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Quinoa e amaranto: i grani delle Ande coltivati in Valdichiana

6 luglio 2014 | 00:00
Scritto da Laura Pugliesi
 


E' una calda giornata di luglio, nella pianura assolata, coltivata a girasole e mais, spicca una lunga distesa verde: sono piante inconsuete da queste parti, dalle quali spuntano lunghe foglie lanceolate, colore verde scuro e ciuffi colorati di rosso. Poco più in là, altri campi, ordinati, con piccole serre in fila e piante e piantine promettenti che sembrano fare capolino dentro e fuori le protezioni. Anche qui, a tratti, spuntano ciuffi che al sole di luglio si colorano di rosso. Siamo in piena Valdichiana, nell'azienda agricola regionale di Cesa, ora assegnata all'Ente Terre di Toscana, la "Banca della terra" della Regione.
 
Oggi è una giornata speciale. C'è una iniziativa intitolata "Superfood in Tuscany" - I grani delle Ande si possono coltivare in Toscana. All'azienda regionale di Cesa, che è un "centro di collaudo", si svolge la presentazione. Il professor Paolo Casini dell'Università di Firenze, illustrerà lo studio condotto grazie al progetto svolto in collaborazione fra Università, Ente Cassa di Risparmio di Firenze e l'azienda regionale di Cesa. Ad introdurre l'iniziativa è il direttore delle gestioni agricole di Terre di Toscana, Marco Locatelli. Poi ci sarà la visita guidata ai campi sperimentali.
 
Nella sala del vecchio casale che serve da sede all'azienda, oltre ai ricercatori dell'università ed ai tecnici della Regione, un gruppo di invitati, rappresentanti di aziende interessate alle nuove colture.
 
Erano il "Cibo degli Dei" per Inca e Aztechi, ma anche i Romani conoscevano l'amaranto
 
Ma di quali piante stiamo parlando? Sono amaranto e quinoa, due "pseudocereali" dal passato importante e dall'avvenire promettente. Entrambe sono conosciute come "i grani delle Ande" e per millenni sono state il nutrimento dei popoli andini, Inca e Aztechi, che li ritenevano sacri agli dei. Poi arrivò la conquista spagnola, la nuova cultura dominante privilegiava altri grani, a cominciare dal frumento, e così la quinoa («madre di tutti i semi» «chisiya mama» per gli Inca) e l'amaranto, persero gli onori degli altari, ma furono sempre il cibo delle popolazioni locali, sopratutto di quelle più povere. Nei tempi antichi l'amaranto era conosciuto anche nel "vecchio mondo", apprezzato dai Romani, che gli attribuivano il potere di tenere lontano invidia e sventura, mentre la mitologia narra che le dee greche amassero adornarsi delle sue ghirlande.
 
Amaranto e quinoa furono "riscoperte" negli anni '60 e '70 del XX secolo. Tornarono di moda negli Stati Uniti e l'amaranto si diffuse in tutto il mondo, in particolare in Africa, in India e in Nepal, al posto del grano. Negli ultini anni la loro diffusione e il loro consumo stanno registrano un'accelerazione esponenziale. Oggi sono presenti anche in Europa, in particolare in Francia e nella repubblica Ceca. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2013 "Anno internazionale della quinoa". Il consumo della quinoa è passato da 2,4 milioni di tonnellate nel 2001, a 43 nel 2011, il prezzo dai 400 dollari a tonnellata del 2005 agli attuali 3500 dollari.
 
Superfood dalle virtù salutari per farne alimenti, ma anche per cosmetica e farmacologia
 
Perchè? Perchè hanno caratteristiche nutrizionali particolarmente importanti, tali da essere inseriti nella categoria "nutriceutica" dei cosidetti "superfood" e possono essere impiegate in usi alimentari, ma anche cosmetici e farmacologici. Entrambi i semi di queste piante sono molto ricchi di proteine di alta qualità e sono privi di glutine, se ne ricavano alimenti particolarmente adatti per bambini e anziani e per persone affette da celiachia o per i diabetici, visto il minore contenuto di carboidrati dei cereali tradizionali. Dall'amaranto e dalla quinoa si ricava anche un latte, dalle caratteristiche nutrizionali superiori a quello di soia, adatto per gli intolleranti al lattosio, mentre l'olio, ricco di squalene, è prezioso per la cosmesi e la farmacologia. Dal polline rosso dell'amaranto si ricavano anche cosmetici anallergici (le donne andine lo usano come fard naturale) ed è ottimo come gelificante e colorante alimentare.
 

