, Anton e Johann Köhler, Wilhelm e Ferdinand Georges, Heinz e Josef Winter, Reinhard Weiss, Anton, Adolf e Andreas Reinhardt, Friedrich, Martin e Amandus Eckstein, Hildegard, Sophie e Anna Reinhardt, Rosina, Rosina e Maria Weiss, Scholastika, Amalie, Ottilie e Klara Reinhardt, Martha, Louise e Elisabeth Mai, Sonia Kurz; Johanna, Olga ed Eliese Köhler, Rosa e Sofie Georges. E in una notte sono scomparsi. 

Li vedi fare il girotondo in quel filmato al museo di Auschwitz, al blocco 13. Era il 1943 e il luogo era l'orfanotrofio di Mulfingen a sud della Germania. Quei bambini non avevano i genitori, perché erano rom e sinti ed i loro parenti erano stati arrestati e sterilizzati obbligatoriamente. "Fin dal 1933 – racconta infatti Luca Bravi, storico e studioso del porrajmos - gli "zingari" erano considerati dai nazisti iun gruppo affetto da tare ereditarie, la cui presenza doveva essere messa sotto controllo attraverso l'eugenetica".

I trentanove bambini di Mulfingen furono le cavie della psicologa ed antropologa Eva Justin che scelse di utilizzarli come materiale di studio per la propria tesi di dottorato: vi si descrivono le esperienze educative ed il loro insuccesso quando applicate ai rom e sinti, per giungere alla conclusione che il problema stava nell'inferiorità razziale degli "zingari". La tesi di dottorato fu discussa nel novembre del 1943 all'Università di Berlino e si concluse tra gli applausi.
E quando le teorie razziste divennero legge, le piccole cavie dell'orfanotrofio risultavano ormai "pezzi" di cui disfarsi. Finirono a Birkenau, dove arrivarono il 12 maggio 1944, tatuate con la lettera "z". Poi tra il 1 e 2 agosto la storia del ‘campo degli zingari' si concluse', inghiottiti in una notte nelle camere a gas e nei forni crematori da dove si levavano alte le fiamme. Nessuno sopravvisse e solo gli ebrei internati, che il giorno dopo si ritrovarono davanti un campo completamente vuoto, ne hanno potuto raccontare la storia. 


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Tag: interviste