Salta al contenuto

La storia di Marcello Martini, partigiano adolescente finito in un lager

22 gennaio 2015 | 09:26
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - Nonostante tutto non ha perso il gusto per la battuta e l'ironia. Neanche il sorriso ha perso, un bel sorriso. Sarà per la sua indole toscana,  anche se dopo la guerra quasi tutto il resto della sua vita l'ha passato nei dintorni di Torino in Piemonte, una laurea in chimica e una professione da dirigente d'azienda. Eppure la storia che racconta Marcello Martini, classe 1930, è sicuramente tragica e il tempo non ha cancellato dolore e ricordi. In quel golgota di fango e barbarie che era un lager,  anche quelli per i deportati politici, poteva rimanere affogato come molti altri. Mille e seicentotrentadue campi in tutta Europa c'erano. Ne è uscito vivo. Ricorda. Ammonisce. Ma sorride.  E nonostante gli acciacchi dell'età gira le scuole, le librerie e i palazzetti dello sport come quello di Firenze per raccontare quello che è stato. Ai ragazzi  toscani a Cracovia e a molti altri.
 
"Nell'Italia fascista il Duce aveva sempre ragione – ricorda -, mentre in Germania i tedeschi si era abituati ad un'accettazione senza critica della burocrazia, che secondo alcuni permise una più facile affermazione del nazismo. A scuola in Italia a sei anni già si riceveva la tessera del partito fascista. Il sabato si doveva indossare la divisa da Balilla e dopo tre assenze, di sabato, ripetevi l'anno. Da bambino, in fondo ero anche orgoglioso – sorride – di essere un balilla moschettiere. Sui libri non si parlava della rivoluzione francese, come se non fosse mai successa, e i giornali non parlavano mai di cronaca nera".
 
Marcello veniva da una famiglia repubblicana e antifascista. Il padre era stato comandante di un battaglione di giovani che, dopo l'8 settembre, rimandò a casa salvandoli dalla deportazione. Divenne subito dopo il responsabile militare a Prato per il Comitato di liberazione nazionale e Marcello si ritrovò partigiano, per poche settimane, o meglio staffetta partigiana di viveri e notizie, quelle di Radio Londra e quelle battute a partire da febbraio 1944 da Radio Cora nel capoluogo toscano. Aveva quattordici anni. Fu catturato il 9 giugno a Montemurlo, dove la famiglia era sfollata, due giorni dopo l'arresto dell'intero gruppo partigiano di Radio Cora. Fu portato a Firenze a Villa Triste, in via Bolognese dove la milizia fascista interrogava e spesso torturava i prigionieri, poi alle Murate, il carcere della città,   quindi trasferito al campo di smistamento di Fossoli e il 21 giugno a Mauthausen in Austria e da lì nei sottocampi di Wiener Neustadt e Hinterbruhl, a costruire prima battelli fluviali dal fondo piatto, tender per locomotive e poi assemblare fusoliere e equipaggiamenti elettrici dei primi aerei a reazione. Fu liberato il 5 maggio 1945 dagli americani, dieci mesi dopo. Quattro mesi oltre la vita media all'interno di un lager.
 
"Era tutto attentamente calcolato – racconta Martini -. Nei campi si sopravviveva in genere dai tre ai nove mesi. La media era di sei e io sono stato molto fortunato, più volte. Un prigioniero doveva rendere almeno 250 marchi, dopo i primi tre mesi". Altrimenti il pezzo veniva 'sostituito'. "Come ha ben ricostruito un economista inglese, fu il più grosso business del Novecento.   I deportati erano veri e propri schiavi affittati alle aziende. Per le Ss furono un fiume di denaro che, assieme a tonnellate di ora rubate soprattutto agli ebrei,  finirono nelle tasche di molti ufficiali e, per il tramite dello Ior vaticano, in Argentina, Brasile e Svizzera, paradisi fiscali di allora. Ma fu un affare anche per gli industriali tedeschi – rincara –, aziende che ancora esistono, come la Siemens, Volkwagen, Dkv ed altre ancora, a cui quella manodopera costretta al lavoro coatto costava il 20 per cento di un operaio tedesco, senza diritti, sottoposti a turni massacranti, senza cassa malattia e senza ferie e pensione". Assieme agli altri, italiani, rastrellati nell'ultima fase della guerra per strada e "liberi di andare a lavorare in Germania, ufficialmente liberi ma  con un mitra puntato alla schiena".  
 
In quell'inferno Marcello si ritrovò catapultato subito dopo la cattura. Quando i tedeschi arrivarono nella cascina di Montemurlo, quasi tutta la sua famiglia era lì. C'era anche un paracadutista, Franco. Mancava solo il fratello di Marcello, Piero, che era rimasto a Cerreto. Una fortuna. Il padre Mario, sfidando i mitra della Ss, riuscì nella fuga impossibile. Anche Marcello ad un certo punto ebbe la possibilità di scappare, ma tornò verso l'aia per non lasciare sole la madre e la sorella. Lui fu spedito a Fossoli. Loro rimasero alla Murate, liberate successivamente da un'azione partigiana prima dell'arrivo degli alleati. 
 
