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I testimoni del 2017

16 gennaio 2017 | 05:00
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE – Dalle baracche non emana il tanfo e l'odore di morte di quei giorni. Non ci sono i latrati dei cani, il tonfo sordo delle percosse gratuite, le raffiche ogni tanto di qualche mitra e le urla, il freddo allora ancora più intenso e le cataste di morti. Ma vedere aiuta, anche se non sarà come provare e sapere cosa è accaduto davvero nei campi di sterminio. Vedere quello che umanamente sembra impossibile che sia accaduto aiuto. E vedere e ascoltare da chi nei campi c'è stato e lo sterminio e le crudeltà del regime nazista l'ha patito sulla propria pelle aiuta ancora di più.

Il treno della memoria è viaggio e testimonianza: questo il filo rosso di quindici anni, dal 2002. Nel 2005 gli studenti toscani che salirono sul Treno della memoria assistettero al racconto di Shlomo Venezia, sopravvissuto dopo esser stato parte del Sonderdkommando, l'unità speciale impiegata nella gestione della camera a gas e dei forni crematori. Erano prigionieri a cui ad Auschwitz e Birkenau veniva chiesto di rimuovere i cadaveri, aggrovigliati, di altri prigionieri. E periodicamente anche loro venivano eliminati, per rimuovere testimoni scomodi.

Ascoltare Shlomo Venezia, unico italiano sopravvissuto al Sonderkommand (solo perché il campo fu liberato prima che arrivasse il suo turno), è un'esperienza che ti cambia, come prestare le orecchie ai ricordi delle sorelle Bucci, sorelline dai capelli bianchi sopravvisute anche loro ad Auschwitz. I ragazzi in tutti questi anni si sono trovati davanti anche chi è stato deportato non perché ebreo ma rom o omosessuale, perché aveva scelto di lottare da partigiano contro nazismo e fascismo oppure perché da soldato, dopo l'8 settembre, rifiutò di giurare e schierarsi con i repubblichini di Salò .

In tutte le edizioni alle spalle non sono mai mancati testimoni diretti dello sterminio nazista. E così sarà anche quest'anno: cinque testimoni diversi, vittime dello stesso incubo e della stessa ferocia di quegli anni di guerra.

Ci saranno ancora le sorelle Andra e Tatiana Bucci, le uniche bambine italiane sopravvissute dopo esser state deportate ad Auschwitz ed essere state scelte dal dottor Mengele come cavie per i propri esperimenti. Fisicamente sul treno all'andata e al ritorno. Per loro è l'ottava volta con i toscani (ed altre volte con altre regioni) e sono un po' diventate le testimonial dell'iniziativa: otto edizioni su dieci. Dopo la guerra, sono tornate la prima volta ad Auschwitz e Birkenau negli anni Novanta. Ma mai avevano avuto il coraggio di entrare nel Museo di Auschwitz: quello con i capelli, le scarpe, i vestiti, le bambole e tanti altri oggetti personali strappati a chi era destinato alle camere a gas. Era troppo doloroso entrarvi, hanno confessato. L'hanno fatto sei anni fa, nel 2011, assieme proprio ai ragazzi toscani.

Con le sorelle Bucci torna anche Marcello Martini, giovane staffetta partigiana della Resistenza toscana a Prato, deportato all'età di quattordici anni a Mauthausen. Arriverà in aereo a Cracovia, dove incontrerà i ragazzi assieme a Vera Michelin Salomon, deportata politica, ventenne quando nel 1943 scelse di partecipare alla resistenza non armata a Roma, lei che proveniva da una famiglia piemontese protestante di ufficiali dell'esercito della salvezza. Vera era già stata con i ragazzi toscani anche nel 2005 e ad Auschwitz  è tornata dopo dieci anni nel 2015.
Il fiorentino Antonio Ceseri sarà presente invece con una testimonianza video. Lui fu uno dei 600 mila militari italiani internati all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, rappresentante di quella che Alessandro Natta ha definito "l'altra Resistenza", sopravvissuto alla strage dei soldati italiani a Treuenbrietzen in Germania.

Sul treno all'andata e a Cracovia ci sarà anche Gilberto Salmoni, genovese,  nuovo all'iniziativa toscana, deportato a quindici anni a Fossoli e poi Buchenwald, assieme al fratello maggiore Renato: tutti e due salvi, mentre i genitori e la sorella moriranno ad Auschwitz, poco giorni dopo il loro arrivo.

