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Ebreo un italiano su mille

26 gennaio 2017 | 19:45
Scritto da Walter Fortini
 


Ma quanti erano gli ebrei in Italia ottanta anni fa? E chi erano? Te lo chiedi dopo aver visitato Auschwitz e Birkenau. Te lo chiedi sul treno del ritorno, mentre riprendono i laboratori sulla storia e le persecuzioni dei nazisti con i cinquecento sessanta ragazzi che hanno partecipato per cinque giorni al viaggio studio.

La risposta arriva veloce: quarantacinquemila all'inizio degli anni Trenta, 47 mila nel 1938 quando arrivarono le leggi razziali. Qualcuno aveva rivistito anche ruolo di spicco, in uno o più governi. Erano appena l'1,1 per mille della popolazione italiana, compreso Fiume ma escluse le colonie, il 3 per mille degli ebrei di tutto il mondo. Soprattutto erano dal 1861 molto integrati nella società italiana: ebrei che avevano dato un grande contributo al Risorgimento (a partire da Daniele Manin e Giuseppe Finzi), ebrei che avevano combattuto nella Grande Guerra, anche da volontari, ebrei che diedero uomini e energie anche al nascente fascismo. Ebrei ricchi ed ebrei poveri.

A raccontare la storia degli ebrei (stavolta toscani) ci ha pensato nell'ultimo mese una mostra ospitata a Palazzo Medici Riccardi di Firenze  ed ideata  dall'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea della Provincia di Livorno insieme alla alla Città metropolitana e alla Regione, che l'ha inserita tra le iniziative per il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale e del settantunesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz.

E' uno spaccato delle tante comunità ebraiche che negli anni hanno contribuito a costruire la storia della Toscana. C'è il gruppo di Livorno, il più numeroso,  e poi quello di Firenze, quello di Pisa e il piccolo nucleo di Pitigliano. Ci sono i Nunes a Piombino, i Bemporad a Rosignano o i Finzi ad Anghiari. Una rete diffusa e diversificata.

Non tutti gli ebrei residenti in Italia erano comunque italiani. C'erano anche ebrei stranieri: uno su dieci nel 1931, uno si cinque alla fine degli anni Trenta. Nel 1938 nel censimento che fu fatto risultavano 58.412 ebrei in Italia, ma nel conto finirono anche i figli di ex ebrei. Furono perseguitati in oltre 51 mila: in più di ottomila furono deportati, la stragrande maggioranza ad Auschwitz.

Quasi tutti, il 97 per cento, abitavano tra le Alpi e Roma ed Ancona. Nelle grandi città si concentravano soprattutto a Trieste, Livorno e Roma: nelle città medie a Fiume, Mantova ed Ancona.

Ci fu anche un ebreo, Guido Juyng, che dal 1932 al 1935 sedette come ministro delle finanze nel governo di Mussolini. Prima di lui altri ebrei avevano rivistito ruoli politici di spicco: da Isacco Artom, segretario di Cavour, a Luigi Luzzatti, anche lui di origini ebraiche, più volte ministro e presidente del consiglio nel 1910-11. E poi ancora Alessandro Fortis, che combatté con Garibaldi e fu Primo ministro nel 1905-1906, e Sidney Sonnino, uomo politico di primo piano nell'Italia giolittiana.

Nel 1902 il ministro della Guerra fu il generale ebreo Giuseppe Ottolenghi. Un altro importante uomo politico di origini ebraica fu Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1909 al 1913. Nathan nel 1915, a settanta anni suonati, si arruolò volontario e combatté al Col di Lana.

Duecento ebrei parteciparono anche alla Marcia su Roma. Aldo Finzi fu sottosegretario fascista nel primo governo Mussolini. Giuseppe Toeplitz fu ministro delle finanze in uno dei primi governi Mussolini.

Naturalmente vi erano anche gli ebrei antifascisti come i fratelli Rosselli, i socialisti Claudio Treves e Emanuele Modigliani, i comunisti Vittorio Sereni e Umberto Terracini, l'azionista Leo Valiani. Erano ebrei anche due medaglie d'oro della resistenza: Eugenio Cùriel e il filosofo Eugenio Colorni.


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