Arrivò a Mauthausen e lì diventò un 'pezzo numerato', il pezzo numero 76430 ben stampato sulla striscia di lamiera sotto il triangolo rosso appuntato sulla giacca, quello dei deportati politici, che gli stessi dovevano cucirsi addosso, la divisa non troppo spessa e un paio di zoccoli in legno, ricevuti dopo una doccia calda, una fredda ed essere stati completamente rasati.  
Martini l'ha già raccontato un'altra volta. Era difficile ribellarsi o organizzare una qualche forma di Resistenza all'interno di un campo dove si parlavano venticinque lingue diverse, dove si pativa la fame e dove si era pronti a vendersi la madre per una scodella di zuppa in più, per sopravvivere. Difficile, anche se i reclusi erano molti di più delle guardie. "Certo – racconta – qualche tentativo di fuga c'è stato. Accadde sul treno, durante un trasferimento. Ne scapparono otto. I tedeschi minacciavano una decimazione per ogni fuggitivo. Furono tutti ripresi". "Ma in genere - conclude - si faceva la fila davanti alla camera a gas, ordinati, sapendo di morire". Poi scherza: "Non ero Rambo: non avevo ancora visto il film e non sapevo come si faceva". 
 
"Eppure – dice - si formò un gruppo internazionale di pochi fidati e scelto che quando le SS abbandonarono Mauthausen, si armarono e presidiarono il lager, che era una fortezza in cima alla collina. Un presidio necessario, perché la guerra ancora non era finita, i tedeschi potevano tornare ed anche uscire, nei primi giorni di sbandamento, era pericoloso". 
 
Di quei dieci mesi di prigionia sono tante le storie. "Storie di botte – dice -, tante". Storie anche di solidarietà, come quando per un piede bruciato riuscì a starsene due mesi in infermeria. Storie anche di fortuna.  "A Hinterbrul – ricorda - si lavorava una settimana di giorno e una di notte. Turni di dodici ore. Ma quando toccava il turno di notte non si dormiva mai, perché alle 10 suonava l'allarme e ci facevano scendere nelle gallerie, non per salvare la vita a noi ma per non far vedere che il campo, che poi era una fabbrica, abitato".  "Una volta durante il turno mi addormentai. Montavo le plance degli aerei. Poteva essere interpretato come sabotaggio e si finiva impiccati. Ma evidentemente – sorride e scherza - ero talmente ridicolo o il sergente delle SS era ubriaco che mi diede solo uno scrollone e se ne andò via ridendo".
 
L'episodio che più di altri mette in evidenza la gratuità delle violenze subite, anche solo per far tornare un numero, rimane quella dell'ultima marcia a piedi da Hinterbruhl di nuovo a Mauthausen, 230 chilometri a piedi. "Il 1 aprile – racconta Marcello – ci inquadrarono, ci dettero una pagnotta a testa e ci dissero di prendere la coperta. Eravamo ottocento. Cinquanta prigionieri che erano in infermeria e non potevano camminare furono uccisi con una puntura di benzina al cuore". Se il 27 gennaio Auschwitz era infatti già stata liberata, a Mauthausen (e in molti altri campi) tutto ancora funzionava come prima, camere a gas e forni crematori compresi, fino al 2 maggio 1945. "Si cominciò a zoccolare per le strade – ricorda -, a salire e scendere. Una marcia infernale. Di notte si dormiva nel primo campo aperto che trovavamo all'imbrunire, in mezzo al fango perché piovve tutta la settimana. Chi barcollava, cadeva o rimaneva indietro veniva giustiziato. Ad un russo che era distante da me venti centimetri e si era appoggiato sulle mie spalle hanno sparato alla nuca". Morirono in almeno duecento. "Una mattina – prosegue – l'appello sembrava non finire mai. Ci ricontavano e ricontavano: c'erano cinque persone in più rispetto al numero annotato la sera. Gli ufficiali delle SS discussero e poi presero la decisione: tirarono fuori dal gruppo cinque a caso e li uccisero, perché i conti dovevano sempre tornare alla perfezione".  "Può sembrare una mostruosità – si sofferma -, ma per quei soldati era il naturale ossequio alla mentalità imperante, la soddisfazione di aver compiuto un lavoro". Come quando si gasavano migliaia di persone.  "Si divertirono, l'ultima notte, anche a farci correre al buio e precipitare dentro un buco nel terreno, tipo tronco rovesciato di cono, largo un centinaio di metri. E chi cadde per primo morì schiacciato dagli altri. Chi non era morto, fu finito con un colpo di pistola".
 
Il 5 maggio Mauthausen fu liberato. Martini se tornò a casa, ma non fu un ritorno facile. Sembrerà assurdo, ma dopo tante violenze subite, "dopo un anno a doversi guardare sempre le spalle contando solo su due o tre amici fidati", l'affetto di cui ero circondato gli faceva paura. "Era strano per me che qualcuno mi potesse amare in modo disinteressato – dice – e anche quando la mamma si avvicinava per darmi una carezza, la mia reazione naturale era quella di proteggermi il volto con le  braccia. Una mano alzata in aria oramai voleva dare botte sicure per me". Ci volle tempo per abituarsi. Ed era difficile naturalmente anche raccontare e ricordare. "C'era il pericolo di non essere creduti – ammette – . Quando tornai a scuola il direttore del liceo scientifico seppe dalla mia mamma, insegnante anche lei, delle peripezie che avevo subito e che per quasi due anni non aveva frequentato la scuola e quasi non sapevo più neanche scrivere. Stette a sentire e poi concluse: "ma se non ha seguito un corso regolare di studi, qualcosa avrà sicuramente letto nella biblioteca del carcere. In fondo anche le prime duemila copie di "Se questo è un uomo" di Primo Levi, all'inizio degli anni Cinquanta, rimasero invendute, nonostante il capolavoro che il libro era".  Amara realtà. 

  • Condividi
  • Condividi
Contenuto Web

facebook

facebook