Il professor Casini si sofferma sulle varie caratteristiche e spiega come la coltivazione di queste piante abbia avuto successo nelle prove condotte a Cesa, che verranno ripetute in altre zone, anche di collina, e come si aprano prospettive interessanti per una coltivazione più ampia in Toscana, con la eventuale creazione di una o più filiere, che possano garantire la coltivazione, la lavorazione e la vendita dei prodotti. Molti i profili di opportunità – come spiega ancora Casini – che riguardano il molteplice utilizzo di queste piante, ma anche il fatto che una loro coltivazione in Toscana avrebbe benefici aspetti anche dal punto di vista etico e per la riduzione dell'impatto ambientale. 
 
Coltivarli in Toscana, un'opportunità per creare filiere e difendere l'ambiente
 
"Oggi questi prodotti sono interamente importati – ricorda Casini – sopratutto dall'America Latina, ma anche da altre zone, fra cui India e Cina, e una loro produzione in terra Toscana eviterebbe il loro trasporto per migliaia e migliaia di chilometri, ma si contribuirebbe anche a ridurre un effetto paradossale e dannoso sulle popolazioni andine, che non beneficiano affatto dell'aumento dei prezzi. Questi infatti arricchiscono solo alcuni, mentre le popolazioni, sopratutto quelle periurbane, che sono costrette ad acquistare questi prodotti, non li trovano più nei mercati locali o li trovano a prezzi per loro esorbitanti. Infine la produzione di amaranto e quinoa per ottenere squalene salverebbe molte specie di squali, oggi intensamente cacciati e in via di estinzione, proprio per il prezioso contenuto del loro fegato."
 
Il professore presenta inoltre i calcoli effettuati dall'Università che dimostrano la redditività di queste colture anche in Toscana. Il progetto parteciperà anche alla selezione indetta dalla Regione per partecipare a Expo 2015 a Milano.
 
Dopo la visita ai campi coltivati, dove l'amaranto sfoggia la sua rigogliosa crescita anche in campo aperto, mentre la quinoa, le cui prove sono più recenti, è al momento ancora in fase di "coltura protetta", viene il momento delle degustazioni. Con la quinoa, insalate fredde e piatti gratinati con verdure, e con l'amaranto sopratutto dolci: morbidissimi ciambelloni, crema pasticcera e biscotti.
 
L'azienda regionale di Cesa, centro di collaudo per l'agricoltura integrata
 
 
L'azienda regionale di Cesa, oggi inserita all'interno dell'Ente "Terre di Toscana", di cui è direttore Claudio del Re, dispone di circa 74 ettari di terreno, parte in pianura e parte sulle colline, in piena Valdichiana (Comune di Marciano, provincia di Arezzo). E' condotta da tre tecnici dipendenti della Regione (Luigi Fabbrini è il funzionario titolare di P.o.), un impiegato agricolo, 3 operai a tempo indeterminato e 5 operai a tempo determinato. 
 
Nell'azienda è costituito un "centro per il collaudo e il trasferimento dell'innovazione" particolarmente orientato verso il metodo di produzione integrato, caratterizzato dal marchio regionale della "farfallina" a basso impatto ambientale.
 
Oltre 16 ettari, situati in collina, sono destinati a vigneto, circa 3 ettari a oliveto, due ettari a coltura da biomassa, e circa 49 ettari, in pianura, sono coltivati a seminativi. 
 
Banca del germoplasma, per salvare dall'estinzione le specie tradizionali
 
Il centro è anche una delle sedi della "banca regionale del germoplasma", nata ad opera della Regione fin dal 1997 per tutelare la biodiversità in agricoltura. Qui si conservano 108 specie erbacee, una volta tipiche dell'agricoltura toscana, che hanno rischiato l'estinzione. Fra queste, solo per fare qualche esempio, ci sono molte tipologie di frumento, una volta largamente coltivate, e oggi iscritte nel repertorio regionale delle specie in estinzione, varietà di pomodori e di legumi e altri ortaggi. Fra le specie protette c'è anche il cocomero gigante di Fontarronco, un cocomero dolcissimo e dalle dimensioni eccezionali che veniva coltivato in Valdichiana fino ad alcuni decenni fa e di cui si erano perse per molti anni le tracce. Ora, anche lui, si è salvato dall'oblio e dall'estinzione.

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