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Ugo Caffaz, l'anima del treno toscano

18 gennaio 2017 | 22:30
Scritto da Redazione
 


FIRENZE – Riproponiamo l'intervista ad Ugo Caffaz, anima del treno della memoria toscano, realizzata al termine dell'edizione 2013 dai giornalisti dell'agenzia Walter Fortini e Dario Rossi e parte dell'ebook gratuito "La memoria tutto l'anno" realizzato da Toscana Notizie.

E' da sempre la mente e il cuore del Treno della memoria della Regione Toscana, che dal 2002 viaggia da Firenze verso i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau (ora Oswiecim) in Polonia, portando il suo carico di giovani che vanno a confrontarsi con una delle maggiori tragedie della storia moderna: la Shoah, o l'olocausto. Ugo Caffaz, coordinatore da più edizioni del treno ed esponente della comunità ebraica di Firenze, dirigente della Regione Toscana in pensione, è un motore inarrestabile di iniziative. Basti un solo ricordo: pochi mesi prima dell'edizione 2011, una brutta caduta con serie conseguenze sembrava avergli impedito definitivamente la partecipazione al viaggio. Ma Caffaz non si arrese e tanto fece, in termini di caparbia volontà e tour de force di cure riabilitative, che salì su quel treno imbracato tra tutori e busti ortopedici. Serio come si deve essere quando si racconta una tragedia come quella che si è consumata più di sessanta anni fa in Europa e che purtroppo, simile, a volte ancora oggi nel mondo si ripete. Serio, ma capace ancora di commuoversi: ricordando i tanti bambini uccisi, un'infinità di luci accese nel buio. Serio ma anche istrionico e sopra le righe, per entrare meglio in sintonia con i ragazzi. Come quando, tornando dall'ultima edizione del Treno della memoria, nel 2013, grida davanti ad una telecamera "Ai piombi! Ai piombi!" rispondendo ad una giornalista che gli chiede conto del revisionismo e di chi ancora oggi difende e fa propria la filosofia annientatrice del nazifascismo. "Ai piombi! Ai piombi dovremmo metterli" scherza con il sorriso sulle labbra (ma non troppo), con quell'umorismo forse un po' yiddish ma soprattutto toscano e fiorentino.

Il Treno della memoria è ormai un patrimonio storico e culturale della Toscana che sembra non risentire degli anni che passano. Lei che ne è stato il creatore come lo vede?

Devo registrare una vivacità che a volte mi pare persino incredibile a distanza di tanti anni. Che non arrivassero momenti di stanchezza, anzi, non era prevedibile ed è motivo di sorpresa, una positiva sorpresa. Credo che questo possa essere attribuito a due ordini di motivi: uno è che abbiamo lavorato bene, bisogna dirselo. Siamo riusciti a creare una rete diffusa e condivisa su tutto il territorio regionale, ovunque tu giri in Toscana è difficile che non ti imbatta in almeno una persona che conosce il Treno della memoria. E lo slogan "il giorno della memoria dura tutto l'anno", utilizzato quasi da subito, ha sottolineato lo spirito non commemorativo, non scenografico che abbiamo voluto dare all'iniziativa, puntando invece al coinvolgimento e al convincimento. Un secondo motivo è che la scuola nel nostro paese è alla ricerca di contenuti scientifici ed emotivi, che sono per l'appunto lo schema su cui noi abbiamo costruito questa iniziativa. Gli insegnanti per primi hanno capito e recepito le possibilità offerte per arricchire il loro lavoro; per questo oggi siamo ad un migliaio di docenti coinvolti, tra quelli della prima ora a quelli che hanno partecipato dopo, avviando un ricambio che ha contribuito alla diffusione dell'esperienza. I ragazzi coinvolti non sono poi solo i seimila che hanno viaggiato direttamente sul treno, ma anche i cinquantamila che hanno partecipato alle iniziative sulla memoria del PalaMandela di Firenze. Sono numeri che parlano da soli, e dicono di una partecipazione viva e condivisa. Anche l'impegno della Regione ha certo contato; un impegno politico che è stato confermato anche di recente dalla volontà di proseguire un'esperienza che è ritenuta a ragion veduta parte integrante del processo democratico e di crescita culturale dei cittadini toscani. La costante presenza del presidente della Regione sul treno ha un significato che va oltre il dato istituzionale; sottolinea l'importanza del viaggio come testimonianza diretta e quanto questo conti nel rapporto con i cittadini. Devo dire che l'edizione di quest'anno ha segnato un ulteriore crescita di partecipazione da parte dei ragazzi che sono venuti ad Auschwitz-Birkenau. Sono testimone diretto di iniziative a seguito del viaggio, che quest'anno hanno toccato punte di qualità e di numeri che non avevo mai visto. Segno di un livello di partecipazione e maturità che negli anni si è sempre più consolidato proprio grazie alla capacità di rendere continuativa l'esperienza, entrando appieno nel tessuto culturale collettivo.

