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Luoghi e nonluoghi

21 gennaio 2015 | 17:55
Scritto da Walter Fortini
 


Un antropologo e sociologo francese, Marc Augè, ha inventato una decina di anni fa il concetto di nonluogo, scritto proprio così, tutto attaccato. 
 
Il suo era un ragionamento sulla modernità e precarietà dei tempi che viviamo, sull'individualismo che ci contraddistingue e la vita frenetica che ci infliggiamo, a contatto con centinaia e migliaia di persone ogni giorno senza che di fatto con quelle persone riusciamo a stabilire una vera relazione.
 
I nonluoghi di Augè sono gli aeroporti, le autostrade, i centri commerciali ma anche i campi profughi: luoghi di passaggio, o almeno pensati come tali. Tutti vi transitano ma nessuno vi abita davvero. Luoghi dove si vive il presente, senza futuro e senza storia.
 
Auschwitz, Birkenau e gli altri campi di sterminio possono essere considerati, a loro modo, dei nonluoghi. Dove le giornate scorrevano via tutte uguali. Dove quel che conta è l'ora e l'orizzonte del domani svanisce. Dove centinaia di migliaia di persone vivevano insieme, alcune si incrociano solo per pochi attimi o giorni, altre condividono per mesi lo stesso destino, ma l'altro spesso è solo un' ombra, ha i contorni del viso sfocati, non si imprime nella memoria e spesso non ha neppure un
nome.
 
Ma Auschwitz, Birkenau e gli altri campi di sterminio sono oggi anche (e sopratutto) dei luoghi. Essere oggi ad Auschwitz o a Birkeanu, passare di baracca in baracca, calpestare quell'erba che si perde all'infinito, ti costringe a spostarti con tutto te stesso. Ti obbliga a guardarti dentro.
 
Quello che un nonluogo certo non fa. 

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