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Il presidente Rossi a Repubblica: "No all'immunità"

2 luglio 2014 | 09:06
Scritto da Redazione
 


FIRENZE - "No all'immunità: su questo non sono d'accordo col mio partito". Lo afferma Enrico Rossi in un'intervista rilasciata a Simona Poli e pubblicata oggi da Repubblica. Di seguito il testo integrale dell'intervista.
 
"Io governatore dico no: la tutela è giusta solo per i reati d'opinione"
(intervista di Simona Poli)
 
«Io l'immunità non la voglio. Mi dispiace ma su questo non sono d'accordo». Il presidente della Toscana Enrico Rossi, del Pd, bacchetta il suo partito. Anche Rossi, se la riforma andasse in porto oggi, farebbe parte del nuovo "Senato delle Regioni" ma non vorrebbe entrarci da «privilegiato».
 
Perché è contrario all'immunità?
«Perché in questo modo diamo l'idea di essere davvero una casta chiusa, questa storia non mi convince e non mi piace, è un errore. Non ho mai capito, peraltro, per quale motivo chi è eletto negli enti locali e nelle Regioni non debba avere questa forma di tutela, che invece spetta ai parlamentari. In ogni caso il nuovo Senato sarà una cosa diversa dalla Camera, quindi niente immunità».
 
In nessun caso?
«Potrei capire la tutela delle opinioni, in quel caso è giusto mantenere l'immunità. Ma non certo per le intercettazioni».
 
Le intercettazioni non sono il tallone d'Achille dei politici?
«Nel mio caso non direi. A me sono sempre servite per dimostrare la mia correttezza, a parte qualche espressione colorita che mi sono lasciato scappare per telefono e che ho visto poi scritta sui giornali. Ma non ho niente da temere e non mi interessa se mi mettono il cellulare sotto controllo. Su questa materia mi trovo perfettamente d'accordo conquanto diceva il vostro collega Giuseppe D'Avanzo: proteggere la privacy è un dovere così come impedire la pubblicazione di ciò che non è utile alle indagini. Per il resto però nessuna tutela, anzi. Un uomo politico deve essere trasparente e controllabile».
 
Il Pd insomma sta sbagliando rotta.
«Secondo me sì, l'immunità va cancellata, è un errore che rischia di mettere in cattiva luce un personale politico che già gode di scarsa fiducia e di etichettare in un certo modo persone che nel nuovo Senato si incontreranno per discutere le politiche regionali ed esprimere pareri sugli atti del governo. La grandezza di questa riforma sta nel portare i territori dentro lo Stato e farli contare molto di più di quanto oggi non faccia la conferenza Stato-Regioni. Appiccicarci addosso l'immunità come un marchio del privilegio di casta sarebbe sbagliato».
 
Alcuni senatori del suo partito contestano altre parti della riforma e chiedono che una quota di senatori sia eletta.
«Non sono d'accordo, il monocameralismo è un proposta che stava nella storia della sinistra, ne parlò persino Berlinguer. Dico questo per rispondere a chi parla del pericolo di una svolta autoritaria. Credo invece che l'elezione indiretta affidata ai consigli regionali sia la strada giusta. Queste riforme hanno a che fare con aspetti di coscienza comprensibili ma alla fine bisogna decidere, non possiamo fallire ancora. Direi però che c'è bisogno di una discussione più profonda se si vuole arrivare ad un'ampia riforma dello Stato e lo metta in condizione di ristrutturare la propria organizzazione in periferia e controllare davvero cosa fanno le Regioni».

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