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Quell'odio on line figlio di vuoti e disagio. Barni: "Non è colpa della rete, costruiamo una strategia"

13 ottobre 2018 | 16:45
Scritto da Walter Fortini
 


PISA -  La rete che aiuta e avvicina le persone, la rete che odia e spinge alla violenza. "Non si può dare sempre la colpa ad internet, che è solo un mezzo e uno strumento" chiarisce subito la vice presidente della Toscana, Monica Barni. Ma di quello che passa sulla rete non ci si può disinteressare: come l'uso delle parole che si fa, specchio di fenomeni e comportamenti molto più profondi. "Le parole e le cose si intrecciano e il mondo passa attraverso le parole" spiega la vicepresidente, citando da linguista De Mauro. Per poi da politica e donna delle istituzioni aggiungere: "Arginare un fenomeno come quello delle parole d'odio in rete vuol dire anzitutto conoscerlo. Acquisiti i dati e fatta una diagnosi occorre poi costruire una strategia fatta di azioni diverse, un lavoro che si intreccia con i temi della memoria ma diretto allo stesso obiettivo: informare, formare e far sì che si insinui, soprattutto nelle giovani generazioni, quello spirito critico che oggi manca".

Di odio on line si è parlato oggi all'Internet Festival di Pisa, l'evento che da giovedì anima (come succede da otto anni) dieci luoghi diversi della città. Ad ascoltare anche molti giovani e studenti. L'appuntamento era nella sala degli Stemmi, all'ultimo piano della Scuola Normale. Dalle finestre ci si affacciava stamani su una piazza affollata di bancarelle cariche di vecchi volumi. L'odio e le parole d'odio, ricorda la sociologa Chiara Saraceno, sono sempre esistiti: nella relazione tra le persone, nei libri appunto.

La rete semmai le moltiplica, come una valanga. Su internet tutta va più veloce e aumenta la permeabilità rispetto alla società. Su internet quelle parole sembrano viaggiare impunite e nella rappresentazione di un sé diverso da quello reale, nel gioco di costruzione di una maschera (positiva o negativa) che molti usano in rete, sembrano sfuggire al controllo. Spaventa la velocità furiosa e la facilità con cui da un problema si arriva ad individuare una soluzione, senza un'analisi critica. In modo superficiale. Di più: i messaggi d'odio - lo raccontano gli esperti - fanno guadagnare consensi. La paura serra i ranghi e quel mondo semantico si fa strada: nuovi razzismi e la negazione di un modello di società aperta che non appartengono, in alcuni casi più isolati, solo alla destra. Un mondo frammentato e in competizione, spiega chi studia il tenomeno: 4700 pagine pubbliche attive su facebook in Italia a maggio 2018, un migliaio quelle che fanno in qualche modo riferimento a Casapound. Operano in modo aperto e dichiarato, con una marcata professionalizzazione del linguaggio. E quando una pagina viene bloccata subito ne viene aperta una simile.

Ma lo fanno, raccontano la ricercatrice della Cesare Alfieri di Firenze Giorgia Bulli e il matematico Giovanni Baldini autore de "La galassia nera su facebook",  a volte in modo anche latente, nascosto e insospettato: attraverso eventi musicali (130 le pagine sui social media di band), attraverso iniziative sportive o momenti di solidarietà, con un gioco di contaminazione iconografica anche dei simboli, riempiendo i vuoti (di servizi) e la solitudine di certe periferie delle città. Quel vuoto e il tentativo di risposta ad un disagio, è stato ricordato stamani, che un tempo provava a riempire la sinistra.

L'odio on line non riguarda però solo la politica: le donne sono le più colpite. L'odio diventa qualcosa per affermare se stessi e l'esser parte, inconsapevolmente a volte, di un Uno più vasto.

Come difendersi? Indagando il fenomeno anzitutto. "Lo facciamo con il confronto di oggi, che non è una semplice partecipazione ad un evento ma una tappa di una politica articolata – spiega ancora Barni -. Lo facciamo anche attraverso l'osservatorio sui nuovi fascismi e i fenomeni xenofobi a cui abbiamo dato vita come Regione l'anno scorso, partendo appunto pure lì dall'analisi di quello che accade in rete e passa sui social media. Lo facciamo con l'aiuto anche delle Università: storici, sociologi, politologi, semiologi e linguisti insieme". Per capire come si sviluppano le nuove forme di intolleranza e poi elaborare una strategia di azione di lungo periodo.

E naturalmente serve educazione. "Prima di parlare occorre ascoltare" ricorda Edoardo Colombo, formatore di "ParoleO_Stili, l'associazione che nel 2016 ha scritto il Manifesto della comunicazione non ostile. "Le parole hanno conseguenze e condividerle è una responsabilità – aggiunge - Le idee si possono discutere, ma le persone si devono rispettare". Tutto nasce spesso da un stereotipo, un luogo comune o una falsa rappresentazione, che è già un modo di depersonalizzare l'altro. E' questa la base della piramide dell'odio. Al gradino successivo ci sono le discriminazioni, quindi il linguaggio dell'odio e in cima i crimini dell'odio. Un effetto cumulativo.

"La risposta - conclude Barni – non può che passare necessariamente anche dal sostegno alla cultura e di una plurità culturale e di un'offerta che non escluda nessuno, ma aiuti il dialogo e il pensiero critico. Un lavoro lento ma che è l'unico che può premiare. Si dà la colpa sempre a internet e ai social, che però rispecchiano una condizione e un clima esterni alla rete". Il web non si ferma e l'odio neppure. Occorre saperli gestire.

 


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