LE BIOGRAFIE
Andra e Tatiana Bucci, due bambine ebree ad Auschwitz
Le due sorelle sono figlie di Giovanni Bucci, fiumano cattolico, e di Mira, madre ebrea la cui famiglia, originaria della Bielorussia,, si era trasferita a Fiume per mettersi in salvo dai pogrom zaristi dei primi del Novecento. Nel marzo del 1944 , Andra e Tatiana, che allora avevano 4 e 6 anni, furono deportate ad Auschwitz insieme al cugino Sergio De Simone di 6 anni, dopo due giorni passati alla Risiera di San Saba, lager triestino. Furono scambiate per gemelle e questa fu la loro salvezza in un campo, come quello di Auschwitz, dove su oltre 200 mila bambini deportati poco meno di cinquanta sono sopravvissuti. Il fatto di essere gemelle le fece infatti diventare interessanti per gli studi del dottor Mengele. Vengono liberate il 27 gennaio 1945, il giorno della liberazione del campo di Auschwitz. Il cuginetto Sergio, invece, prelevato dal lager insieme ad altri bambini su autorizzazione di Himmler, viene usato come cavia in orribili esperimenti e poi assassinato nei sotterranei di una scuola di Amburgo. Dopo la liberazione, Andrea e Tatiana, che assai presto avevano perso contatti con la mamma nel periodo della permanenza al campo, furono condotte in un orfanotrofio vicino a Praga, dove restarono fino al marzo 1946. Di seguito, fino a dicembre, furono ospiti di un orfanotrofio inglese, il Weir Courrteney Hostel a Lingfield nel Surrey. Solo grazie ai numeri tatuati, tenuti a mente con amorevole disperazione dalla madre, i genitori e la famiglia riuscirono dopo oltre due anni a rintracciarle, aiutate dal Comitato per i rifugiati ebrei di Londra e dalla Croce Rossa Internazionale. Tatiana e Andra hanno partecipato ai viaggi del Treno della Memoria nel 2004 a Majdanek-Varsavia e nel 2005, 2007, 2009, 2011, 2013 e 2015 ad Auschwitz , trasmettendo ai giovani il ricordo del loro sguardo di bambine nell'inferno di un lager.

Gilberto Salmoni,  adolescente a Buchenwald
Nel 1943 la famiglia Salmoni viveva in fuga, nascosta in una villa di Celle Ligure  di proprietà di alcuni amici, in Liguria. Assieme a Gilberto (classe 1928), il padre, la madre, il nonno e la sorella c'era in quei giorni anche il fratello maggiore Renato, costretto da una visita inaspettata della Gestapo a fuggire da Roma, dove si era nascosto in un convento in attesa di unirsi agli alleati.
I Salmoni, a parte la madre, erano ebrei ed anche antifascisti.  La loro sosta a Celle Ligure non durò però a lungo: l'esercito tedesco si era appostato nei pressi della casa e così la famiglia decise di spostarsi in Piemonte, per poi provare a passare il confine con la Svizzera. Il nonno, troppo anziano, fu invece nascosto in un convento.  I genitori e la sorella Dora trovarono accoglienza a Busalla. Anche Romolo, il marito di Dora che non era ebreo, decise di fuggire per seguire la moglie. Gilberto e Renato si diressero ad Orbassano. Ma quando la famiglia tentò di varcare il confine furono tutti arrestati dalla Milizia della Repubblica di Salò e dopo una notte nel carcere di Bormio, in provincia di Sondrio, furono consegnati alla gendarmeria tedesca e alle SS, trasferiti a Fossoli e subito dopo a Verona, dove furono fatti salire su due treni diversi che separarono i familiari. 
I genitori e la sorella finirono ad Auschwitz e da lì non sono più usciti. La destinazione dei due fratelli fu invece Buchenwald e Gilberto, appena quindicenne, capì subito che avevano la possibilità di salvarsi solo quelli che dichiaravano di essere operai specializzati, i più giovani e i più forti, quelli che riuscivano a lavorare in condizioni disumane. Anche i più fortunati, certo: Gilberto assistette infatti all'impiccagione di quattro prigionieri che avevano tentato di rubare delle patate, subito dopo essere riuscito lui stesso a rubare con successo delle lenticchie.
A Buchenwald la moglie del capo del campo selezionava i prigionieri per farli uccidere. Il 'medico' di dilettava in esperimenti per 'curare' i detenuti omosessuali. Durante la permanenza nel lager Salmoni prese lo scorbuto, mangiò patate crude, divise una tavola cosparsa di paglia con un altro internato. All'interno del campo era stato organizzato un comitato clandestino di resistenza e fu merito proprio dell'azione del comitato se molti prigionieri sopravvissero negli ultimi giorni di prigionia. Anche il fratello di Gilberto ne faceva parte, ma non glielo aveva mai rivelato.  Incalzati dagli alleati, le SS fuggirono infatti da sole. Alla liberazione Buchenwald contava ventimila prigionieri: in quattromila furono ricoverati e un quarto non riuscì a sopravvivere.

