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Fanatismo

22 gennaio 2015 | 10:44
Scritto da Walter Fortini
 


Se la memoria deve diventare coscienza e testimonianza non possono ridursi a soli cinque giorni ogni due anni. E' evidente. Per questo il treno della memoria toscana 'viaggia' tutto l'anno. 'Lavora' nelle scuole e quando negli anni pari il treno fisicamente non parte, c'è l'incontro al MandelaForum di Firenze: diecimila ragazzi insieme per tre ore in un palazzetto dello sport, i testimoni dell'Olocausto che raccontano e, anche in questo caso, silenzio, un silenzio quasi irreale in cui non vola una mosca.

Quel silenzio in cui ventimila orecchie si aprono è l'occasione per ricordare e far rivivere tante storie, altre storie. E tra le numerose raccontate negli ultimi anni forse la più agghiacciante rimane quella di Helga Schneider, scrittrice che da qualche lustro gira la scuole per portare la sua testimonianza.

Immaginate una bambina abbandonata a quattro anni dalla madre, nel mezzo della guerra. Immaginate la sua angoscia e l'infanzia difficile, in una famiglia dove non si è mai sentita pienamente accettata. Questa è la storia di Helga. "Pensavo che la mamma se ne fosse andata per un altro uomo". Poi un giorno, quasi trent'anni più tardi, quella bambina diventata nonna scopre che la madre se n'era andata non per un uomo ma per servire il Fuhrer da ausiliaria e guardiana al campo di Auschwitz. "Fu un shock - racconta –. Il nazismo ti costringeva a fare tante cose, ma non ad arruolarsi come volontaria. E mia madre scelse di farlo".

Ma lo shock più grande fu capire che quasi trent'anni dopo, nel 1971, non se n'era ancora pentita: "Mi fece vedere la sua uniforme: l'aveva conservata per me. Si sentiva ancora una guardiana". "Ero andata da Bologna a Vienna con mio figlio – dice -. Volevo che conoscesse la nonna. Me ne andai con una scusa dopo appena quaranta minuti".

Helga rivedrà la madre solo un'altra volta, nel 1998. Ed anche allora si sentiva ancora una guardiana, il fanatismo che non muore.


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