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Rossi sul Sole Sanità: "Ricorderemo sempre la strage di Prato"

30 ottobre 2014 | 10:59
Scritto da Redazione
 


FIRENZE - Dopo la strage di Prato, nella quale hanno perso la vita sette lavoratori cinesi, la Regione ha impegnato tutte le sue energie per portare a un livello accettabile il profilo di sicurezza di chi lavora in Toscana. Lo afferma il presidente della Regione Enrico Rossi, in un editoriale dal titolo "Ricorderemo sempre la strage di Prato", pubblicato dal Sole 24 Ore Sanità Toscana. Di seguito il testo integrale dell'articolo.
 
Ricorderemo sempre la strage di Prato
di Enrico Rossi 
 
La strage di Prato del primo di dicembre 2013, nella quale hanno perso la vita sette lavoratori di origine cinese ha aperto una ferita profonda in Italia e in Toscana. Abbiamo perciò deciso di impegnare tutte le nostre energie per raccogliere appieno l'accorato appello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano seguito a essa. Il progetto che la Giunta regionale ha varato il mese immediatamente successivo si è dato l'obiettivo di fare ogni sforzo possibile per portare a un livello accettabile il profilo di sicurezza di chi lavora nella nostra Regione, a prescindere dall'etnia di origine e dalla tipologia produttiva. Un obiettivo ambizioso se si considera la situazione d'illegalità consolidatasi nel tempo che, a causa dell'intreccio di molteplici interessi e connivenze, ha oggi raggiunto dimensioni patologiche. Abbiamo però deciso di provarci con un progetto inedito, basato su due direttrici di fondo: l'incremento dei controlli e un patto fiduciario.
 
Sul primo fronte abbiamo assunto e formato (a tempo di record per una pubblica amministrazione) operatori che sono stati destinati alle quattro Aziende sanitarie locali ricomprese nell'Area vasta del centro Toscana. Abbiamo sottoscritto un protocollo d'intesa con le Procure della Repubblica di Prato, Pistoia e Firenze, di cui abbiamo rafforzato appositamente gli organici amministrativi. Tramite le tre Prefètture abbiamo coordinato le nostre attività con quelle del nucleo Interforze. Da settembre ha preso così il via il piano di intensificazione dei controlli che ci consentirà di ispezionare entro tre anni le 7.700 aziende censite e di mettere in sicurezza gli impianti elettrici, le fonti di calore e di energia e i ricoveri degli operai, che devono essere lontani e al sicuro dalle fonti potenziali di incendio.
 
I risultati dell'attività del primo mese appaiono confortanti e ci incitano a proseguire nella direzione intrapresa. Siamo consapevoli della montagna che ci resta da scalare e anche che la strada della "sicurezza" sui luoghi di lavoro è solo uno dei percorsi che guidano verso la legalità.
 
Assicurare una protezione adeguata della salute di chi vive e lavora in così gravi e diffuse condizioni di rischio è però un tema centrale, un innesco di un più articolato processo di emersione e regolarizzazione multilivello. Il primo presupposto istituzionale è che ai controlli, doverosi e rafforzati, si sommino la responsabilità e l'impegno dei diretti interessati, lavoratori e imprenditori.
 
Per questo fin dall'inizio ci siamo spesi in tutti i modi per tessere un dialogo profondo e sincero con la comunità cinese e le sue molteplici rappresentanze. Da questa relazione è scaturita l'idea di un patto, formalizzato in un atto deliberativo. Un patto fiduciario che vive e si alimenta solo nella trasparenza e nella certezza degli interlocutori che lo hanno concepito e dei contraenti che lo hanno sottoscritto. Prendendo a esempio il problema cruciale della proprietà delle imprese, la più grave piaga è quella dei prestanome che operano come titolari d'impresa. Accanto a esso c'è quello delle rappresentanze dei lavoratori per la sicurezza che com'è noto sono decisive nell'assistenza e nel sostegno dei lavoratori e dell'impresa nei percorsi di adeguamento e di applicazione delle regole. Si tratta di un patto tra capitale e lavoro il cui effetto sarà non solo la tutela della vita e la gestione di una grande emergenza umanitaria, ma anche la bonifica di una manifattura, che attraverso la legalizzazione della filiera potrebbe intraprendere un percorso "etico" in grado di migliorare radicalmente la qualità delle produzioni e intercettare nuovi mercati internazionali.
 
Le adesioni stanno crescendo, sia da parte dei soggetti collettivi che dalle singole imprese. Ciò rafforza la nostra speranza: non l'utopico azzeramento immediato dei rischi ma la realtà di un distretto produttivo fondato su regole certe, sul contrasto dell'extraterritorialità e del dumping interno, sulla responsabilità delle imprese. Solo da qui potrà scaturire un profilo socioeconomico degno dei nostri valori costituzionali e della nostra civiltà del lavoro.

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