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Un'altra bambina nei lager, Kitty Braun

18 gennaio 2017 | 20:41
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - E' entrata nel lager da ebrea. Ne è uscita con la curiosità di conoscere meglio quel Gesù che insegnava a perdonare il proprio nemico e "che parlava di amore e non di vendetta". Tant'è che a diciotto anni si è battezzata ed è diventata cattolica, di nascosto dalla madre, "che non avrebbe voluto". E' diventata cattolica e cattolica praticante, ancora oggi impegnata nella propria comunità.

Nella storia di Kitty Braun, classe 1936, c'è anche questo: lei che è stata un'altra bambina scampata alla voragine dell'Olocausto, come le sorelline Bucci che sono sue cugine, deportata con la mamma ad appena nove anni prima a Ravensbruck, a nord di Berlino, e poi a Bergen Belsen, verso Hannover. Cinque mesi nei lager, sei con il soggiorno nella risiera di San Sabba. Piccola e già grande, a raccontare fiabe ogni giorno agli altri bambini del lager. E tutti ad ascoltarla, anche chi non capiva l'italiano.

>>> Guarda l'intervista video

Dopo la guerra fu costretta a lasciare Fiume da profuga e dal 1947 abita a Firenze, dove ancora vive con il marito conosciuto sui banchi del liceo. La mamma e lei uscirono vive da quella terribile esperienza. Il fratello, un anno e mezzo più piccolo, morì poco dopo la liberazione per il freddo e i patimenti, minato dalla tubercolosi. Il cuginetto Silvio, stessa età, da Bergen Belsen non è mai uscito, come la zia. Eppure …

"Dopo il lager sono riuscita a perdonare" racconta Kitty seduta nella sua cucina fiorentina, il maglione verde con il collo a "V" e i capelli tra il bianco e l'argento che li incorniciano il volto, lo sguardo sospeso che guarda spesso in alto a cercare ispirazione e la voce calma e serena, sempre, anche quando racconta i momenti più difficili. "Pensi, ho pure una nuora tedesca a cui voglio bene – dice -. No, per chi ci deportò e pianificò quell'orrore provo pietà, non provo rancore". "Ma non sopporto di sentire parlare tedesco dai tedeschi" confessa. Quel suono la fa ripiombare nell'inferno. Come la riportano a quegli anni certi odori: quello ad esempio della barbabietola che si levava dalla zuppa che veniva servita al campo tutti i giorni, una brodaglia senza sapore. "Tuttora non sopporto le barbine rosse" dice. Oppure il terrore riemerge all'improvviso quando le capita di andare alla stazione di notte. "Quelle luci e quei rumori di treni mi rammentano la prima fuga da Fiume" ricorda.

Non aveva ancora nove anni quando a novembre del 1944 fu catturata dai tedeschi con tutta la famiglia nelle campagne di Mestre, dove vi eravate rifugiati. A tradirvi fu la donna di servizio che era rimasta con la nonna. Cosa si ricorda?

C'erano state le leggi razziali e avevo dovuto lasciare la scuola italiana dietro casa a due passi per andare in un'altra più lontana, in collina. Cinque anni e già ero costretta ad essere responsabile, perché ci dovevo andare a piedi da sola. Eppure pensavamo che non ci sarebbe successo niente. Mio padre diceva: "non siamo ricchi, al massimo se la prenderanno con gli ebrei ricchi". Lui lavorava in banca come cassiere, almeno fino a quando non fu epurato in quanto ebreo. Mia madre faceva la modista e per un po' vivemmo con il solo suo stipendio. Eravamo al massimo una famiglia borghese. Poi però bruciarono la sinagoga. Abitavamo di fronte: mi ricordo il fumo e le fiamme. E mio papà capi che anche noi eravamo in pericolo.

Così fuggiste in campagna …

A Fiume vivevamo con la nonna materna, Carlotta: un'anziana che parlava solo yiddish, ovvero tedesco, la sola lingua che fino a cinque anni in casa anche io parlavo. Lei era zoppa. Non parlava italiano e sarebbe stata motivo di sospetto. Così rimase a Fiume, con la donna di servizio che dopo il ritorno dal lager sapemmo dai drugi, i poliziotti di Tito, che era stata lei a tradirci. La chiamavamo, le mandavamo dei soldi e sapeva dove eravamo. Mia mamma decise però di non denunciarla. "Ci penserà Dio" disse.

