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Treno della memoria, a tu per tu con i testimoni

26 gennaio 2017 | 09:05
Scritto da Walter Fortini
 


CRACOVIA - Le parole arrivano come lame di rasoio e il ricordo è generoso. E' il momento in cui i testimoni della deportazione raccontano le loro storie ai ragazzi; e  loro, novità di quest'anno, pongono poi domande a loro volta ai testimoni. Un evento diviso in due pomeriggi, densissimi. Quasi sei ore in tutto e stessa location: il cinema Kijow di Cracovia, dove siedono in quasi settecento (cinquecentosessanta i ragazzi) e non vola una mosca.  

Bimbi ingannati
Iniziano le sorelle Bucci, scampate bambine a Birkenau, quattro e sei anni allora, mamma ebrea e babbo cattolico. Raccontano di quando vennero a prenderle a casa a Fiume, una notte di fine marzo nel 1944, assieme a tutta famiglia: la nonna che supplicava di non portare via almeno i bambini (ovvero loro e il cuginetto Sergio), poi la Risiera di Sabba e il viaggio per niente facile verso Auschwitz, chiuse in un vagone merce e solo un secchio per fare i bisogni. "A Tarvisio – dice Tatiana - la mamma fece scivolare tra le feritoie un bigliettino da consegnare alla famiglia di papà, prigioniero in Sud Africa, per dirgli dove eravamo". E quel biglietto qualcuno, non senza rischio, si preoccupò che venisse recapitato.

Sono emozionate. Andra lo è ancora più del solito: stavolta ha davanti del resto le figlie, la loro prima volta in Polonia in visita ai campi. Ma ci pensano gli studenti a scaldare le due sorelle con un applauso, che rievocano l'arrivo a Birkenau: erano i primi di aprile e allora il treno si fermava prima del campo, non entrava ancora all'interno. Raccontano della nonna che con la zia Sonia viene caricata su un camion e portata subito alle camere a gas. Confessa Andra che, nonostante tutto, ai suoi occhi di bambina appariva bello quel viale adornato di betulle che portava alla Zauna, il luogo dove i deportati venivano disinfestati. Li venivano consegnati a tutti anche  abiti nuovi.  "Ma non adatti né a te né alla stagione  - dice-  A qualcuno venivano consegnate in modo intenzionale anche scarpe di altezza diversa". Poi era il momento del tatuaggio, inciso con un pennino intinto nell'inchiostro, sul braccio sinistro. Mamma fu la prima, poi loro: 764873 e 764874.

Quel numero sul braccio simbolo di vittoria
"Non ho mai pensato di cancellarlo – dice e quasi rivendica - ,  anche dopo, perché faceva parte della mia vita. Anzi, ne vado orgogliosa. E'  il segno che noi abbiamo vinto alla fine". E scatta l'applauso. "Non mi ricordo di aver pianto al momento del distacco dalla mamma – aggiunge - come non mi ricordo di aver mai pianto nel campo".

Quello che i sopravvissuti ricordano è invece il grande freddo. "E dalla nostra baracca  - dicono le due sorelle – vedevamo la grande ciminiera, da cui usciva di continuo fumo e fiamme, che la notte illuminavano il cielo".

Parlano anche di chi non c'è la fatta: il cuginetto Sergio, assieme ad altri nove piccoli reclusi. Il loro fu l'unico treno di bambini che lasciò Birkenau, prestati ai crudeli esperimenti di un altro pseudomedico di un campo vicino Amburgo e scelti con un subdolo inganno, chiedendo loro se volevano raggiungere la mamma, come se gli si offrisse un premio.  Li uccisero in venti mentre l'esercito alleato si avvicinava, appesi ad un gancio per macellai in uno scantinato di una scuola, tirato per i piedi il più leggere perché non voleva morire. E per decenni non se ne seppe più niente, fino a quando un giornalsta tedesco, con caparbietà, rimise insieme i pezzi di quella storia e rintracciò pure gli autori di tanta atrocità.

"Ho sempre avuto paura dei tedeschi fino ad allora – confessa Tatiana – Non che li odiassi, ma mai avrei osato dire ad un tedesco che ero ebrea. Quel giornalista mi ha riconciliato con il suo popolo ed ho capito che anche tra i tedeschi ci sono persone per bene". 

Parlano di un altro pezzo di famiglia nascosto a Grisignano, nel vicentino, di cui nessuno si salvò. E parlano anche di Silvio, un cugino anche lui, che a nove anni dal lager di Bergen Belsen non è mai più uscito: una storia di cui è custode un'altra cugina, Kitty Braun, che oggi vive a Firenze e che è un'altra bambina scampata a quell'inferno, deportata con la mamma anche lei a nove anni prima a Ravensbruck, a nord di Berlino, e poi a Bergen Belsen, con il fratello più piccolo di un anno e mezzo.