Tornando a tanti anni fa, cosa la spinse a fare questa proposta?

La storia in realtà è semplice. Fui eletto consigliere provinciale a Firenze nel 1980, e partecipai al primo viaggio organizzato dalla Provincia a Mathausen e Dachau. Interessanti, ma secondo me, pur non essendoci ancora stato, non si sarebbe potuto comprendere l'Olocausto se non ci si fosse recati ad Auschwitz. Così proposi nel 1982 il viaggio in Polonia, e pensai subito che occorreva venisse con noi Primo Levi. Allora era meno in primo piano di quanto sia stato in seguito, ma io avevo avuto l'occasione di conoscerlo e apprezzarlo. Lui accettò subito la proposta, perché mi disse che voleva leggere dal vivo la frase che aveva scritto alla memoria delle vittime per il Padiglione italiano nel campo, oggi purtroppo chiuso per una serie di problemi con la direzione del museo. Fu un'esperienza esaltante, in compagnia di una personalità straordinaria. Da allora la Provincia avviò l'abitudine dei due viaggi, e nacque anche l'idea dei momenti di preparazione per gli studenti, perché fossero preparati a capire quanto avrebbero visto. Nel frattempo cresceva anche il numero dei partecipanti. Tentai anche di preparare un viaggio organizzato con tutte le Province toscane, ma non andò in porto. Nel 2000 fu approvata la legge che istituiva il Giorno della memoria, l'anno dopo fu fatto un concerto per l'occasione e, chiacchierando, l'allora presidente della Regione Toscana Claudio Martini mi disse che sarebbe stato importante fare iniziative mirate sul tema con e nelle scuole.

Fu così che nel 2002 partì il primo Treno della memoria organizzato dalla Regione. In mezzo a difficoltà organizzative, allora, conseguenza della nostra esperienza ancora acerba ma anche dei vincoli posti dal transito attraverso le tante frontiere ancora esistenti dei Paesi da dove il treno passava. Difficoltà, va ricordato, che in larga parte riuscimmo a superare grazie al nostro entusiasmo, a tanta pazienza e anche alla capacità organizzativa dell'agenzia di viaggi che da allora non ha smesso di assisterci. Dopo il doppio treno nel 2005, 1200 persone a visitare Auschwitz in occasione dei sessanta anni dalla fine della guerra, la difficoltà di organizzarne un altro a pochi mesi, e la richiesta della Giunta di mantenere comunque un appuntamento, nacque l'iniziativa con le scuole al Pala Mandela di Firenze. Riuscimmo a far intervenire Edith Bruck, così colpita da quanto vide da volere ritornare. Ma si rafforzò anche l'idea che occorreva una preparazione adeguata per leggere una pagina di storia con cui si andava a confrontarsi direttamente; così partirono i seminari estivi per gli insegnanti, che poi riportavano nelle scuole l'esperienza e le conoscenze accumulate, e il treno assunse una cadenza biennale legata alla costruzione propedeutica di una conoscenza condivisa. Insomma, anche per merito dei tanti che hanno collaborato e collaborano al progetto insieme a me, alla fine si può dire che ho realizzato un grande sogno che tenevo nel cassetto.

Possiamo parlare, grazie al Treno della memoria, di un vero e proprio tesoro culturale posseduto dalla Toscana?

Senz'altro lo è, ma altrettanto vero è che occorre se ne rafforzi la coscienza e si rifletta sugli obiettivi che vogliamo raggiungere. Per me fondamentale è l'assunto che la storia è maestra di vita, e quindi occorre guardarle dentro, capire i meccanismi che la muovono. Soprattutto capire lo sviluppo delle responsabilità individuali e collettive che ne sono la base, perché solo così si può pensare di poter puntare ad una società migliore, fatta di individui consapevoli in grado di rispettare i diversi da loro. Per questo sono convinto vada rafforzato un tessuto educativo e culturale diffuso, vissuto anche nelle piccole realtà dando loro strumenti organizzativi e finanziari per farli vivere. Io credo che questa sia una delle conseguenze più vive del treno: aver costruito il senso di un'epopea partecipata, vivendo la quale ogni singolo partecipante sente cresciuti dentro di sé la forza e gli strumenti di giudizio donatigli. Come ho dichiarato tante volte, questa esperienza è un vaccino contro l'intolleranza. Un vaccino sia chiaro e non un antidoto, che come tutti i vaccini ha bisogno di richiami nel tempo.

