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Santa Croce sull'Arno, con l'accoglienza si fa festa all'Italia

8 aprile 2011 | 21:30
Scritto da Massimo Orlandi
 


SANTA CROCE SULL'ARNO, 8 aprile 2011 - Che cos'è Italia? Sono le 10 di sera, averla attraversata quasi tutta non è sufficiente a rispondere. Che cos'è Italia? Se lo sono chiesti a Lampedusa, ma c'era troppa gente, troppo caos, troppa incertezza. Che cos'è Italia? Alla periferia di Santa Croce sull'Arno, dove il pullman si ferma, c'è troppo buio e stanchezza. Ma una risposta si fa largo, inaspettata. E' nel libretto che il sindaco Osvaldo Ciaponi offre a ciascuno, ancor prima di una bevanda calda, accompagnandolo con il suo sorriso bonario. Costituzione della repubblica italiana. Una costituzione che il comune di Santa Croce ha pubblicato in dieci lingue diverse. Perché i suoi contenuti riguardano chiunque si trovi qui. Questa è Italia. Benvenuti.

 

 

Sembrano una squadra di calcio in trasferta. In fondo potrebbero anche esserlo. Hanno l'età giusta, tra i venti e i trenta, il nonno del gruppo non arriva a quaranta. E sembra che abbiano non solo una sorte, ma anche una provenienza condivisa. In realtà si sono conosciuti quasi tutti a Lampedusa. Pochi giorni, e sono diventati già squadra: la squadra di chi cerca di dare una direzione diversa alla vita. Madji è il loro "capitano". Lo riconosci per lo sguardo fiero, perché, più degli altri, dimostra di sentirsi a suo agio, perché è quello che col francese se la cava meglio. "La mia storia? In Tunisia non c'era lavoro, non c'era libertà. La caduta del regime non ha cambiato le cose, non per come avremmo voluto.  Appena è capitata l'occasione ho deciso di partire. La mia famiglia, i miei amici mi hanno aiutato a mettere insieme i soldi, ce ne volevano tanti, e mi sono imbarcato."

 

Alcuni ragazzi del gruppo, a pochi metri da noi, ora sono più vicini. Altri ascoltano. Qualcuno approva con lo sguardo. "Quando venite in Tunisia - riprende Madji - vedete le cose belle, quelle riservate ai turisti. La realtà è diversa. Non c'è lavoro. E anche chi lavora non guadagna abbastanza neanche per pagarsi le bollette. In questo gruppo c'è un barbiere, c'è un camionista, c'è un artigiano che lavorava il marmo: lavorare tanto, per non guadagnare quasi nulla. E' questa la vita che ci aspetta? Salendo sul barcone sapevamo di trovarci su una bilancia che sta tra la vita e la morte. Ne valeva la pena? Sono convinto di sì".

 

La panchina in cui parliamo è davanti al centro di ospitalità dove il gruppo è alloggiato. Intorno a noi si apre la zona industriale di Santa Croce, l'area delle concerie. Non c'è nulla di incantato in questo paesaggio, non è una Toscana da cartolina quella che ci circonda, anche se la illumina un bel sole di primavera. Ma c'è un bel viavai di gente, il sindaco che ci ha accompagnato insieme all'assessore alla protezione civile Piero Conservi in pochi giorni è già diventato un amico dei ragazzi,  c'è la responsabile del settore immigrati, c'è la mediatrice culturale del comune, ci sono molti volontari: l'accoglienza è avvenuta con la collaborazione di tutti, con una forte vicinanza tra istituzioni civili e religiose. "Il tessuto della società civile nel paese è forte" osserva l'assessore.

Il paese è qui, e non c'è con la fatica di obbedire a un decreto, ma con la spontanea adesione che si presta di fronte a qualsiasi situazione di bisogno. Questo clima è importante quanto il letto comodo e il pasto caldo. Madji sembra calibrare le parole sul suo sorriso: "Sono tutti  buoni qui con noi, siamo felici di questa accoglienza". E poi: "Si sente che la vita è bella qui in Italia".

 

Proprio di fronte al centro di ospitalità c'è un prato. In Italia dove c'è un prato c'è anche un pallone. "Domani si fa la partita" annuncia il sindaco ai ragazzi. Mi viene in mente un film, "Machan": racconta la storia, vera, di un gruppo di giovani dello Sri Lanka che per poter emigrare in Europa, si inventano una inesistente squadra nazionale di pallamano e si fanno invitare a un torneo in Germania. Una volta arrivati, e dopo poche partite tanto ingloriose da meritare più di un sospetto, lasciano perdere le loro tracce. La loro vera partita non è sul campo: comincia il giorno dopo. E' la stessa partita che questi ragazzi dovranno giocarsi nel momento successivo in cui andranno via da Santa Croce.

 

L'accoglienza dei venti tunisini avviene in un luogo concepito proprio per questo. Si chiama centro di ospitalità notturna "Le querce di Mamre". Normalmente qui  vengono persone indigenti, senza dimora, o che, in un momento della loro vita, si trovano senza un tetto. Con l'arrivo dei venti migranti questa ospitalità non si è interrotta: si è utilizzato un ampio locale adiacente, sono state sistemate le venti brande per i nuovi ospiti. Normale, no? "Sì, normale – conferma il sindaco -  La cosa strana non è questa accoglienza, ma il clamore che si è fatto intorno a questa vicenda". Che problemi possono dare questi venti ragazzi? Vien da chiedersi mentre li guardi giocare, parlare, camminare, e soprattutto aspettare. Ma problemi non ce ne sono soprattutto laddove l'incontro con l'immigrato, con lo straniero non avviene  cautelandosi dietro un muro di sospetti.

 

A Santa Croce questo incontro è pane quotidiano.  Su tredicimila abitanti almeno tremila appartengono a Paesi diversi dal nostro. Sono albanesi, marocchini, senegalesi, sono di oltre cinquanta Paesi. Sono qui per il lavoro, lavoro pesante, faticoso delle concerie, che però dà pane, fiducia, sicurezza. Nelle scuole materne vengono da fuori il 44% degli iscritti, all'anagrafe dal 2009 i figli di stranieri hanno superato quelli di genitori italiani. E tutto questo non genera rivolte sociali:  quando in una conceria dismessa è stata realizzata un moschea, quattro anni fa, non ci sono stati conflitti né esasperazioni polemiche. Sì, si può costruire una società multiculturale. Lo si può fare senza perdere il contatto con le proprie radici.  Ai muri del paese trovo ancora affisso il programma per celebrare i 150 anni dell'unità d'Italia: convegni, mostre, manifestazioni, un consiglio comunale aperto. Tante iniziative condensate in una sola realtà. Segno che il tricolore si può declinare in uno spazio di accoglienza. Anzi che è il tricolore stesso segno di accoglienza. La presenza dei tunisini, allora, prolunga la festa.

 

Prima di ripartire il sindaco Ciaponi regala anche a me la Costituzione multilingue. "Leggete questo testo – ha scritto nell'introduzione - leggetelo e guardatelo senza timore".

La Costituzione in albanese e cinese, in arabo e in rumeno. La costituzione per tutti, per chi è nato e cresciuto qui e per chi ci ha trovato un lavoro. E anche per chi, come i venti tunisini, resterà solo pochi giorni. "Italia – ha scritto Erri de Luca - è una parola aperta, piena d'aria". Proprio così.


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