Marcello Martini, staffetta partigiana
E' figlio del maggiore Mario Martini, comandante militare del Comitato di Liberazione Nazionale della zona di Prato. Nel 1944 aveva solo quattordici anni ma compiva importanti e pericolose azioni come staffetta partigiana: apparteneva al gruppo Radio Cora con mansioni di informatore. Tutta la sua famiglia era attiva nella Resistenza e il 9 giugno, dopo che il gruppo di Radio Cora fu scoperto e arrestato a Firenze, anche la casa di Montemurlo della famiglia Martini fu circondata dalle SS e tutti i suoi componenti (eccetto il figlio Piero, non presente in quel momento) babbo, mamma, i fratelli Anna e Marcello, catturati. Solo il maggiore Martini riuscì a fuggire. La signora con i due figli fu condotta a Firenze, a Villa Triste, la sede dei terribili interrogatori e delle torture perpetrate dalla famigerata "banda" del fascista repubblichino Mario Carità. Madre e figlia furono rinchiuse nel carcere femminile di Santa Verdiana e successivamente liberate con un audace colpo di mano dei partigiani. Marcello invece fu portato alla prigione delle Murat e, poi, nonostante la giovanissima età, trasferito al campo di transito di Fossoli vicino a Carpi e quindi, con il trasporto del 21 giugno 1944 a Mauthausen. Fu destinato al sottocampo di Wiener Neustadt e assegnato ai Cantieri della Rax Werke per lavorare come "chiodatore" nella costruzione dei battelli fluviali. Dopo essersi gravemente ferito al piede e aver contratto seri dolori reumatici fu trasferito nel campo di Mödling, vicino a Vienna. I circa 1200 deportati di quel campo, tra cui anche Marcello, il 1° aprile 1945 furono incolonnati per il ritorno al "campo madre" di Mathausen. Dovettero subire lo strazio di una marcia estenuante che durò 6 giorni e solo due terzi arrivarono vivi a Mauthausen. Molti altri di quel gruppo morirono anche dopo per fame e per stenti oppure furono uccisi nelle camere a gas perché non più in grado di lavorare. Marcello fortunatamente riuscì a sopravvivere e dopo la liberazione rientrò in Italia dovendo affrontare, a soli quindici anni, lunghe cure di riabilitazione. Si è poi trasferito in Piemonte dove ha lavorato come dirigente di azienda e dove risiede tuttora.