E l'11 novembre foste catturate.

Sì, avevamo trovato sistemazione in una cascina dopo essere stati per un po' di tempo in albergo. Il 9 novembre era stato il compleanno di mio fratello e avevamo avuto modo di festeggiarlo.Dormivamo in un fienile, a cui si accedeva da una ripida scaletta. I tedeschi arrivarono la mattina attorno alle sei. Era accompagnati da un fiumano, che doveva riconoscerci. Ci vestimmo, non pesantissimi. Ci portarono al carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, dove siamo stati per una ventina di giorni. Mi ricordo la compassione degli altri carcerati italiani, esterrefatti di vedere dei bambini in prigione.

Eravate i soli bambini?

All'inizio solo io e mio fratello. Poi fu denunciata, non so da chi, anche la zia Carola e si aggiunse dunque mio cugino Silvio. Dal carcere ci portarono alla risiera di San Sabba, dove siamo stati qualche altra settimana. C'era una parete con tutte le firme di chi ci aveva stazionato: anche noi apponemmo la nostra.

Una sosta intermedia e poi prima al campo di Ravensbruck e successivamente, incalzati dall'esercito alleato, più a nord a Bergen Belsen, il campo di sterminio dove è morta Anna Frank.

Proprio così. A San Sabba c'era il fratello di un amico della mamma. Era rimasto lì e non era stato portato in Germania perché era sarto e i sarti facevano comodo per le divise. Diede alla mamma un pezzo di stoffa di flanella a fiori, con cui si fece un paio di mutandoni sperandodi ripararsi meglio dal freddo della Germania. Era gennaio quando arrivammo a Ravensbruck e gli adulti li fecero spogliare. Alla mamma fu dato un cappotto che doveva essere di cotone, con un grande X bianca sul retro affinché, se fossero fuggita, potessero più facilmente riconoscerla. A me tolsero le scarpe, forse gli faceva comodo il cuoio. Al loro posto mi diedero degli scarponcelli con la suola in legno, come gli zoccoli, e sopra la tela. Ne ho rivisti un paio quasi identici al museo della deportazione a Prato: li ricordo con orrore perché quando ci facevano uscire la mattina presto per l'appello con la neve si inzuppavano subito e io rimanevo tutto il giorno con i piedi bagnati e freddi.

Si ricorda il viaggio?

Ci caricarono su un carro bestiame. Non mi ricordo quanto durò il trasferimento, forse alcuni giorni. Mi ricordo invece del treno. Dovevano fare i bisogni in un bidone di latta che veniva svuotato ad ogni fermata. Passammo da Gorizia e furono caricate alcune partigiane. Era il 14 gennaio, il giorno del mio compleanno. La mamma barattò con loro un'aspirina in cambio di un uovo e un po' di zucchero in una tazza e fece per me, mio fratello e mio cugino Silvio uno zabaione. E per me fu davvero una festa: lo dico sinceramente. E' uno dei ricordi più teneri che ho di quel viaggio.

Come erano le baracche a Ravensbruck?

Alloggiavamo in un grande stanzone con una lunga fila di letti a castelli. Ognuno aveva il suo letto: non dovevamo condividerlo con nessuno (a differenza di quando accadeva a Bikenau ndr). Avevamo un pagliericcio e una coperta grigia che pungeva. Ma quando la notte la donna che stava sopra di noi si muoveva cadevano pidocchi, una pioggia nera. Ancora oggi, quando mi capita di viaggiare in treno di notte in cuccetta - e mi è capitato, per andare ad esempio in Germania dai figli - , devo per forza stare sul letto più alto. A stare sotto proprio non ci riesco. Mi è successo una volta in una baita e non sono riuscita a dormire.

Non c'erano dunque spazi solo per bambini, come a Birkenau?

No, stavamo assieme alla mamma e a tutte le altre donne. Per un bambino ritrovarsi in un campo non da solo ma assieme alla sua mamma era una grande cosa. Non tutti però ebbero questa fortuna. Ho rincontrato più tardi una ragazza che era con noi a Bergen Belsen. Si chiamava Arianna e mi ha confidato, in quell'occasione, che per quello mi invidiava molto.

