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Storia e ricordo a Birkenau, gli studenti affidano al vento i nomi dei deportati

20 gennaio 2015 | 15:02
Scritto da Walter Fortini, Dario Rossi
 


OSWIECIM (PL) – Il lungo giro tra le baracche del grande campo di sterminio di Birkenau - un campo senza fine, avvolto dal nulla e vasto ben 175 ettari in cui si calcola siano state trucidate e bruciate forse un milione e mezzo di persone tra ebrei, rom, deportati politici, omosessuali e portatori di handicap fisici e psichici - si è conclusa con la ormai consueta cerimonia di commemorazione al monumento internazionale dell'Olocausto. Lì dove un tempo c'erano i quattro forni crematori e le camere a gas capaci di inghiottire duemila persone per volta ed anche più.

 

 

>>>>Il bosco delle betulle

>>>>Giocare a Birkenau

>>>>Il gelo nell'aria e nel cuore

 

"Stefan Adler 20 anni ... Marisa Ancona 19 anni … Mirella Bemporad 21 anni … Caterina Lombroso 16 anni …" "Raimondo Calò, 4 anni… Rossella Antigoli, 4 mesi ... Giulia Noxas 20 anni …"  Uno dopo l'altro gli studenti hanno letto, scorrendo davanti ai microfoni, i nomi di altrettante giovani vittime della follia nazista: un nome custodito per tutto il viaggio, assieme a scampoli di quelle vite martoriate e spesso cancellate. Nomi e persone che abitavano magari, settanta anni fa, negli stessi paesi da dove arrivano oggi questi ragazzi. Uomini, donne e bambini deportati dall'oggi al domani, traditi da vicini e compaesani in cambio di qualche lira. Cognomi spesso uguali che si ripetono con insistenza e che danno bene l'idea di intere famiglie sterminate. Un nome urlato nel silenzio, quasi a squarciarlo perchè memoria vuol dire anche combattare l'indifferenza. Una storia e una promessa da rinnovare.

 

La cerimonia, che si ripete ogni anno, è tra le più toccanti del viaggio. Un candela in mano e una voce al vento. Ma la cerimonia è anche un progetto sulla memoria: il progetto "Un nome, una storia, una memoria" appunto studiato dal Museo della deportazione e della Resistenza di Prato. Un modo, affermano i responsabili, per finalizzare la comprensione e creare una dimensione più personale, legando la propria esperienza alla storia individuale delle tante vittime e al loro nome. 

 

>>>>Il libro e la targa

>>>>Le voci delle studentesse

>>>>Foto di famiglia

>>>>La preghiera di Irene

 


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