Vera Michelin Salomon, antifascista
Piemontese e figlia di pastori protestanti dell'Esercito della Salvezza, bibliotecaria, Vera nasce a Carema, in provincia di Torino, il 4 novembre 1923. A diciotto anni, in cerca di autonomia e con la voglia di ampliare i propri orizzonti culturali, sceglie di trasferirsi a Roma. E' il 1941. Lavora come segretaria economa in una scuola professionale e inizia a frequentare assieme all'amica e cugina Enrica Filippini-Lera, deportata assieme a lei, circoli e ambienti antifascisti. Dopo l'8 settembre 1943 la scelta dunque è pressoché fatta e Vera, assieme ad Enrica i 'fratelli maggiori', partecipa alla resistenza non armata: in particolare nel Comitato studentesco di agitazione il cui compito era distribuire materiale di propaganda antifascista davanti alle scuole superiori e all'università per impedire lo svolgimento regolare delle lezioni e degli esami accessibili solo ai giovani in grado di presentare l'autorizzazione del costituendo esercito della Repubblica di Salò. Enrica e Vera aderiscono anche alla cellula del Partito comunista di piazza Vittorio. Il 14 febbraio 1944 un commando di SS si presenta in via Buonarroti e arresta tutti i presenti: Paolo Buffa, Paolo Petrucci, Cornelio Michelin-Salomon e le due ragazze, quando arrivano nella casa già presidiata. Tutto il gruppo è trasferito in Via Tasso. Soltanto Vera rimane nella cella femminile per gli interrogatori. Raggiungerà gli altri a Regina Coeli. Il 22 marzo si svolge il processo al gruppo, davanti al Tribunale militare Tedesco: tutti assolti i ragazzi; condannate a tre anni di carcere duro, da scontarsi in Germania, Vera e Enrica. Tornano comunque tutti a Regina Coeli, dove sono testimoni della selezione per la strage delle Fosse Ardeatine: Paolo Petrucci ne rimane vittima, nonostante l'assoluzione ottenuta. Il 24 di aprile Vera e Enrica sono avviate verso la Germania, prima in camion e poi in carro bestiame. Dopo notti e giorni di grande disagio arrivano a Monaco di Baviera dove, dopo una sosta di una notte e un giorno nel campo di Dachau, sono trasferite nella prigione di Stadelheim (Monaco). Trascorso un mese, vengono spostate al Frauen Zuchthaus di Aichach (Alta Baviera), il penitenziario duro femminile dove saranno liberate dalle truppe americane il 29 aprile1945. Arrivano a Milano il 2 giugno. Nel 2009 Vera è stata elette presidente dell'Aned romana, l'associazione degli ex deportati.

Antonio Ceseri, soldato internato
E' nato a Firenze l'8 Gennaio 1924 da una famiglia con tradizioni antifasciste. Nel 1942 rispose alla chiamata alle armi nella Marina Militare. Fu di stanza prima a Pola e poi all'Arsenale di Venezia, dove fu sorpreso dalla notizia dell'armistizio l'8 settembre 1943. Il 9 settembre fu arrestato dai soldati tedeschi che occuparono l'Arsenale e incarcerato nella caserma di Mestre. Due giorni dopo, l'11 settembre, fu portato alla stazione della città e, stipato con i suoi compagni di reggimento in carri bestiame, trasportato al campo di lavoro di Hannover, dove arrivò dopo cinque giorni di viaggio. Durante il primo periodo di detenzione, Ceseri e gli altri internati militari non subirono particolari maltrattamenti e poterono contare anche su una regolare distribuzione del rancio. La situazione dei prigionieri mutò rapidamente verso la fine del settembre 1943, dopo che fu proposto loro di lasciare il campo in cambio dell'arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana o nelle file dell'esercito nazista. Ceseri, così come altre migliaia di uomini nelle sue stesse condizioni, non accettò l'offerta e fu trasportato in un campo nei pressi di Treuenbrietzen, a circa settanta chilometri da Berlino. Il campo era circondato da filo spinato e i prigionieri erano sorvegliati costantemente: in un primo momento da militari della Wehrmacht, successivamente dalle SS. In questo campo la vita dei reclusi peggiorò notevolmente, sia a causa del poco cibo distribuito che del duro lavoro da svolgere in massacranti turni di dodici ore consecutive (una settimana di giorno, una di notte). Gli internati, inoltre, dovettero subire continue angherie perpetrate dai capisquadra civili addetti al controllo del loro lavoro, che divennero meno aggressivi soltanto con l'avvicinarsi della fine della guerra. La vita dei prigionieri non subì particolari cambiamenti fino al 21 Aprile 1945, giorno in cui il campo venne liberato dalle truppe sovietiche che avanzavano da est. In poco tempo, però, i nazisti riuscirono a riprendere il controllo della zona e tornarono immediatamente al campo, costringendo i detenuti ad abbandonarlo e a incolonnarsi verso una cava di sabbia poco distante. Quando la colonna arrivò all'altezza di un ponte ferroviario i nazisti salirono sui lati della strada, che era costeggiata da un terrapieno, e cominciarono a sparare dall'alto verso il basso, allo scopo di uccidere tutti i prigionieri. Quel giorno morirono 127 internati militari italiani. Riuscirono a scampare all'eccidio, riparandosi sotto i corpi trucidati dei compagni e completamente ricoperti di terra, soltanto quattro uomini. Tra di loro c'era anche Antonio Ceseri. Nei mesi successivi Ceseri e gli altri pochi superstiti del massacro di Treuenbrietzen procedettero all'identificazione dei caduti, svolgendo un formidabile lavoro per ricostruire una delle pagine più tristi della storia dei militari italiani internati nei lager tedeschi.


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