Mi viene in mente una insegnante che mi fu presentata qualche tempo addietro in una qualche occasione. La prima cosa che mi disse fu se ricordavo che eravamo stati insieme ad Auschwitz nel 1982. Sinceramente rimasi in imbarazzo non riconoscendola, lei capì e aggiunse che all'epoca era una studentessa, naturalmente, e che l'esperienza di vedere da vicino i campi di sterminio l'aveva segnata. Così tanto che non aveva mai dimenticato; anzi, divenuta insegnante aveva sempre voluto condividere quel ricordo con i suoi allievi a scuola. Questa è la ricchezza dei viaggi della memoria, questa capacità di incidere così tanto nell'animo delle persone da non uscirne più e diventare elemento di continuità e punto di riferimento nella vita.

Ci sono state alcune polemiche sui costi di questo tipo di iniziative, rare per la verità e frutto (bacato) dell'ondata moralizzatrice sulla spesa pubblica. Lei crede che potranno influenzare il futuro del Treno della memoria?

Voglio dire prima che questi viaggi ai luoghi della Shoah sono una forma di educazione popolare importante, che segnano la continuità, spesso, di memorie familiari e di comunità. Viaggi che non hanno nulla di "vacanziero", ma che servono a costruire radici, a dare continuità a filiere di emozioni. In più la nostra particolare esperienza aggiunge un contenuto scientifico-didattico che la rende unica, grazie alla presenza dei testimoni diretti, al lavoro preparatorio svolto con gli insegnanti nei seminari che organizziamo e che poi hanno forti ricadute nella didattica quotidiana, il rapporto con le scuole e i loro studenti. Insomma i viaggi della memoria, e il nostro più degli altri, sono un investimento nella cultura di tutti noi. Per questo è un dovere farli proseguire. Certo, nessuno si nasconde che costano; ma evitato ovviamente ogni forma di spreco e sotto un costante controllo della spesa, vanno portati avanti come ha deciso di fare la Regione Toscana, in quanto parte integrante delle attività culturali che arricchiscono la popolazione, e di cui non si può pensare di rinunciare per malintesi sensi di risparmio.

A proposito di polemiche, lei ha più volte attaccato l'immagine stereotipata degli "Italiani brava gente", estranei agli orrori perché in fondo dal cuore innocente...

Ci sono le evidenze storiche che negano queste immagini consolatorie che sono state create ad arte nel dopoguerra, funzionali al periodo della guerra fredda, in cui era conveniente sia per i governi di allora che per gli USA stendere una cortina sui ricordi del fascismo e di quanto aveva fatto in Etiopia, in Libia e poi in Grecia e nei Balcani. Cose da tribunale contro i crimini di guerra, che non è mai stato attivato perché era più conveniente alimentare l'idea di una diversità tra fascismo e nazismo. L'Italia era diventata nuova alleata dell'America all'indomani della seconda guerra mondiale: alleata importante per giunta nel nuovo schiacchiere internazionale già proiettato nel tunnel della guerra fredda. E doveva essere assolta: assolta anche velocemente. Hitler però si è fortemente ispirato a Mussolini nel creare il nazismo, non possiamo dimenticarlo, e un sentimento razzista viveva nell'ideologia fascista, come hanno dimostrato le scelte contro le popolazioni africane, considerate inferiori e utili a prove di sterminio come è stato fatto con l'uso dei gas. Poi nel 1938 c'è stata l'entusiastica adesione di Mussolini al credo antiebraico con le leggi razziali. Pochissimi si sono ribellati nel nostro Paese a questa vergogna; e se successivamente sono stati deportati 32mila politici e 8mila ebrei, questo è stato reso possibile dalla attiva complicità dei fascisti con i nazisti e di tanti italiani che hanno voltato la faccia da un'altra parte per non vedere.

Un inganno dunque?

Ci hanno ingannato ed hanno ingannato la storia. Non è vero che tutti i tedeschi erano cattivi e gli italiani non colpevoli. Gli italiani non erano tutti brava gente, ma nemmeno possiamo definirli tutti criminali; perché fenomeni di rigetto a partire dal '43 in particolar modo li dobbiamo registrare, e abbiamo avuto tanti casi di attiva solidarietà nei confronti degli ebrei italiani. Non dimentichiamo poi che anche in Germania, in casa del diavolo, molti tedeschi hanno salvato 6mila ebrei dalle grinfie delle Ss, rischiando moltissimo per sé e le loro famiglie.


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Tag: interviste