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Tadeus Joachimowski, custode dei nomi del "campo degli zingari"

23 gennaio 2017 | 19:36
Scritto da Redazione
 


BOLZANO (sul treno) - I nomi sono importanti e proprio da un nome inizia il recupero della memoria di chi è stato trasformato in un numero e in un 'pezzo', come i tanti deportati nei lager, non più uomini ma ingranaggi di una macchina infernale, prima di diventare cenere.. Col nome riaffiorano infatti le storie di queste persone.

La storia che ci racconta Luca Bravi, quasi sconosciuta in Italia, parla per l'appunto di nomi: i nomi dei Rom e Sinti internati a Birkenau e in una sola notte sterminati. Una storia in cui ti puoi imbattere girando per il museo di Auschwitz, accennata ai ragazzi del treno durante l'incontro sul porrajmos.

A Birkenau c'era infatti un campo destinato solo a loro, ai Rom e Sinti, un campo nel campo, abitato nel luglio del 1944 da quasi tremila persone tra uomini, donne e bambini ma da cui sono passati in pochi mesi in ventitremila. Poi il 2 agosto il campo BIIe fu chiuso: tutti furono sterminati, e i loro corpi bruciati, tra le urla, l'abbaiare dei cani e il pianto dei bambini. Un prigioniero polacco sotterrò il libro in cui aveva annotato i loro nomi accanto alle matricole e lo sotterrò per poi tornare a prenderlo nel 1949. Ecco la storia. (wf)

All'ingresso del blocco 13 dell'ex campo di concentramento di Auschwitz 1 si trovano due volumi blu in una teca trasparente. Le scale che si inerpicano verso il primo piano portano all'esposizione che racconta, attraverso foto dell'epoca, documenti e storie individuali, lo sterminio nazista di sinti e rom. 

Avviata fin dal 1933 con pratiche di sterilizzazione forzata, la persecuzione di questo gruppo è proseguita con le misurazioni antropometriche e con la prigionia nei campi di concentramento fino al dicembre 1942, quando un ultimo decreto firmato da Heinrich Himmler indicava che il luogo della soluzione finale della "questione zingari"  doveva essere il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Dal febbraio del 1943, ai convogli che trasportavano i deportati delle comunità ebraiche di tutta Europa, si aggiunsero i vagoni che trasportavano «zingari», segnati, secondo le teorie razziali naziste, da un'asocialità ed un istinto al nomadismo ereditari e dunque estirpabili soltanto con la morte. A Birkenau, coloro che avevano sul braccio la matricola con l'iniziale Z (zingaro) erano imprigionati nel settore del campo BIIe, chiamato anche il «campo degli zingari» all'interno del quale si trovava il laboratorio di Josef Mengele. 

Tadeusz Joachimowski (matricola 3720), sopravvissuto polacco ad Auschwitz, era il prigioniero incaricato di segnare su due libri gli ingressi di sinti e rom in quel luogo: su un libro le donne e sull'altro gli uomini; nell'istante in cui avveniva la registrazione, quelle persone perdevano definitivamente la propria identità diventando un numero. Sono stati 23mila i prigionieri sinti e rom di Auschwitz il cui nome è stato trascritto su quei volumi tra il febbraio 1943 ed il 2 agosto 1944. La notte tra l'1 ed il 2 agosto, la zona BIIe di Birkenau fu totalmente liquidata e attraverso le fiamme del crematorio scomparvero le ultime migliaia di rom e sinti presenti nel lager. Il racconto di quella notte lo dobbiamo a Piero Terracina e Luigi Sagi, due deportati ebrei italiani che hanno raccontato ciò che udirono e videro proprio nella notte in cui il campo degli zingari di Birkenau fu liquidato (clicca qui).  Dall'agosto del 1944 nessuno ebbe più modo di conoscere il nome dei sinti e rom uccisi in quel campo. La guerra si concluse e con  la sconfitta del nazismo anche per Auschwitz iniziava il percorso che lo avrebbe reso il luogo di memoria simbolicamente più richiamato e conosciuto.  

Il 13 gennaio 1949, Tadeusz Joachimowski, il prigioniero che aveva registrato migliaia di nomi e numeri, tornò nel luogo della sua prigionia ed indicò con sicurezza il posto in cui, nell'estate del 1944, insieme ai compagni di prigionia Irenuesz Pietrzyk (matricola 1761) ed Eryk Porebski (matricola 5805), aveva sotterrato un vecchio secchio di latta con dentro il libromastro dello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Birkenau avvolto in degli stracci, prima che quell'area del campo di sterminio fosse totalmente liquidata: lo scavo avvenne nei pressi della baracca 31 ed il secchio tornò alla luce insieme a quelle pagine dense di nomi e di storie interrotte. 

Oggi quel libro, ristampato e diviso in due volumi con la copertina blu, accoglie i visitatori del blocco 13 di Auschwitz 1 e riconsegna simbolicamente ad ognuno di noi, prima di salire le scale che portano verso la mostra, quei 23mila nomi di uomini e donne che hanno smesso di essere numeri. La storia, ha testimoniato un giorno Tadeusz di fronte ad alcuni studenti, «è sempre questione di scelte personali e di coraggio». (Articolo di Luca Bravi)


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Tag: interviste