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Di fronte all'orrore

21 gennaio 2015 | 17:00
Scritto da Paolo Ciampi
 


Afferma Art Siegelman, l'autore di quel capolavoro che è "Maus", che dopo Auschwitz la nostra civiltà è come un personaggio dei cartoni animati Loony Tunes - per esempio Vil Coyote - che va avanti nel vuoto del canyon anche quando non ha più terreno sotto i piedi. E che per un pezzo va avanti anche senza accorgersene.

E' proprio questo senso di vuoto sotto i piedi, di voragine che può inghiottire ogni nostra certezza, che vive ora chi sta uscendo dal crematorio di Auschwitz,l'unico rimasto in piedi dopo che i nazisti in fuga tentarono di cancellare le prove dei loro crimini.

Ci sono i camini da cui venivano gettate le pasticche di veleno, ci sono i forni dove altri schiavi attendevano il loro turno spingendo altri corpi nelle fiamme. Dovevano sbrigarsi, tenere da parte i cadaveri dei bambini per sistemarli negli spazi vuoti accanto ai cadaveri degli adulti. Spaccare le ossa più grandi, come il bacino, perché bruciassero prima.

Michele, la guida italiana di Auschwitz, persona che si capisce subito che qui non è solo per un lavoro come un altro in un museo, questa volta non deve aggiungere troppe spiegazioni. Anche i ragazzi, che in altri blocchi del campo non hanno risparmiato domande, questa volta non hanno di che chiedere.

"Mantieni il silenzio", chiede un cartello a pochi metri dal crematorio. E nel silenzo ricorda la sofferenza e mostra rispetto per la memoria. Fuori, solo silenzio e sguardi che si cercano quasi a cercare conferma di ciò a cui non si vorrebbe credere.


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