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Proteggere un tesoro chiamato mare: l'Osservatorio toscano dei cetacei

22 giugno 2014 | 00:01
Scritto da Chiara Bini
 


Il mare è grosso ma non c'è vento. Ad un tratto qualcosa laggiù tra le onde si agita. E' un movimento animale improvviso che risveglia il nostro antico istinto di prede e innesca quell'infallibile prontezza periferica del nostro campo visivo. L'impulso non tradisce. A non più di dieci metri eccolo, un delfino. Si alza col suo inconfondibile, lento e maestoso movimento arcuato. La pinna dorsale spicca imponente. E' un esemplare adulto e molto grande. Scompare. Pochi istanti, pochi metri ed emerge ancora. Di nuovo sott'acqua e poi eccolo di nuovo: ma stavolta è in compagnia. Sono in due, maschio e femmina. Due prodigi della natura che hanno deciso di giocare con gli spruzzi e le onde di questo mare nostrum e regalare emozioni. Tante. Quelle per le quali per esempio un architetto da sempre impegnato nella pianificazione urbanistica può decidere di attaccare plotter e piani regolatori al chiodo e dedicarsi a loro: ai cetacei.

La nascita

"E' nato tutto per una coincidenza - racconta Sergio Ventrella, coordinatore nonché tra i fondatori dell'Osservatorio Toscano dei Cetacei e delle Tartarughe marine - Era il 2006 e, come architetto regionale, avevo accompagnato l'allora nostro assessore all'ambiente a un incontro a Capoliveri. Fu lì, che a margine di una riunione, ci ritrovammo con il professor Tommaso Renieri dell'Università di Siena e con l'assessore all'ambiente del Comune di Capoliveri Milena Briano che mi parlarono della necessità di valorizzare certe potenzialità della nostra regione. Anni addietro infatti la Toscana aveva lavorato con ricerche sui cetacei dando un contributo concreto al Santuario Pelagos. Renieri riteneva che questa esperienza iniziale dovesse essere incrementata. Non può andare perduta, mi disse, può rappresentare un valore aggiunto per il Santuario Pelagos in area internazionale. Mi feci portavoce della proposta, che mi piaceva, presso l'assessore regionale. E lui mi disse 'Segui tu questa idea e tienimi informato'."

Dal seguire l'idea a trovarcisi immerso fino al collo, il passo è stato breve. Ventrella ha cominciato a studiare la biodiversità marina per impostare un progetto e riferire poi all'assessore. E quando si studia si sa, spesso ci si appassiona. Così è successo a lui che da allora i cetacei non li ha più lasciati.

Con il sostegno di Arpat ha iniziato a entrare nella materia, ad analizzare come la Regione Toscana avrebbe potuto portare avanti questo progetto in embrione. Poi si è rimboccato le maniche, ha preso la sua borsa con tutte le idee che fino ad allora erano uscite dai colloqui con i vari addetti ai lavori, Università, Arpat, amministrazioni locali, ed è andato a trovare i rappresentanti di Liguria, Sardegna, e Corsica e del Ministero dell'Ambiente. Obiettivo: spiegare cosa si voleva fare e capire se era possibile creare una rete di Osservatori regionali e un progetto europeo su cui il Santuario Pelagos potesse contare e che potesse usare.

Progetto GIONHA

Dopo due anni di lavoro e di studi, la risposta è arrivata concreta nel 2009 grazie al progetto europeo GIONHA che non è quello della balena - anche se il riferimento è quantomai in tema - ma sta per "Governance and Integrated Observation of marine Natural Habitat. Gionha ha dato 2,4 milioni di finanziamenti comunitari, distribuiti alle quattro regioni coinvolte: Toscana, Corsica, Liguria e Sardegna.

Gionha è un progetto di cooperazione transfrontaliera che promuove la tutela e la valorizzazione della risorsa marina e degli habitat di particolare pregio naturalistico che popolano l'area marina dell'Alto Tirreno, ovvero il "Santuario Pelagos". Il progetto è stato cofinanziato dal Programma di Cooperazione transfrontaliera Italia-Francia "Marittimo", 2007-2013 ed è stato coordinato da Arpat, con l'Office de l'Environnement de la Corse, Regione Liguria, Regione Autonoma della Sardegna, Provincia di Livorno.

