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Le due bambine sopravvissute ad Auschwitz. La storia di Andra e Tatiana

22 gennaio 2015 | 17:27
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - Andra Bucci aveva quattro anni quando il 29 marzo 1944 fu caricata sul convoglio 25T diretto ad Auschwitz. Il viaggio durò forse sei giorni e all'arrivo le venne tatuato sul braccio il numero 76483. Tatiana, la sorella che allora quasi sembrava una gemella – incredibile la somiglianza in una foto assieme al cuginetto Simone di sei anni scattata pochi mesi prima della deportazione: i capelli neri ordinati, un cappellino in testa forse realizzato dalla zia, gli occhi vispi e e curiosi e due eleganti cappottini cuciti magari dalla mamma - di anni allora ne aveva sei. A lei fu tatuato il numero 76484. Tutte e due furono liberate il 27 gennaio 1945.

"Mi ricordo ancora quei soldati (i russi ndr) – raccontano -. Avevano una divisa diversa dai tedeschi. Ci ha colpito in particolare la stella rossa che avevano sul berretto. E distribuivano panini con il salame".

>>>> A colloquio con Sergio Zavoli (video intervista 2007)

 

 

Andra e Tatiana sono le sorelline dai capelli bianchi sopravvissute a Birkenau. Due dei pochi bambini usciti vivi da quella voragine che è stato l'Olocausto. L'essere scambiate per gemelle fu la loro salvezza in un campo, come quello di Auschwitz, dove su oltre duecentomila bambini deportati poco meno di cinquanta sono sopravvissuti. Il fatto di essere gemelle le fece infatti diventare interessanti per gli studi del terribile dottor Mengele.

Vivono tra Padova, gli Stati Uniti dove abitano le figlie e Bruxelles dove vive Titiana. Ma tanti mesi li passano con i ragazzi di tutta Italia.

La loro storia è quasi un miracolo. Ma è anche la prova vivente di chi per anni voleva negare che nei lager fossero stati deportati anche bambini e neonati, che quasi sempre all'arrivo erano passati direttamente nelle camere a gas. Selezionati assieme a malati e anziani e fatti salire - ultimo inganno o forse solo stratagemma per ridurre al minimo il rischio di sommosse – su un camion con il simbolo della Croce Rossa sul fianco.

"Successe anche alla nonna - ricordano ancora Tatiana e Andra -. Noi fummo mandate a destra, a piedi: con il cuginetto Sergio (non sopravvissuto alla deportazione ndr), mamma Mira e la zia Gisella. La nonna a sinistra fu fatta salire su un camion". Con la figlia maggiore Sonia. Era il 4 aprile e la notte stessa i tre bambini furono separati dalle mamme e spediti al blocco 10: un edificio in muratura e non una baracca in legno come molte altre nel campo.

Andra e Tatiana sono un po' le testimonial del treno della memoria toscano. Su nove edizioni, dal 2002 quando il treno è partito la prima volta, ci sono salite ben sette volte. E altre cinque volte hanno incontrato i ragazzi toscani a Firenze nel giorno della memoria, diecimilia adolescenti delle superiori in un palazzetto dello sport dove non volava una mosca.

Erano figlie di una sarta ebrea, Mira Perlow e di Giovanni Bucci, cattolico. Una famiglia modesta, originaria della Bielorussia, da lì fuggita per mettersi in salvo dai pogrom zaristi dei primi del Novecento. Vivevano a Fiume ma, nonostante le precauzioni, la famiglia fu denunciata da un vicino. La zia Gisella era diventata addirittura cattolica sposando il marito Edoardo: il figlio Sergio era stato battezzato. Ma non valse a niente. In blocco furono trasferiti al campo di San Sabba a Trieste e di lì a poco ad Auschwitz. "Del lager oggi ricordiamo soprattutto il freddo – dicono -. Nell'aria c'era polvere e odore di cadaveri" ricorda la più piccola.

Nella loro baracca c'erano una cinquantina di bambini. Letti a castello, uno per ogni piccolo. Un trattamento migliore rispetto a quello riservato ai grandi, costretti a dividere anche il giaciglio per dormire. Al centro una stufa a legna. E nessun giocattolo. "D'inverno giocavano a palle di neve, senza guanti. Era il nostro unico divertimento" spiega Liliana. A sorvegliarli una capoblocco.

"Il vivere nel lager, l'essere deportati in quanto ebrei, era diventata la cosa più naturale di questo mondo" confessa Tatiana. "Eravamo ebree. E come tali – ricordano – pensavamo che l'essere rinchiuse in un lager fosse qualcosa di scontato". "Dopo un po' - continua una delle due - scatta un meccanismo di difesa: nei bambini come negli adulti. E non ci rendevamo conto di quello che accadeva". "Certo – spiega meglio – nessuno aveva una parola di affetto, nessuno ci rimboccava le coperte. Per un bambino è terribile. Ma il lager era diventata la nostra casa, come le cataste di morti che si vedevano attorno. E poi, si sa, i bambini si distraggono con niente".

"Non mi ricordo mai di aver pianto" dice Andra. Non piansero quando furono tatuate: un numero fatto di tanti puntini incisi con un pennino. Non piansero quando non videro più la mamma. Ad un certo punto la madre venne trasferita in un altro campo. "La credevamo morta. Veniva a trovarci tutte le sere, a suo rischio. Un giorno non la vedemmo più -­ raccontano - E neppure piangemmo. La mamma è morta punto e a capo la vita continua". Un'assenza di lacrime che oggi fa loro ancora male.

"Non saprei dare una faccia a chi erano con noi al campo, a parte noi e il cuginetto Sergio - proseguono - Forse all'inizio solo noi parlavamo italiano. Vedo bambini intorno a me, ma non ricordo i loro volti" dicono rispondendo alle domande, ogni volta. Senza mai stancarsi. "Vedo le ombre e non i volti. Vedo un lager vuoto e cumuli di morti". I bambini non avevano gli appelli quotidiani. "Si vegetava – raccontano Andra e Tatiana - Giocavamo all'appello perché lo vedevamo fare agli adulti ed eravamo anche relativamente liberi di girare in una certa area". "Il campo era grande – dice Andra – vedevo comunque il camino e il fumo che ne usciva"

 

 

 


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Tag: interviste
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