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Rossi su Repubblica: "Prato, la ricetta è superare la paura"

23 gennaio 2014 | 11:26
Scritto da Redazione
 


FIRENZE - Dalla ricerca dell'Irpet presentata ieri sul ruolo economico della comunità cinese a Prato emerge la necessità di ricostruire una classe dirigente non condizionata da paure e pregiudizi e capace di chiedere allo Stato un'assunzione di responsabilità nella gestione dell'emergenza umanitaria e del processo di emersione. Lo scrive il presidente della Regione Enrico Rossi nell'editoriale pubblicato oggi da Repubblica-Firenze. 
 
Di seguito il testo integrale dell'intervento.
 
La ricetta è superare la paura
di Enrico Rossi
 
A distanza di poco più d'un mese dal tragico rogo del Macrolotto, l'Irpet ha presentato a Prato i risultati di una ricerca sul ruolo economico della comunità cinese. Lo studio tra i tanti meriti prova anche a stimare la quota di irregolari nelle imprese cinesi sulla base dei dati della "Squadra Interforze" e, con metodo induttivo, dei consumi idrici delle aziende.
 
La prima parte parte illustra il mutamento dell'economia pratese da caso esemplare di export-led manifatturiero (Prato era la seconda provincia italiana per livello di export durante gli anni Novanta) a economia terziaria di scala locale, sempre meno legata all'esterno. In questo passaggio il valore aggiunto della manifattura è stato rimpiazzato dalle attività immobiliari, in particolare dalle locazioni dei fabbricati. A determinare questo tracollo: la fine dei vantaggi del cambio favorevole col dollaro (con l'euro nel 2001) e l'abolizione dell'accordo Multifibre (2005), che dal 1974 proteggeva l'industria dei paesi sviluppati dall'importazione di prodotti tessili dai paesi in via di sviluppo (tra cui la Cina).
 
Il primo elemento critico da evidenziare è proprio la contraddizione tra questo quadro di profondo declino economico e l'assenza di tensioni sociali, spiegabile in parte - è quello che tenta di fare l'Irpet - con la presenza di un'economia sotterranea; invisibile al Pil ma generatri ce di liquidità e nuovo lavoro, con effetti sistemici. Un mondo sommerso che ha sviluppato il nuovo settore del "pronto moda", caratterizzato da un forte condizionamento `informale': la migrazione a catena, le reti parentali e lo sfruttamento intensivo del lavoro. Un processo di sublimazione ma con caratteri analoghi a quelli degli "anni epici" del tessile. Una "lunga durata" che ripropone Prato come città di migrazione e il distretto produttivo pratese come polo attrattivo di povertà e propulsore di ricchezzadal basso.
 
Dal 2005 in poi il declino del "tessile" ha liberato volume e spazio vitale per il "pronto moda" e il distretto diffuso cinese da segmento contoterzista è divenuto imprenditoria finale colmando il vuoto di declassamento del modello export-led. In pochi anni le imprese cinesi di confezioni sono passate da 1.200 a 4.300 (una crescita quasi del 400%). Questo salto di qualità avvenuto nell'ombra, in assenza di politica e di visione, ha contribuito indubbiamente al mutamento di percezione della comunità cinese, da risorsa a emergenza.
 
Un'emergenza che una parte della politica e dell' opinione "interessata" è riuscita a cavalcare per costruire una nuova rendita elettorale. Oggi la comunità cinese mostra una vitalità inattesa e un'intensa mobilità interna che dobbiamo imparare a conoscere e aintegrare superando il grado d'informalità e spontaneità che la sostanzia. Lo studio dell'Irpet, promosso dalla Provincia di Prato, è una sintesi efficace che mette ordine nella massa di studi e interpretazioni eterogenee degli ultimi anni e che, dopo la dispersione e il vuoto di iniziativa ristabilisce equilibrio tra decisione e indagine.
 
Sfogliando i numeri e le analisi si capisce a colpo d'occhio che il deteriorarsi del contesto pratese e della qualità delle classi dirigenti locali è dipeso da una perdita di "visione" e da un'incapacità di elaborazione politica delle forze progressiste. L'impennata delle destre (proprietaria e repressiva) nel 2009 è emersa a mio parere da questo vuoto e potrà essere affrontata solo ricostruendo il tessuto di una classe dirigente consapevole e non 'subalterna' alle paure e ai pregiudizi, capace di chiedere allo Stato una profonda e durevole assunzione di responsabilità nella gestione dell'emergenza umanitaria e del processo di emersione. Questa è la nostra sfida.
 
Enrico Rossi, presidente Regione Toscana

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