L'Osservatorio oggi

Nato nel 2007, il progetto dell'Osservatorio Toscano dei Cetacei così ha avuto i primi finanziamenti europei nel 2009. Confermato nel 2011 in quanto attento ad applicare e interpretare le principali direttive e Convenzioni Internazionali per la salvaguardia della biodiversità marina e degli habitat, nel 2013 vengono approvate le linee guida sulle tartarughe marine. Da meno di un anno infatti l'Osservatorio ha ampliato le sue competenze dai mammiferi alle tartarughe. Nel 2007 Sergio Ventrella viene nominato coordinatore, e poi riconfermato. Con lui in Regione Toscana lavora un collaboratore Bernardo Bonazzi. Il tutto sotto la guida del dirigente del settore Paolo Matina.

Le pagine  dell'Osservatorio sul sito regionale

"La Rete dell'Osservatorio - racconta Ventrella - ci ha permesso di aggregare una cinquantina di soggetti toscani e non, di essere vigili sul territorio sia in emergenza sia in caso di avvistamenti segnalando passaggi di capodogli o balenottere". L'Osservatorio può contare anche su un Comitato Scientifico composto da 15 rappresentanti esperti di cetacei che lavorano negli specifici ambiti di interesse, da Arpat a rappresentanti delle Associazioni ambientaliste, dalle Università toscane, a rappresentanti della medicina veterinaria, dello Zooprofilattico fino ad un membro della Segreteria del Santuario Pelagos.

L'Osservatorio Toscano dei Cetacei e delle Tartarughe marine oggi è un progetto permanente della Regione Toscana. In pratica è lo strumento tecnico scientifico della Regione e delle sue Università, della Direzione Marittima, dei Centri di ricerca, delle Associazioni di categoria delle attività produttive, di quelle coinvolte nello studio e nell'osservazione dei mammiferi marini, per coordinare gli studi e le attività sul tema della biodiversità marina e delle iniziative per la sua tutela.

E' un essenziale punto di riferimento interregionale, nazionale e internazionale e intraprende azioni rivolte alla mitigazione e alla eliminazione delle minacce e degli impatti delle attività umane sugli ecosistemi e sulla fauna marina, promuove il turismo naturalistico marino sostenibile, e l'informazione, la sensibilizzazione e la comunicazione su queste tematiche.

L'Osservatorio interviene anche sugli spiaggiamenti attraverso l'Arpat coordinando le attività di altri soggetti coinvolti nelle operazioni di recupero.

Allo stato attuale dispone di alcuni Punti informativi che sono: il Comune di Capoliveri, nella sede degli uffici comunali, il Comune di Viareggio nella sede di Villa Borbone Viale dei Tigli a Viareggio, il  Parco Nazionale dell'Arcipelago nella sede di Enfola a Portoferraio, il Comune di San Vincenzo,  nella sede della Antica Torre,  il Comune di Rosignano nella sede situata presso il Museo Civico di Storia Naturale (in corso di realizzazione). Per questi la Regione ha impegnato 120mila euro tra il 2007 e il 2011 e periodicamente, tramite appositi bandi, impegna piccole risorse in specifiche attività di ricerca, formazione e promozione.

Un mare così bello così fragile

"Quando si interviene su un cetaceo spiaggiato non è mai una buona notizia - sospira Ventrella - perché vuol dire che per quell'animale non c'è più nulla da fare". Delfini e balene vengono sulla spiaggia a morire. Spesso sono già carcasse o magari sono in fin di vita ma i soccorsi a quel punto sono inutili. Le cause? Varie, tra le più diffuse i fattori connessi alle attività umane e in particolare alla pesca, al traffico nautico, al degrado dell'habitat e a fenomeni di inquinamento anche di tipo acustico. Poi ci sono i virus, come l'epidemia probabilmente di morbillivirus che l'anno scorso da gennaio a marzo ha colpito quasi 30 esemplari nella parte più meridionale della Toscana comprese le isole d'Elba e Pianosa. Un fenomeno che fu definito per fortuna eccezionale, accompagnato da analoghi spiaggiamenti lungo l'intera costa tirrenica: in totale furono 131 in tre mesi tra Lazio, Toscana, Sicilia, Calabria, Campania, Sardegna, Puglia, Basilicata, Marche e Molise.

