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Prima dei lager: "La barca è troppo piena". E il mondo chiuse la porta ai profughi

25 gennaio 2017 | 17:06
Scritto da Walter Fortini
 


OSWIECIM - Nessun accordo sulle quote e tutti a casa, rimpatriati. Abbandonati. Penserete ai profughi della Siria o ai migranti dal Nord Africa. Penserete in ogni caso all'oggi. E invece no.  Quello che la guida di Auschwitz racconta accadeva nel 1938. Ma se la mente ha fatto un salto in avanti di settanta anni, se avete pensato al mondo che vi circonda, uno degli ingranaggi che il treno della memoria deve smuovere si è già messo in movimento.

Auschwitz e Birkenau non sono solo un museo. Sarebbe come dire che tutto questo riguarda solo il passato mentre, si sa, la memoria, se è tale, è una promessa e anche un varco verso il futuro. Italo Calvino una volta lo disse in un modo splendido: "La memoria conta solo se tiene insieme l'impronta del passato e il progetto del futuro, se permette di diventare senza smettere di essere e di essere senza smettere di diventare". Parole che Michele Andreola, una delle sole due guide italiane di Auschwitz (l'altra è mezza spagnola), completa in modo altrettanto perfetto. E si capisce subito che è una persona che non è qui solo per un lavoro come un altro in un museo.

E' lui che rievoca quel mancato accordo sulle quote e il destino forse allora già segnato di tanti profughi, non oggi ma settanta anni fa. Parla della conferenza di Evian, che si riunì nel 1938 nella nota località termale francese: lì nacque il diritto dei rifugiati ma di fatto la conferenza voluta dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt e dalla Società delle Nazioni, che era l'Onu di allora, si chiuse con un nulla di fatto. "La barca è troppo piena" rispose il mondo (quasi tutto) agli ebrei che già scappavano dalla Germania.

Citare Evian non è sfoggio di cultura. Michele sa che bisogna tenere assieme, sempre, presente e passato.  Che si deve attualizzarlo. E lo fa capire ai ragazzi mentre li guida nei campi e li porta avanti e indietro nel film della storia. Una nave, tedesca, arrivò fino anche in America prima del 1938, carica di oppositori  politici e persone che il terzo Reich considerava non omologabili. "Tutti (o quasi)  - ricorda Michele - dissero però di no. Cuba era disposta a farli scendere, ma come turisti: non come profughi. Così tutti tornarono in Europa e molti finirono uccisi a Birkenau. Il no del mondo li portò a morire".

Parlare di ieri e dell'oggi è un antidoto, a suo modo. "C'è infatti un rischio – prosegue Michele -, è quello in certi casi di fossilizzarsi troppo sul passato, cavarsela dicendo che  è stato ed è successo ma che il mondo è cambiato. La mia paura è che visitare questo luogo  diventi la scusa per mettersi la coscienza a posto". A Birkenau e Auschwitz c'è, tra le tante foto, uno scatto con quattro bambini rom, cavie degli esperimenti di Mengele. "Le guardi e ti viene il magone – dice -. Vedo spesso le persone che piangono. Poi però esci da Auschwitz e solo ne vedi uno a mezzo metro (di rom) lo investiresti".

E' il rischio della celebrazione che diventa 'celebratismo'. Torna alla mente una pagina del Giardino dei FInzi Contini, quella in cui GIannina, una bambina in gita con la famiglia a Cerveteri, chiede perchè le tombe antiche come quelle etrusche facciano meno malinconia di quelle nuove. E la risposta del padre è che sono morti da così tanto tempo che è come se non fossero mai vissuti. Questione di memoria. 

"La (vera) visita inizia fuori - dice Michele - Il campo ti dà uno stimolo. Ma il campo ti può porre solo domande, non da risposte. Quelle le devi cercare nella vita di tutti i giorni, nel presente e nel futuro  Oppure le trovi nella storia". Solo così la visita ad Auschwitz ha un senso: la memoria, spiega, è qualcosa di dinamico.  "Lo dico spesso ai ragazzi e glielo dico chiaro". Perché tante volte ci sentiamo dire: "E' impossibile che riaccada una cosa del genere". Ed invece è accaduto e accade di nuovo.

C'è chi viene ad Auschwitz e scrive: "Adesso sono consapevole. Ho capito". "Ma cosa può uno aver capito?" si domanda la guida.  In Michele alla fine prevale però l'ottimismo. E risponde sicuro, senza tentennamenti:  "sui ragazzi sono ottimista al centomila per cento". E di ragazzi ne ha guidati parecchi   in questi cinque anni, gruppi piccoli e grandi. "Se il futuro sono loro, siamo in buone mani" dice. "Sono reattivi – spiega - Hanno voglia di conoscere. Vengono preparati e non hanno la malizia degli adulti che la buttano spesso in politica. Le affermazioni più assurde le ho sentite non da loro ma dagli adulti. Tipo: ma la Merkel qui è venuta? "

Certo senza la passione un lavoro come quello di Michele non si potrebbe fare. Ce l'aveva prima che gli si presentasse cinque anni fa questa opportunità. Abitava allora a Varese. E ce l'ha ora.
"Sono da sempre stato interessato a questa pagina di storia – ricorda -. Ad Auschwitz c'ero già venuto in più visite private, ma è  nato tutto quasi per caso. Ho fatto i corsi, ho sostenuto gli esami ed ho iniziato". Che non vuol dire solo guidare i gruppi, ma anche studiare e saperne sempre di più.  "Un vecchio direttore del museo – conclude -, uno che è stato anche un deportato, diceva che se uno riesce a resistere tre anni questo lavoro ti entra talmente dentro che non riesci più ad abbandonarlo. Aveva ragione lui"


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Tag: interviste