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Due anni in un campo, morti quasi tutti i compagni. "Mi fu detto che ero imboscato"

18 gennaio 2017 | 22:37
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - "Lo sa cosa c'è scritto nel mio foglio matricolare per quei due anni in cui sono stato internato in Germania?- dice il fiorentino Antonio Ceseri, classe 1924 – C'è scritto 'periodo di imboscamento'. Sì, proprio così".'Imboscato' in un campo a sessantasei chilometri a nord di Berlino, a lavorare come uno schiavo a zuppa e brodaglia ogni giorno in una fabbrica di munizioni".

A leggerlo c'è da vergognarsi ancora oggi e la dice tutta su come l'Italia, quella almeno del Dopoguerra, non abbia mai fatto i conti fino in fondo con i propri deportati. Mortificati appena tornati, vissuti quasi come un peso e un ricordo scomodo: sia che fossero ebrei o deportati politici, comuni cittadini rastrellati per strada dopo gli scioperi del marzo 1944, staffette partigiane o soldati che dopo l'8 settembre scelsero di non aderire alla Repubblica di Salò.

Antonio Ceseri è uno dei 600 mila soldati italiani che dissero "no" ai tedeschi e ai fascisti: solo in Toscana furono tra 30 e 40 mila. Sono gli Imi, gli internati militari italiani: solo di recente insigniti con una medaglia spesso postuma. Tra gli Imi anche Guareschi, il papa di don Camillo e Peppone. "Dissero che avevamo tradito: in parte era vero". Ma mai ci fu più bel tradimento. "E lo rifarei ancora" conferma. Antonio e gli altri furono i rappresentanti de "l'altra Resistenza", secondo una felice espressione coniata da Alessandro Natta. Antonio Ceseri era stato chiamato alle armi diciottenne nel 1942, arruolato in Marina: di stanza prima a Pola e poi a Venezia. Quando tornò in Italia il 12 settembre 1945, due anni esatti dopo la partenza, si presentò in Capitaneria a Livorno all'ufficiale di turno. "Ascoltava annoiato e poi disse: ne hanno ammazzati tanti in Italia, cento più o cento meno cosa vuole che cambi. Da allora di quei giorni tremendi non ho più parlato per decenni, neppure in famiglia". Rifiutando qualsiasi intervista.

Poi accadde che fu invitato a Berlino, alla fine degli anni Novanta. Nel suo ex campo di prigionia di Treuenbrietzen Antonio c'era già tornato un paio di volte: con la moglie. Ogni anno in occasione della festa del25 aprile all'ambasciata italiana organizzano una cerimonia in ricordo di quei 127 soldati italiani barbaramente trucidati, falcidiati dall'alto con una sventagliata di mitra dopo una marcia di ore, uccisi dopo essere stati fatti scendere in una gola sormontata da un terrapieno. Era il 23 aprile 1945. Si salvarono appena in tre, lui e due compagni, sepolti sotto i corpi dei compagni morti. Ad Antonio cinquantacinque anni dopo fu chiesto di parlare davanti ad un gruppo di liceali tedeschi. Lo fece. Pianse, anche. Era la prima volta. "Stette male, fisicamente" racconta la figlia. Ma fu come una liberazione. E da allora non ha smesso più di raccontare. "Mi chiesero cosa pensavo dei tedeschi – ricorda – Dissi che per me era una parola molto difficile. Ma con cui alla fine mi sono riconciliato". Il fratello ha sposato una tedesca. E per qualche tempo hanno vissuto tutti assieme.

Un'avventura da film. E non finì lì. Tornato in Italia, il 12 settembre 1945, Ceseri dovette fare infatti altri otto mesi di marina. Fu mandato a sminare il tratto di mare davanti a Civitavecchia. Un lavoro molto rischioso. "Fortunatamente – racconta – un ufficiale stavolta compassionevole mi esentò da tutto, guardie comprese. Fu quasi come fare il passeggero su una nave militare".

>>>>L'INTERVISTA

 

(Questo articolo è stato pubblicato la prima volta a gennaio 2015, sullo speciale del Treno della memoria di quell'anno)


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Tag: interviste