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La neve di Auschwitz si scioglie in lacrime. Compito più difficile: 'Raccontarlo domani a mia nipote'

31 gennaio 2013 | 10:34
Scritto da Walter Fortini
 


PADOVA - Il treno corre verso Firenze. La nebbia prende il posto della neve e i ragazzi toscani, come era stato per tutta la sera prima, fanno avanti e indietro per salutare Tatiana ed Andra Bucci, instancabili testimoni degli orrori di Birkenau ed Auschwitz. Gli studenti hanno in mano il libro che racconta la loro storia. Nel vagone si entra a stento. Chiedono alle sorelle di appuntare sopra al libro un pensiero, una frase. Anche all'andata era stato lo stesso. Ma i volti dei ragazzi sono ora diversi. La riprova arriva dalla schermo di un computer, dove scorrono le interviste fatte il primo giorno, prima di arrivare ad Auschwitz e Birkenau. "Riuscirete mai a perdonare?", chiede ancora qualcuno alle sorelle. In tanti glielo hanno chiesto in cinque giorni. "No", ammette una delle due. "La vita certo va avanti. Ma per un sopravvissuto che ha visto tanto orrore è difficile perdonare". Anche Shlomo Venezia diceva lo stesso. Due giornaliste del Washington Post, che faranno un reportage sul treno e sulle due sopravvissute, prendono appunti.

 

 

Prima di arrivare a Padova, dove scendono (Andra abita lì), le sorelle triestine vogliono salutare tutti e la loro voce corre sugli altoparlanti del treno. "Shalom". "Siete meravigliosi, ci avete emozionato. Senza di voi non sarebbe stato lo stesso". "Spero che vi ricorderete di tutto quello che avete visto, vissuto e sentito, di questo viaggio faticoso e non certo gioioso. Magari non subito, nel tempo". Perché ad Auschwitz, come ha detto qualcuno in questi giorni, c'era ancora la neve, quella che cantava Guccini. Nel mondo c'è ancora la neve; e tuona il cannone e sale lento il vento, ieri come oggi. Per questo vedere e testimoniare è importante. Linda, pisana, scrive su twitter: "Domani sera il compito più importante, raccontare a mia nipote di nove anni dove sono stata". L'insegnamento del viaggio: essere curiosi e pensare con la propria testa,  invece di seguire passivamente le idee di un capo carismatico. Qualunque siano.

 

Il treno si ferma. Sono le undici. L'ultimo saluto è veloce, perché i finestrini del treno quest'anno non si possono aprire. Una ragazza regala ad Andra un braccialetto. Il viaggio è finito. Anzi no, continuerà a casa.

 

Non prima però di un fuori programma. Ad accogliere infatti i ragazzi alla stazione di Firenze c'è Antonio Ceseri, 89 anni, il soldato che assieme ad altri 600 mila militari italiani in tutto il paese (e 40 mila in Toscana) disse di no ai tedeschi dopo l'armistizio del 1943. Fu deportato vicino a Berlino. Erano in 130 e dopo un'esecuzione sommaria da parte dei tedeschi, in ritirata, si salvarono appena in tre, protetti dai corpi dei compagni caduti addosso. Due anni fa aveva raccontato per la prima volta la sua storia ai ragazzi toscani. Qualche acciacco l'aveva stavolta costretto a rimanere a casa. Ma almeno all'arrivo a Firenze non voleva mancare.

 


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