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Musei o lapidi

25 gennaio 2017 | 18:01
Scritto da Walter Fortini
 


E' un tema di discussione aperto. Cosa aiuta di più la memoria nel suo passaggio di testimone? E' meglio un museo che prova a preservare tutto come era come ad Auschwitz – il filo spinato e le baracche, i fusti usati per le camere a gas, le bambole, le valigie e perfino i giocattoli – oppure è preferibile una dimensione simbolica o immateriale? Una lapide ad esempio, oppure un'opera d'arte o di architettura. Un'opera magari anche come il memoriale italiano di Auschwitz, che nel museo polacco non c'è più da due anni e che Firenze ha scelto di accogliere e presto avrà la sua nuova casa.

La risposta se sia meglio l'uno o l'altro forse non c'è. A volte è anche semplicemente una scelta obbligata, perché di alcuni campi non è rimasto nulla o quasi. Come a Treblinka o a Belzec.

Il direttore del museo di Auschwitz non ha dubbi al riguardo. "Finchè posso – raccontava in un'intervista pubblicata anche su un quotidiano italiano poche settimane fa – preserverò gli oggetti". 

Dicono già molto quegli oggetti. Ti scuotono dentro.  Ad Auschwitz mancano però le storie delle sue vittime. Sì ci sono le foto, che già aggiungono un volto a numeri che danno il capogiro. E non è poco.  Ma le storie sono molto di più. E a questo ci pensano, oltre ai libri (quelli che vi abbiamo suggerito ed altri ancora), iniziative come il treno della memoria o il giorno della memoria toscano, con i reduci e sopravvissuti pronti ad offrire con generosità le loro storie testimonianze. Come anche oggi al cinema Kijow di Cracovia. Oppure semplicemente con un nome (di un deportato) custodito fin dalla partenza da ciascun ragazzo. 


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