C'è un episodio che non si dimenticherà mai?

Di Ravensbruck, oltre che di quel tremendo odore di pidocchi, ci sono due episodi che mi fanno stare ancora male. Una volta abbiamo rischiato di morire bruciati vivi in un forno crematorio. Eravamo in fila, solo più tardi ho saputo per dove. La mamma mi teneva a sinistra e Robi, mio fratello, a destra. In fondo c'era questa porta di metallo, con due scalini per arrivarci e dentro il fuoco. Uno saliva e ti spingevano dentro. Orribile solo a pensarci. Eravamo in fila per andare lì e non lo sapevamo. Almeno io non lo sapevo. Suonò la sirena dell'allarme antiaereo. I tedeschi scapparono nei bunger, impazzivano dalla paura quando suonava quella sirena. E noi tornammo alla baracca. Di Ravensbruck ricordo l'odore della carne bruciata, oltre a quello della minestra di rape. E quando anni dopo ho assistito alla cremazione di mia suocera, quell'odore del forno crematorio mi ha di nuovo riportato indietro nel tempo.

Avete patito freddo?

Ho patito più freddo che fame, anche se mi guardavo il braccio non che era più tondo ed aveva la forma dell'osso e mi chiedevo se sarebbe mai tornato come un tempo. La mattina ci attendeva un caffè di fagioli tostati, che almeno era caldo, e del pane tostato. La mamma lo raccoglieva per tutti i bambini. Ho patito davvero tanto freddo. Avevo anche i geloni; provavo prurito e sofferenza, perché i geloni pungevano. A letto andavamo sempre vestiti.

L'appello la mattina, solo la mattina. E poi la giornata come scorreva?

La mamma andava al lavoro forzato e noi bambini rimanevano in baracca C'erano le finestre. Stavo appoggiata sotto, al muro, e raccontavo ogni giorno novelle che inventavo.

Una favola all'interno del lager, per cercare serenità. A chi le raccontava?

A mio fratello e mio cugino, gli unici che potevano capire l'italiano. Ma anche gli altri bambini si avvicinavano e stavano ad ascoltare. Non capivano niente della storia, ma era forse piacevole farsi cullare da quella voce. Non saprei dire quanti bambini c'erano nella baracca. Mi ricordo di un ragazzo alto, atletico e bello. Si chiamava Ivan, un ebreo russo. I più forti erano quelli che pativano di più la fame e infatti è morto.

Ha mai avuto paura?

No, non ricordo di aver mai provato paura. solo e sempre freddo. Ero consapevole di non aver fatto niente per meritarmi di andare in prigione o in un lager. Mi stupivo, ma non avevo paura. Nonostante tutto l'orrore che ho passato, nella mia vita c'è stato sempre tanto amore e questo ha reso tutto sopportabile. Non avevo paura neppure dei cani, che pure ringhiavano e potevano far paura ad un bambino. Ma io ho sempre amato i cani: fin da piccola gli andavo incontro per abbracciarli. Ricordo invece di essermi sentita umiliata quando una 'kapova' (un kapò donna) mi prese per tagliarmi i capelli per via dei pidocchi. A metà dell'opera scattò il solito allarme e per il resto della prigionia rimase con i capelli a destra tagliati e a sinistra all'altezza delle spalle. Per una bambina già grandicella era umiliante. Ma le kapove erano davvero tremende, polacche e ungheresi per lo più.

A Bergen Belsen fu diverso?

Neanche lì ebbi paura, ma fu molto peggio. Ravensbruck era una prigione fatta di mattoni. A Bergen Belsen c'erano le baracche di legno, ma erano vuote. Senza letti. Non c'erano neppure i bagni ma una grande fossa davanti alla baracca. A dormire ce ne stavano rannichiati per terra, con le gambe piegate e rattrappite. Non era umano. Non sembrava pensato per ospitare persone. Dopo la liberazione quasi non sapevo più camminare.
A Bergen Belsen è morto mio cugino Silvio. Aveva la stessa età di mio fratello, un anno e mezzo più piccoli di me. Mi ricordo che una notte si è lamentato a non finire. Pativa e poi è spirato. "Finalmente ha trovato pace" è stato il commento tremendo della zia. Robi è morto dopo, in Germania ma dopo la liberazione. A Fiume ci eravamo ammalati tutti e due di morbillo. Lui aveva avuto anche la pleurite e il freddo e l'umido del campo non gli aveva fatto certo bene.