Solidarietà nei campi
Sulla solidarietà nel campo si sofferma Gilberto Salmoni: un ebreo politico come lui stesso si definisce, scampato a Buchenwald, ebreo misto anche lui, con mamma cattolica. Parla del transito da Fossoli, dell'organizzazione certosina della macchina di sterminio nazista e dell'amicizia stretta con alcuni detenuti francesi: perché nei campi, pari assurdo, sopravviveva a volte anche la solidarietà. 

Racconta anche qualcosa che non ti aspetti. A Genova, dice, che era la sua città natale, nel 1944 "già si sapeva delle camere a gas e di cosa succedeva ad Auschwitz, delle selezioni, le finte docce e le camere a gas". "E quando la nostra famiglia è stata separata e gli altri mie parenti sono stati caricati su un treno con scritto Auschwitz conoscevamo purtroppo già il loro destino". Ricorda il comitato clandestino di resistenza che nel campo si era costituito e di cui faceva parte il fratello, che mai però glielo rivelò, rievoca i lavori forzati, i cento sottocampi che contava Buchenwald di cui, uno tra i più temuti, il Dora, dove si viveva nel chiuso di una galleria. "Più che la fame ho patito il sonno che mi mancava" dice. Confessa come, per molti anni, di quell'esperienza non ha fatto più parola: quasi una difesa psicologica, per rimuoverla.

La Resistenza oggi
Aveva sedici anni quando è stata deportato, pochi più di Marcello Martini, giovanissima staffetta partigiana di Prato, con una storia legata a  Radio Cora.  Prova a spiegare cosa vuol dire oggi essere 'resistenti' e se ha ancora un senso. "Lo ha – dice – perché per me non può essere solo un fatto occasionale, determinato da un situazione politica. E' qualcosa, semmai, che uno ha nell'intimo del proprio io. Vuol dire cercare di conoscere il prossimo, aiutarlo e non rinchiudersi nell'egoismo della propria tranquillità. E' un combattimento che dura tutta la vita". Così la Resistenza e l'essere resistente diventa qualcosa di sempre attuale: "vuol dire oggi come ieri ragionare con la propria testa – continua – non lasciarsi condizionare dalla propaganda, dalla pubblicità e da tutto quello che influisce sulla tua volontà. Vuol dire analizzare bene prima di prendere una qualsiasi decisione, in modo obiettivo". E far quello che è più vicino alla tua natura e non quello che ti dicono o impongono. 

C'è tempo anche per alcune testimonianza registrate: quelle del fiorentino Antonio Ceseri, internato militare nel campo di Treuenbrietzen e sopravvissuto alla strage che si consumò, uno dei 600 mila soldati italiani che dopo l'8 settembre dissero no ai tedeschi e alla Repubblica di Salò. Si collega al telefono e saluta i ragazzi. Scorrono le immagini del sinto tedesco deportato ad Auschwitz Hugo Hollenreiner e di Heinz F., internato a Dachau e Buchenwald con l'accusa di omosessualità.  In video, scomparso da più di quattro anni, è vivo anche Shlomo Venezia, che riempie il grande schermo il secondo giorno. Fu l'unico italiano sopravissuto dopo essere stato parte del Sonderkommando, l'unità speciale impiegata nella gestione della camera a gas dei forni crematori. Erano prigionieri a cui ad Auschwitz veniva chiesto di rimuovere i cadaveri, aggrovigliati, di altri prigionieri. E periodicamente anche loro venivano eliminati, per rimuovere testimoni scomodi. Solo che nel suo caso fu liberato prima il campo di Auschwitz.

Il coraggio della diversità 
Ma ci pensa Vera Michelin Salomon, in maniera lucidisima nonostante i suoi novantatré anni, a chiudere il cerchio, lei ventenne antifascista arrestata a Roma e incarcerata in una prigione nazista in Germania, dove era ancora in funzione una ghigliottina.  

Nel suo discorso ai giovani li ha incitati a non aver paura ad essere diversi e liberi intellettualmente. Ma come si fa ad aver coraggio ad esser diversi?  "Il coraggio si trova dentro se stessi – risponde sicura -. Ci si abitua fin da bambini ad aver coraggio e non è l'esser temerari o buttarsi nei fossi. Coraggio vuol dire affrontare via via le difficoltà delle vita, rendersene conto e capire come si formano, che poi in genere vengono dalla società stessa, sopratutto le difficoltà quando si è più adulti e non bambini ed è una società che noi stessi contribuiamo a formare, malgrado tutto, anche quando ci si astiene perché non si è abbastanza colti, abbastanza riflessivi e non si riesce a scegliere o non si ha voglia di scegliere la strada un po' più difficile e complicata del pensiero anziché quella dell'azione immediata". Coraggio come quello della memoria, che ricorda Ugo Caffaz, ideatore ed animatore da sempre del treno toscano, è un impegno di una vita, diretto e personale, che inizia col porsi delle domande e poi diventare a nostra volta testimoni, in un passaggio tra generazioni.  


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Tag: diretta