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Rossi a Repubblica: "Per la Toscana posso fare ancora molto"

3 agosto 2014 | 11:32
Scritto da Redazione
 


Pubblichiamo l'intervista al presidente Enrico Rossi uscita oggi su Repubblica Firenze a firma di Ilaria Ciuti e Simona Poli.
 
***
 
E' pronto a ricandidarsi nel 2015. «Se il mio avversario fosse Maria Elena Boschi? Non mi farebbe paura sfidarla alle primarie. Se avessi avuto paura di qualcosa da temere avrei accettato la candidatura in Europa», dice il presidente della Toscana Enrico Rossi. Che si definisce un berlingueriano per fede e stile politico. «Ho le mie idee ma non combatto Renzi, spero che il suo governo porti il paese fuori dalla crisi».
 
«Renziano? Non lo sono. Se mai alle volte mi sono appiattito troppo, per disciplina, sulle posizioni del segretario nazionale. Ma se devo trovare una personalità politica a cui ispirarmi questa è Enrico Berlinguer e andando in giro scopro una nuova generazione che ha un forte legame con i valori espressi da Berlinguer». Enrico Rossi si considera un buon "soldato" del suo partito, attento alla linea e pronto a fare il tifo per il suo segretario e presidente del Consiglio con cui in passato ha anche vissuto momenti di scontro.
 
Davvero tutta acqua passata presidente? Resta difficile cogliere le affinità tra il suo modo di fare politica e quello di Renzi, le polemiche passano ma le distanze restano...
 
«Renzi ha vinto, guida il partito ed è stato premiato per aver avuto il coraggio di rompere certi schemi. Che senso avrebbe da parte mia fargli la guerra? Non è certo questo il momento di dare vita a correnti nel Pd, me ne guarderei bene. Chi mi conosce e mi segue sa come la penso, tanto basta».
 
Pensa di ricandidarsi nel 2015?
 
«A me non dispiacerebbe fare il secondo mandato, dopo di che premetto che certe decisioni non si possono prendere da soli. Sarà il partito ad esprimersi e io chiederò che si vada nella direzione delle primarie».
 
E se la sua avversaria fosse davvero il ministro Boschi?
 
«Farei le primarie con la Boschi, di che dovrei aver paura? Se mi avesse fatto paura qualcosa sarei andato in Europa, avrei accettato lacandidaturaper Bruxelles che certamente sarebbe stata una via d'uscita più comoda. Invece non l'ho fatto, per ora mi piace questo mestiere, credo di aver ancora passione e capacità di direzione. Questo mi consente dimettermi a disposizione del partito per altri cinque anni».
 
Di solito Renzi decide le candidature in modo improvviso, per l'Europa ha cambiato i capilista dalla sera alla mattina.
 
«Vedremo. Ognuno può fare e disfare. Io per ora dico solo che posso ancora produrre cose utili per la regione».
 
Realismo politico o fedeltà alla ditta sempre e comunque?
 
«Il senso di realismo va sempre mantenuto e credo che la buona riuscita del governo Reni sia fondamentale per il paese. Ciò non significa che condivida tutto, sull'economia mi sembra che si stiano addensando nubi e bisogna correre ai ripari. Trovo sacrosanto il tentativo fatto dal premier di redistribuire un po' di ricchezza tra i redditi più bassi, ora però la partita grossa si gioca in Europa, bisogna allentare il patto di stabilità. L'Italia è in recessione, abbiamo perso 600 miliardi di investimenti pubblici e privati dal 2008 a oggi, il che significa per la Toscana 4-5 miliardi in me no, sono tanti. La strada obbligata è quella keynesiana degli incentivi agli investimenti. La cultura risente in modo particolare delle ristrettezze: alla Biblioteca Nazionale la digitalizzazione dei volumi sta andando avanti grazie al lavorodei volontari che fanno il servizio civile e all'Accademia della Crusca siamo noi a dare i soldi per sopravvivere. Il paese arretra da ogni punto di vista, le infrastrutture sono in pessimo stato, l'assetto idrogeologico lo stesso. Quandoandaiaproporre a Monti di aggiungere 50 milioni di fondi statali a quelli della Regione per il territorio mi sentii rispondere un secco "non è possibile", come se avessi chiesto la luna».
 
Il fondo sanitario però stavolta non è stato tagliato.
 
