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I settecento del Treno della memoria nell'incontro con i sopravvissuti

30 gennaio 2013 | 08:33
Scritto da Walter Fortini, Dario Rossi
 


 

 

 

CRACOVIA (Polonia) – Una vecchia penna a pennino da intingere nella bottiglietta di inchiostro Pelikan. Sembra impossibile, ma era con questo strumento, una volta utile per insegnare a fare le aste e poi i primi rudimenti della scrittura alle elementari, che i nazisti, così tecnici, tatuavano ad Auschwitz in modo naturalmente molto doloroso (e poteva essere il contrario?) il numero di matricola degli internati: quello che diventava il nuovo nome, cognome, patronimico, da tenere bene a mente e scattare all'istante, per sopravvivere, appeno uno lo sentiva pronunciato da una guardia o da un kapò.

 

Nell'incontro con i testimoni sopravvissuti che ha concluso gli appuntamenti ufficiali del viaggio del Treno della memoria 2013, in settecento al cinema Kijov dove anche stavolta, per tre ore, non volava una mosca, sono state le due sorelle Tatiana e Andra Bucci. Marcello Martini invece, la staffetta partigiana di Montemurlo in provincia di Prato internata a Mathausen non aveva una tatuaggio sulla pelle. A Mathausen non usava. "Ma quel numero, per 11 mesi diventato il mio nome - aggiunge - lo porto tatuato nella testa. Non si cancellerà mai". E lo ripete più volte, in tedesco: 76430.

 

I testimoni ogni volta che incontrano i ragazzi diventano un fiume in piena. Gli studenti li abbracciano con un caloroso applauso. Ricordare è doloroso: dolore a volte nascosto con un goccio di ironia, l'ironia toscana di Marcello, ed altre volte mostrato senza vergogna con le lacrime: come quando le sorelle Bucci parlano del cugino Sergio che non c'è più, torturato per esperimenti medici ad Amburgo e poi finito appeso ad un gancio da macellaio. Ricordi che non smettono di affiorare nel racconto di chi è scampato e di pugnalare chi ascolta, dopo aver visto per due giorni, dal vivo e per la prima volta, luoghi e strutture del massacro.

 

Del milione e mezzo di morti ad Auschwitz, il numero più alto di questa tragica classifica è certamente rappresentato dagli ebrei provenienti da tutta Europa, soprattutto da quella dell'Est, che sono morti in oltre un milione; ma non si possono scordare gli oltre 20mila tra Rom e Sinti della sezione Bille di Birkenau, trucidati e bruciati dai nazisti in quanto razza inferiore. I Rom chiamano quello sterminio Porrajmos. E poi gli omosessuali che attentavano, come dicevano i nazisti, alla purezza della famiglia diffondendo "questa orribile malattia contagiosa". Così recitava il Paragrafo 175 del codice penale tedesco, che condannava la differenza sessuale. E ancora lo sterminio di chi apparteneva ad altre religioni, come i Testimoni di Geova oppure, altrettanto da non dimenticare, la strage delle "persone non perfette", almeno secondo i canoni di purezza della razza dei nazisti, persone con problemi fisici o psichici.

 

All'incontro hanno così voluto portare la loro testimonianza, di fronte ai settecento del Treno della memoria, anche Demir Mustafà, in rappresentante del popolo Rom e Sinti, ed Emanuele Bambi dell'associazione Gay e Lesbiche. Anche Antonio Ceseri, uno dei sopravvissuti tra i poco noti internati militari italiani, i soldati che non avevano aderito alla Repubblica di Salò restando fedeli al giuramento al re, non ha fatto mancare il suo messaggio di saluto e solidarietà via telefono, pur bloccato a casa da qualche problema di salute.

 

La serata si chiude con la voce e il volto di altri testimoni dello sterminio nazista, grazie alle clip video raccolte dalla Fondazione Museo della deportazione e dell'Olocausto di Figline a Prato. Tra loro c'è Shlomo Venezia, recentemente scomparso: la sua ultima intervista. Shlomo era membro del Sonderkommando del crematorio 2 di Birkenau. Il Sonderkommando, il reparto speciale addetto a ripulire le camere a gas, erano testimoni scomodi destinati ad essere eliminati periodicamente. Lui, tra le altre cose, doveva tagliare i capelli ai morti: perché anche quelli si recuperavano e non venivano tagliati solo ai vivi, utilizzati per tessuti e imbottiture. Shlomo era diventato un implacabile accusatore dei nazisti, soprattutto dopo la scelta di raccontare in un libro la sua incredibile vita.

 

Comunicato stampa collegato:

Fuggire dai lager? Un pensiero lontano. "E la vera liberazione era spesso la morte"

 


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