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I nomi ritrovati

21 gennaio 2015 | 18:58
Scritto da Paolo Ciampi
 


Sfogliano una pagina dietro l'altra di quell'immenso libro, che da solo occupa una sala del nuovo percorso espositivo realizzato ad Auschwitz grazie a Israele e allo Yad Vashem. Cinque metri di carta, un foglio accanto all'altro: dentro nomi, solo nomi. Per essere precisi, il cognome, il nome, l'anno di nascita, il luogo dove la loro vita è stata cancellata. Sono i milioni di nomi delle persone inghiottite dalla macchina dello sterminio.

"Monumento" di carta che desta le stesse emozioni del "monumento" sonoro al memoriale di Berlino, con la sala buia in cui si ripetono senza interruzione i nomi delle vittime.

Quelle pagine i ragazzi toscani non le stanno sfogliando solo per una qualche curiosità - ci sarà anche il mio cognome lì dentro? - o per il movimento che sembra volerci indurre un libro che ci casca sotto gli occhi. Basta poco per capirlo.

In realtà quello che stanno cercando è il deportato che il giorno prima, nella cerimonia di Birkenau, hanno adottato pronunciandone il nome. Uno per uno. Un nome, anche uno solo, ma come una promessa: io non ti dimenticherò.

Sfogliare questo libro, senza che nessuno lo abbia domandato, è come rinnovare la promessa, subito. Sono importanti, i nomi. E' necessario  restituirli alle vittime, è necessario serbarli.

Anche questo è resistere ai carnefici, a coloro che con la vita vogliono sempre portarsi via anche la possibilità di ricordo. Magari lasciandosi accompagnare ancora una volta dalle parole di Primo Levi, su ciò che può rimanere:

"Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli... Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa anche di noi, di noi quali eravamo, rimanga".


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