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Vera: "Dopo la liberazione cantammo tutti insieme l'Internazionale"

21 gennaio 2015 | 16:05
Scritto da Walter Fortini
 


ROMA - "La testimonianza rimane un fatto personale – dice Vera - come personale è la deportazione".

Vera Michelin Salomon - eletta nel 2009 presidente dell'Aned, l'associazione degli ex deportati - ha partecipato nel 2005 al Treno della memoria toscano. E' stata l'ultima volta che è stata ad Auschwitz. Dieci anni più tardi ha deciso di partecipare ad un nuovo bagno di ricordi con i ragazzi, il 21 gennaio in un cinema di Cracovia. Noi l'abbiamo incontrata dieci giorni prima a Roma, nella sua casa (leggi la storia)

>>>>LA VIDEO INTERVISTA

Una chiacchierata anche su temi di attualità, a partire dall'attentato terrorista islamico alla redazione del giornale satirico Charlie Hebod in Francia e quello che è successo il giorno dopo. "I francesi si sono raccolti attorno alla Repubblique, fraternitè e egalitè. Ma loro sono in primo piano ed hanno l'Algeria e la Tunisia sulla coscienza" dice. "Trovo che fondamentalismo sia una parola che vuol dire poco e niente: solo libera via alla violenza di cui ognuno è capace per farne una forza preponderante sull'altro. Ma non viviamo in Europa tutto questo con una superficialità straordinaria. Non conosciamo neppure le divisioni all'interno dei musulmani. E anziché aiutare queste persone a sentirsi parte di una comunità alziamo muri, muretti,sguardi e pregiudizi, anche involontari". "Anche la satira - conclude – dovrebbe avere una coscienza. Andare a ferire certe culture può essere pericoloso".

Ma torniamo agli anni della deportazione.

Vera, c'è chi è stato deportato in un lager senza sapere perché e chi come voi sapeva di rischiare, perché lottava contro un regime. Una scelta consapevole. Cosa ha spinto lei e tanti altri giovani ad opporsi al fascismo e al nazismo?

Difficile generalizzare. C'era chi veniva da una famiglia antifascista e chi aveva avuto incontri fortuiti. Nel mio caso ero appena uscita dalla scuola fascista. Ero abbastanza giovane e non aveva idee precise. Del fascismo sapevo quello di cui ci avevano imbottito sui banchi di scuola, dell'antifascismo non sapevo niente. Ero venuta a diciotto anni a Roma perché avevo voglia di uscire dalla famiglia, una famiglia molto rigida: non direi antifascista, anche se la mamma per qualche ricordo contro i comunisti in sciopero li tollerava, ma era una famiglia sicuramente contenuta. Sa che non era mai andata al cinema. A Roma c'erano alcune cugine e mi fu offerto di lavorare come segretaria in una scuola. Ne approfittai.

E lì cosa successe?

Finii improvvisamente in un ambiente completamente diverso. Cugini e amici appartenevano già ad un gruppo di amicizia e militanza a cui partecipavano Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli ed altri antifascisti che già erano stati in carcere con le leggi speciali ed erano poi stati liberati dopo il 25 luglio.

Mi sembra di capire che fu un'opportunità anzitutto culturale …

Ebbe conoscenza per la prima volta della guerra di Spagna e del ruolo avuto dall'Italia: a scuola non ne avevamo mai parlato. Mi avvicinai alla musica, altro veicolo di libertà. Loro frequentavano l'Adriano, che era il Santa Cecilia di allora. Si incontravano lì per poi parlare di altro. E poi conobbi i libri e la letteratura americana, che in Italia non si potevano comprare. Ero molto curiosa. Mi piaceva questa amicizia e questa opportunità di diventare grande.

L'8 settembre fu la data decisiva

Dopo l'8 settembre i tedeschi, che già c'erano, iniziarono ad esibirsi in strada. Piazza Vittorio era tutta circondata. Noi abitavamo molto vicino.

Cosa successe?

Mi fu chiesto, o forse mi offrii io, di prendere parte alla mobilitazione davanti alle scuole. Davo volantini agli studenti in entrata. Non avevamo armi ma era un esporsi comunque pericoloso. In quei mesi a Roma c'erano spessi rastrellamenti. Non era una città né tranquilla né aperta.

