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Giocare a Birkenau

20 gennaio 2015 | 08:22
Scritto da Walter Fortini
 


La prima volta che sono stato a Birkenau mi sono imbattuto in due giovani cerbiatti che si rincorrevano e giocavano. Proprio davanti alla Juden Rampe, il capolinea da dove scendevano i deportati ebrei quando il treno ancora non entrava all'interno. Un binaio in mezzo al bianco del paesaggio, alle spalle la bocca nera della Porta della morte: quella che i ragazzi quest'anno non potranno vedere, avvolta con teli e tensostrutture per la cerimonia ufficiale della liberazione del campo che si prepara il 27 gennaio. Il binario, la Porta della morte e due cerbiatti appunto. Un'immagine candida in mezzo al ricordo dell'inferno. Tra la neve (che quest'anno non c'è) da dove oggi spuntano case e villette di chi lì è voluto tornare ad abitare. Nonostante tutto.

Anche Andra e Tatiana Bucci, le sorelline dai capelli bianchi scampate ad Auschwitz, finite nel campo a quattro e sei anni, ricordano di essere riuscite a giocare a Birkenau. Con le palle di neve, a mani fredde. Nonostante le cataste di morti tutt'attorno e l'odore acre nell'aria. Nonostante le urla e i latrati dei cani di sottofondo.

Infanzie rubate … ma anche la grande forza di adattamento che a volte un bambino manifesta più di un grande.

Kitty Braun, fiurmana che aveva nove anni quando fu deportata a Ravensbruck in Germania, dal 1947 fiorentina (e cugina di Andra e Tatiana), ricorda di aver festeggiato il compleanno sul treno che la portava al campo di sterminio: con la mamma, il fratellino e il cugino, tutti e due più piccoli di un anno e mezzo. "La mamma scambiò con delle partigiane un farmaco con un uovo e dello zucchero e ci fece uno zabaione per tutti e tre" racconta. "E per me fu davvero una festa: lo dico sinceramente".


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