Ma fra i motivi dei decessi purtroppo a volte c'è anche l'ingerimento di sacchetti di plastica che ostruiscono lo stomaco degli animali e quindi impediscono l'alimentazione. Oppure l'inquinamento da metalli pesanti o DDT che vengono assorbiti dall'organismo risultando letali. Ebbene sì, benché bandito dal '86 in tutta l'Europa, il DDT è ancora diffuso in alcuni Paesi del Mediterraneo, dove viene usato per la lotta alla malaria, e dai campi finisce inevitabilmente in mare.

"Per questo è utile entrare in possesso delle carcasse e fare le autopsie - spiega Ventrella- Perché da questi studi riusciamo a capire lo stato di salute del nostro mare".

Cioè il Mediterraneo, un ambiente marino chiuso, tanto pregiato quanto sensibile e vulnerabile nei confronti dell'inquinamento causato da sversamenti di idrocarburi, dagli scarichi tossici e da disastri ambientali. E i cetacei, predatori al vertice della catena alimentare, molto longevi e particolarmente ricchi di grasso, sono degli accumulatori ideali di inquinanti che provocano tumori, turbe al sistema immunitario e riproduttivo.

Proprio questo mare, così bello e così fragile, cristallino e ribelle, in alcuni punti anche violento, rischia di essere sfidato dal relitto della Concordia, nel viaggio dal Giglio verso il porto di Genova.

I magnifici otto

Più che il mare delle grandi navi, questo è il mare delle barche a vela e dei pescherecci. Proprio i pescherecci sono talvolta i compagni di viaggio di branchi di tursiopi, una delle otto specie di cetacei presenti da noi.

I tursiopi sono come il famoso Flipper, eroe del cinema, neri, possono arrivare fino a 3 metri di lunghezza, vivono entro le 6 miglia dalla costa e si spostano in piccoli gruppi, di 8 o 10 esemplari. Spesso sono mamma e figlioletti. Capita non di rado che si accodino appunto ai pescherecci e li seguano, li seguano, con uno scopo preciso: banchettare a più non posso. Sono infatti voracissimi. Non per niente i pescatori li chiamano "lupi di mare" e, quando vengono affiancati da un branco, lo riconoscono e lo salutano.

Il delfino comune invece è quasi scomparso, lo riconosci perché ha il disegno di un otto come il segno dell'infinito su un fianco. Ma è rarissimo incontrarne. Al contrario della stenella striata. In Italia ne sono stati avvistati e spesso fotografati 1900 esemplari.

Poi c'è il grampo, ha la testa come un melone, nella forma adulta ha il corpo graffiato di bianco. Vive nelle acque profonde e proprio per questo è raro vederlo ma in Toscana ne sono stati avvistati diversi esemplari. Lo zifio invece è a forma di siluro, è lungo dai 5 ai 7 metri tanto che a volte viene scambiato per una balenottera. Il maschio è dotato addirittura di due denti sporgenti. Vive nelle grandi profondità ed è molto sensibile ai sonar che ne mettono in crisi totale il delicato sistema di orientamento. Due anni fa l'uso improprio dei sonar Nato durante un'esercitazione a largo di Siracusa ha provocato lo spiaggiamento di due zifii.

Poi c'è il globicefalo, che è nero, scuro, ha appunto la testa a globo, arriva fio a 6 metri di lunghezza e vive in gruppi strutturati. Una delle sue caratteristiche più curiose è la capacità di rimanere fermo in posizione verticale. Gli avvistamenti più emozionanti sono stati quelli di un gruppo di globicefali in cerchio, con la sola testa fuori dall'acqua, che se ne stavano lì come bagnanti.

Passando alle taglie giganti eccoci al capodoglio, il più grande mammifero marino con i denti che può arrivare fino a 18 metri e 80 tonnellate di peso. Nuota nelle grandi profondità ed è molto frequente nel mar Ligure. Molto più comune in Toscana è la balenottera che può raggiungere anche i 20 metri di lunghezza. Ne sono state avvistate circa 600 esemplari nel Mediterraneo.

