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Il bosco delle betulle

20 gennaio 2015 | 08:20
Scritto da Walter Fortini
 


Nelle baracche di Birkenau, avvolte d'inverno spesso dal bianco ma non quest'anno che è tutta una distesa verde, c'è pace. E' la pace dei campi senza fine tutt'attorno, mille sfumature di verde che abbagliano e un terreno  di fango appicoso che sembra colla. Ma non c'è pace nell'anima di chi visita le baracche. E le guide parlano sottovoce, quasi a voler rispettare i morti che le hanno abitate.

Birkenau, il bosco delle betulle, con quel suo nome avrebbe potuto essere il paese di una fiaba. Il toponimo suona così, leggero e bucolico, a tedeschi e polacchi: Birkenau per i primi, Brzezinka per i secondi. Letteralmente "bosco delle betutlle", appunto. E c'è ancora il bosco, almeno una parte. Ma la parola e il toponimo oggi si piega ad altri ricordi, altri significati. E Birkenau, con i suoi sette villaggi allora rasi al suolo per far posto al più grande lager nazista, è diventato il luogo degli orrori

E' la vastità che per prima ti colpisce. Cammini e non vedi la fine, da una parte e dall'altra. Birkenau, progettato per ospitare fino a 200 mila persone alla volta, si estende come 350 campi da calcio. Con Auschwitz, Monowitz e i sottocampi si arrivava addirittura a quaranta chilometri quadrati. Baracche di cui in molti casi rimangono oggi solo i resti delle stufe e dei camini costruiti con i classici mattoni rossi. Baracche divisi in settori tra cui non era possibile comunicare. 

Birkenau era il campo del dottor Mengele, l'angelo della morte, il medico che si divertiva (e non fu il solo) a fare esperimenti su prigionieri ed anche su bambini.

Birkenau era il campo anche, come raccontano le guide, di Luigi Ferri, un bambino di 12 anni, sopravvissuto anche lui e che sembra aver ispirato "La vita è bella" di Benigni. Riuscì a salvarsi aiutato appunto dai deportati che lo nascosero per qualche mese tra di loro, impedendo che venisse subito ucciso.

Tutto è silenzio, sempre. Mancano i rumori sordi di colpi e botte dispensati spesso  senza motivo, non ci sono le raffiche dei mitra, l'abbaiare dei cani o il pianto dei bambini strappati alle mamme. Puoi  solo immaginarli. Ma è un silenzio altrettanto angosciante, che ti prende appena varchi la ‘porta della morte' all'inizio del campo ed entri nell'inferno di Birkenau.

Ti imbatti in stalle per cavalli trasformate in baracche dove venivano stipate fino a 700 persone in letti a castelli a tre piani con un giaciglio di paglia. Ti spiegano che i regolamenti prevedevano che ogni prigione fosse dotata di stufe. Ma non c'era scritto da nessuno parte che le stufe dovessero però essere accese e così, nelle baracche, le stufe c'erano ma mancava il carbone per accenderle il più delle volte.

Ti imbatti in apparenti gesti di umanità, come quando da un certo momento in poi i tedeschi decisero di costruire latrine e bagni: bagni addirittura interni alle baracche, per i bambini. Ma il motivo in verità era che i detenuti abili morivano troppo velocemente, mettendo a rischio la produzione industriale, e le epidemie che potevano scoppiare per le misere condizioni igieniche rischiavano di mettere a rischio la vita degli stessi soldati.

Scopri anche che nei campi di sterminio c'erano le scuole, per i più piccoli. A Birkenau c'era. Ma molti di quelli stessi bambini, dopo meno di sei mesi, venivano passati per le camere a gas o annegati in una pozza d'acqua. Oppure impiccati, nel giorno del compleanno di Hitler.

E scopri che chi veniva indirizzato alle camere a gas veniva caricato su camion con il simbolo della Croce Rossa: ultimo sadico inganno, per salvare le apparenze ma soprattutto per evitare sommosse e ribellioni. Perchè tutto nei campi era calcolato in maniera precisa.


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