Una volta all'università siamo dovuti fuggire da una sparatoria ingaggiata da fascisti, che c'erano sempre e spesso erano delatori. I tranvieri rallentarono, aprirono le porte e ci fecero entrare. Aiutandoci a scappare.

Da dove arrivavano i volantini?

La distribuzione era molto capillare e a piccole quantità. Non conoscevi chi te li dava e da dove li prendeva. Ho saputo dopo che la casa del professor Gesmundo, ucciso anche lui alle Ardeatine, era un luogo di distribuzione di questi stampati.

Poi il 14 febbraio 1944 arrivarono a casa le SS ...

A mezzogiorno, anzi un po' prima. Erano in tre, poi ne sono venuti altri. Si aspettavano di trovare solo me. Poi è arrivata mia cugina con una borsa di volantini che non avrebbe neppure dovuto avere. Si insospettirono. Non erano venuti evidentemente per quello. Videro la tavola apparecchiata per tante persone. Fecero una verifica sommaria, ma veloce tanto che non guardarono nella macchina da scrivere dove avrebbero trovato un articolo che stavo battendo per l'Unità. Ci fecero mangiare. Il papà di Enrico fu avvertito da falegname che aveva il deposito sotto e non salì in casa. Poi ci portarono in via Tasso.

Avete temuto il peggio?

Ci siamo detti "Viva l'Italia" pensando alla fucilazione. Volevamo metterci d'accordo prima degli interrogatori, ma non ci fu tempo. Subito fummo divisi. Sopratutto divisero me e Enrica. Ebbi due interrogatori duri, certo non gentili ma senza minacce aperte. Io ho fatto un po' la stupida, ho detto che non sapevo niente, che mi avevano dato dei volantini ma li avevo buttati via e non li avevo distribuiti. Abbiamo dormito per una settimana o forse dieci giorni in una cella al buio, su un tavolaccio a terra senza coperte. Poi ci portarono a Regina Coeli: luci accese notte e giorni, sporcizia e servizi igienici che erano dei buchi per terra e una canalina per lavarsi. Ci sono tornata anni dopo: peccato non abbiamo messo una lapide per i tanti esponenti della Resistenza italiana che da lì sono passati, il presidente Pertini compreso.

Poi c'è stato il processo. L'avvocato d'ufficio contattato dalla sua famiglia chiarì che non era ebrea, cosicché se qualcuno pensava alla taglia cadeva male. Tu e Enrica foste condannate a tre anni, gli altri assolti. Anche se Paolo Petrucci finì comunque alle Ardeatine.

Sì. Tre anni di carcere duro. E alla fine di aprile iniziò il viaggio verso la Germania, dove io e Enrica arrivammo a maggio. Ci portarono con un camion fino alla stazione di Campo di Marte a Firenze: le linee erano interrotte. Poi da lì fino a Monaco di Baviera. Un viaggio un po' meno lento di altri, su un treno merci dove viaggiavano anche soldati tedeschi e carri armati. Ci hanno lasciato tutto quello che avevamo ed abbiamo mangiato. Io ho dormito tutto il tempo sul pavimento.

Poi?

Siamo arrivati a Monaco la mattina e fino a sera siamo stati in stazione. Per fortuna era un po' prima dei grandi bombardamenti. A Dachau abbiamo dormito nelle docce. Lì ho visti i cani con la gualdrappa nera e l'SS ricamata sopra. E poi c'era questo urlare continuo in tedesco. Urlavano se dovevi uscire, urlavano se dovevi entrare. E noi non sapevamo il tedesco. Ci hanno dato una zuppa. C'erano anche altri prigionieri. Poi con un mezzo pubblico siamo stati spostati fino a Stadelheim, un carcere dove ancora funzionava la ghigliottina. Le italiane erano poche. C'erano polacche e francesi: anche loro penso deportate politiche

Come trascorreva la giornata?

Lavoravamo sulle divise militari di soldati feriti o morti. Dovevano ritagliare via tutte le macchie di sangue, dividere cotone dalla lana e fare dei pacchi: quello che poi abbiamo scoperto facevano anche ad Auschwitz sui vestiti deportati nel reparto Canada. Tutto si utilizzava in Germania, fino all'ultimo filo. Del resto la Germania stava già male in quel momento e si contingentavano i viveri.