La serenata delle megattere

Infine la megattera. Tre anni fa un esemplare di megattera creò lo scompiglio su una spiaggia di Marina di Pietrasanta. Uscì dalle acque all'improvviso con un salto maestosa e bitorzoluta, perché è ricoperta di tubercoli carnosi ed è munita di due pinne pettorali che le consentono di volare e saltare come un delfino. Emerse a trecento metri dalla riva popolata da bagnanti in vacanza. Fu un colpo per tutti e la meraviglia mista alla curiosità li spinse a buttarsi in acqua con pattini, pedalò, canotti o materassini, insomma quello che trovavano. Perché ogni mezzo andava bene pur di arrivare il più vicino possibile a quella sorprendente creatura e ammirarla.

L' habitat naturale della megattera sono l'oceano Atlantico, il mare attorno all'Antardite, l'Alaska, ma anche il Pacifico, la parte orientale dell'Australia. Capita però che a volte questo esemplare passi lo Stretto di Gibilterra e si venga a infilare nel Mediterraneo e allora, finché non ritrova l'uscita, gravita nelle nostre acque.

Non solo è capace di volare nonostante la stazza che può arrivare a 40 tonnellate per 15 metri di lunghezza. Il maschio della megattera canta, canta per amore. Riesce a esibirsi anche per 10 ore di fila durante immersioni a grandissime profondità disponendo di una delle forme di comunicazione più complesse del regno animale. Il suo linguaggio è composto da elementi minimi, le unità, che vengono uniti tra loro fino a formare frasi a loro volta ripetute in temi. I temi possono poi essere eseguiti seguendo precisi schemi che danno origine a canti lunghi anche parecchi minuti. Insomma una vera e propria serenata che si propaga per centinaia di chilometri, fino a raggiungere la femmina e "incantarla".

Tartarughe, l'emozione di salvarle

A differenza di quelli dei cetacei, i recuperi delle tartarughe sono molto più lieti, perché in questi casi c'è il salvataggio. L'Osservatorio ha seguito diversi recuperi. Dal gennaio 2014 ad oggi sono stati recuperati 10 esemplari vivi. Il primo è avvenuto il 12 gennaio alle secche della Meloria dove è stato tratto in salvo un piccoletto di 30 centimetri. Dopo una terapia di antibiotici è stato "ricoverato" all'acquario di Livorno e rimesso in mare sano e salvo a febbraio. Altri recuperi, tutti di esemplari tra i 40 e i 60 cm, quindi abbastanza giovani, sono avvenuti a Portoferraio il 23 febbraio, a Marina di Grosseto il 18 marzo e l'ultimo, sempre sulla spiaggia di Marina di Grosseto dove sono state tratte in salvo 5 tartarughe marine. La prima cosa che si fa appena si recuperano, una bella radiografia, spiega Ventrella, per vedere se hanno ingoiato ami e plastica. Le tartarughe spesso scambiano i sacchetti di plastica per meduse di cui sono golosissime. Quando succede, bisogna operarle e togliere il corpo estraneo che impedisce sia di deglutire che di defecare. Una volta curate, possono tornare nel loro ambiente, libere e sane a nuotare.

Quel nonno tedesco

Una delle soddisfazioni più grandi è la risposta dei cittadini che visitano i centri segnalati dall' Osservatorio e si appassionano. Ventrella non ha dubbi. Poi ci sono i cittadini particolari, che non si dimenticano, come quel nonno tedesco che gli ha telefonato un po' di tempo fa. Habitué dell'isola d'Elba dove viene regolarmente in vacanza, ha un nipote patito del mare. Mare in quanto habitat, cetacei in particolare e fossili. Un cliente perfetto dell'Osservatorio, quindi. Così questo nonno, dopo aver fatto visitare al nipote tutti i musei di storia naturale della Toscana, aver acquistato tutte le pubblicazioni e tutti i filmati prodotti dall'Osservatorio, di fronte alle ulteriori richieste del bambino, ha telefonato a Ventrella: "E ora cosa posso fare?" ha chiesto per placare quella curiosità insaziabile. Il programma per il momento era esaurito, ha spiegato Sergio Ventrella, ma lo ha rassicurato. Suo nipote aveva una ricchezza grande quanto il Santuario Pelagos: un nonno che non si stancava di cercare consigli per lui.


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