«E questo ci consente di tirare il fiato dopo i due anni peggiori maivissuti dalla sanità toscana, colpita dal 20 per cento di tagli. Ora potremo rinforzare il personale, spero che alla Toscana spetti una quota dei 3 miliardi in più da distribuire. Siamo riusciti ad andare avanti comunque, abbiamo fatto i nuovi ospedali».
 
Quello di Livorno è contestato, la città non lo vuole. Ha parlato col sindaco Nogarin?
 
«Due volte per telefono, spero di farlo di persona al più presto. Se fosse stato possibile adeguare il vecchio ospedale lo avremmo fatto, invece ne serve uno nuovo. Sulla collocazione però sono pronto ad accogliere altre proposte, la decisione spetta al Comune, Nogarin potrà dire la sua, lo ascolto».
 
Nella crisi generale ci sono almeno tremila imprese in Toscana che hanno retto l'urto, grazie all'export e all'innovazione. E la Regione ha deciso di "premiarle".
 
«E' una decisione che ha suscitato polemiche lo so ma la difendo fino in fondo. Abbiamo anticipato 800 milioni di fondi europei alle imprese trainanti dell'economia sperando che si trascinino dietro le altre. In questa regione resiste un capitalismo importante, in gran parte di tipo familiare, che va incoraggiato, vorremmo produrre un meccanismo di crescita, un effetto anticrisi che combatta anche l'illegalità che la crisi purtroppo ha fatto sviluppare in Toscana».
 
La Toscana attrae investitori esteri ma perde alcune partite di livello nazionale, come la Concordia a Piombino.
 
«Forse ho usato troppi toni polemici in quella vicenda ma non ho mai pensato e non penso che Gabrielli sia disonesto, quando parlavo di "inchino alla Concordia" mi riferivo ai duemila potenziali disoccupati di Piombino. Resto convinto che il governo avrebbe potuto aspettare due mesi in più per spostare il relitto, a fine settembre noi saremo pronti. Per fortuna stiamo attrezzando il porto per rottamare le navi militari, cene sono 38 credo. Il Cipe ha appena messo 20 milioni di euro. La Toscana ha investito molte risorse sull'opera, nascerà una banchina con 20 metri di fondo per far entrare le imbarcazioni transoceaniche. Genova non riuscirà a prendere tutto».
 
Servono anche strade di collegamento coni porti però.
 
«Per questo mi batto perché sia fatta la Tirrenica, che io considero di primaria importanza. Oltre al raddoppio della ferrovia Lucca-Pistoia su cui il governo dovrebbe investire 200 milioni e noialtri 220. Tengo moltissimo a queste due opere perché la costa è la zona più in crisi della regione e il settore nautico deve tornare ad avere un ruolo centrale nella nostra economia. Anche l'aeroporto è una scelta che va nella stessa direzione, non a caso il potenziamento di Peretola preoccupa tanto Bologna. Diventiamo noi il terzo polo aeroportuale d'Italia. Mi auguro che il nuovo decreto sblocca-Italia contenga le risposte a questi problemi. Per quanto ci riguarda agli stranieri che vogliono aprire aziende da noi mettiamo a disposizione un tavolo a cui siedono tutti i soggetti istituzionali coinvolti, in modo da velocizzare al massimo permessi, autorizzazioni e nulla osta. L'ambasciatore degli Stati Uniti Phillips ci ha elogiato pubblicamente per la nostra efficienza».
 
Alla guida della conferenza delle Regioni è stato eletto Chiamparino. Un piemontese come Fassino, che è presidente dell'Associazione dei Comuni. Il nord la fa da padrone?
 
«Credo che sulla preferenza a Chiamparino sia stata determinante la Lega e penso che si debba tenere conto di questo forte sbilanciamento. Abbiamo una questione meridionale aperta e anche un'Italia centrale da rappresentare. Stiamo attenti al peso che la Lombardia ha avuto nella scelta».
 
Anche lei era tra i candidati in campo. 
 
«Figuriamoci se avessero scelto me, che sono toscano come il premier. Qualcuno avrebbe avuto da ridire. In ogni caso io ero appoggiato dal presidente del Lazio Zingaretti ma è evidente come il nord abbia avuto un'influenza forte sulla scelta di Chiamparino».
 
La riforma del Senato ha scatenato battaglie furiose. Lei è ancora d'accordo con Renzi sul cambiamento?
 
«Due volte d'accordo con la riforma, l'ostruzionismo non porta da nessuna parte. Quello che è accaduto è la dimostrazione del fatto che una democrazia senza partiti scardina le istituzioni».

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