Lei una volta ha raccontato che quei mesi cinque o sei mesi di prigionia le hanno insegnato a dare il giusto valore alle cose e a distinguere cosa nella vita è importante e cosa no. Ce lo spiega?

Una volta uscita dal campo, già sapevo per cosa valeva combattere e per cosa no, quali erano le cose belle e di valore nella vita e come, anche, si sopravvive se non si hanno. Avevo solo nove anni ma era già matura.

Per cosa vale dunque la pena combattere, se dovesse dirlo ai ragazzi?

Amare è la cosa principale.. Quando si ama si ha anche la giusta dimensione delle cose. C'è comprensione. Altra cosa importante è l'ascolto: non parlare sempre noi ma stare a sentire cosa gli altri ci hanno da dire.

Lei è stato insegnante ad un liceo. Ha insegnato storia. Ed ha insegnato anche alle scuole medie. Quando ha iniziato a raccontare la sua testimonianza ai suoi studenti?

Mai, a scuola non l'ho mai raccontato. La mia preoccupazione era non plagiare i ragazzi. Non ho mai parlato neppure di religione a scuola. Non volevo che la vicenda personale della loro insegnante li influenzasse, ma che prendessero coscienza attraverso i fatti.

Poi però ad un certo punto, fuori dalla scuola, ha iniziato a raccontare la sua esperienza di deportata.

Mi è stato chiesto una volta quando ero a Palazzo Vecchio a Firenze. Mi invitarono a Londa. Dissi di sì e da lì sono stati in molte altre parti.

Però non è mai tornata nei campi dove è stata ...

No, è vero. Mi hanno chiesto una volta di andare a Ravensbruck, ma proprio non ce la faccio a rimetterci piedi.

Dal passato al presente. Le stragi di Parigi dei giorni scorsi (quelle del gennaio 2015 ndr) cosa le hanno suscitato?

La paura che possa ripetersi ciò che è successo. Mi sembra che gli uomini dalla storia non abbiano imparato proprio niente. Quando io studiavo si diceva "in historia magistra vitae", ma dico che non è vero niente. L'uomo ha solo se stesso come maestro. Da piccola non capivo il perché dei lager e di quella violenza. Ora so che la ragione è solo nel cuore dell'uomo, che sa essere eroico ma sa anche essere diabolico.

Quindi l'insegnamento ai giovani è ascoltare, capire e pensare con la propria testa.

Eh sì. Quando insegnavo alle medie, nel primo quarto d'ora facevo portare i quotidiani che ognuno aveva in casa. Leggevo articoli che parlavano dello stesso fatto e facevo capire loro come la stessa storia può essere raccontata in modo diverso. Per questo uno non deve limitarsi a legere ma ragionarci sopra alle cose.

Una trentenne al ritorno di uno dei treni della memoria toscani una volta ha confidato: "Ho visto cose tremende. Domani mi aspetta un'altra prova ancora più difficile: trovare le parole per raccontarlo a mia nipote". Lei della prigionia nei lager ne ha mai parlato con figli e nipoti?

No, però ho raccolto i miei ricordi in un librettino. Non lo scrissi per loro, fui invitata a farlo mentre andavo in giro a raccontare la mia storia. Gliel'ho consegnato, ma non hanno mai avuto il coraggio di parlarne. E io neppure.

Quante persone della sua famiglia ha perso?

Zio Aron, zia Carola, il cuginetto Silvio e Robi dal lager non sono mai tornati. Sono morti senza neppure avere una tomba. Sono spariti come se non fossero mi esistiti. Ma lo stesso è successo ad una sorella di mia madre che viveva con il marito e i figli nei dintorni di Praga, buttati giù da una finestra. Tanti morti e nessuna tomba.

 

(Questo articolo è stato pubblicato la prima volta a gennaio 2015, sullo speciale del Treno della memoria di quell'anno)


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