Da Stadelheim ad Aich, un altro penitenziario duro e tutto femminile...

Successo un mese dopo e fu la nostra destinazione definitiva: un carcere duro dove c'erano anche tra le ergastolane moltissime tedesche finite in prigione per reati comuni. E poi altre straniere, trecento almeno: greche, yugoslave, altre dall'Alsazia. Le celle erano per una persona ma le dividevamo in tre. C'erano anche altre italiane. E c'erano anche alcuni soldati americani, forse paracadutisti. Non so come erano finiti lì. Quando passavamo, la guardia copriva con il suo corpo la grata per non farci parlare. La domenica non si lavorava e rimanevamo chiuse dentro con un pasto solo. Dopo un po' di mesi ci fu data la possibilità di avere un libro e lì in carcere ho conosciuto gli scritti di Pierre Loti (lo scrittore francese innamorato di Instanbul ndr)

Tagliavate divise anche lì?

No, lavoravamo ad un piccolo tavolino che la sera dovevano ripiegare e mettevamo fibbie alle ghette Allora non c'erano stivali contro la neve. Il vitto era quello dei lager, veramente schifoso. Ma almeno lavoravamo al riparo di quattro mura e questi ci aiutò a preservare il nostro fisico.

Per qualche tempo ha lavorato però anche nei campi?

Per due mesi, la metà in una birreria. Fuori in effetti faceva molto freddo.

Poi tra il 29 aprile1945 arrivarono le truppe alleate a liberarvi...

Facemmo una festa con i fiori di lilla. Ogni prigioniera parlò nella sua lingua, senza magari capirci granché se non il francese che sapevamo. Poi abbiamo cantato l'Internazionale, l'unico canto che tutti conoscevamo.

Le umiliazioni erano finite ...

Il primo incontro con l'Italia fu trafico. Ci portarono in un campo di prigionieri uomini itlaiani, che ci sbeffeggiarono: "Potevate rimanere a casa, qui non c' posto". Volevano farci dormire all'addiaccio nelle scuderie, occupammo l'infermeria. IL 2 giugno, aiutati dal cugino Paolo Buffa, siamo ripartite finalmente per Milano.

Che Paese ha trovato?

Ero un fantasma. Dall'anagrafe di Roma mi aveva cancellato. Quanto alla defascistazione, durò solo un anno: soprattutto a Roma. I ministeriali che se ne erano andati nella Repubblica di Salò furono tutti reintegrati. Ci aspettavamo un altro clima, anche se al Nord andò meglio. Invece ci fu da subito una grande ambiguità. Anche il ministero della solidarietà nazionale ebbe vita breve: dopo un po' iniziarono a rubarsi i soldi, i pacchi dall'America e quelli che arrivavano dal Vaticano. Poi mi sono sposata, mi sono ammalata di tbc ho dovuto pensare a me stessa. Anche perché ai deportati non pensava nessuno, almeno fino agli anni Ottanta.

Gli anni in cui si è rinnovato il suo impegno con l'Aned ...

Sì, quando sono tornata di nuovo a Roma. Gli anni in cui ho cominciato anche a raccontare gli anni della deportazione. In quegli anni, oltre al riconoscimento giuridico degli ex deportati, è iniziata anche la cultura della memoria. Primo Levi aveva scritto molti anni prima (all'inizio degli anni Cinquanta ndr). Ma fu un caso isolato. E poi all'inizio non trovò neppure un editore.

Molte copie di "Se questo è un uomo" rimasero anche invendute.

La memoria si è fatta strada attraverso l'Aned, l'associazione degli ex deportati: anche per gli ebrei, tutti insieme e desiderosi di stare insieme. Poi fu fatta una separazione netta, tra deportazione ebraica ed altri. Si è iniziato a parlare molto della deportazione degli ebrei e meno degli altri.

E ora?

Ora è importante che la memoria diventi coscienza. Le testimonianze dirette stanno finendo, ma ci sono molti libri. Che vanno letti e conosciuti. Coscienza vuol dire sapere, conoscere e indagare, coscienza vuol dire andare indietro nel tempo e soprattutto vedere le ragioni di quello che accade.

 

 

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Tag: interviste
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