16 gennaio 2015
21:00

Quando le parole rimangono chiuse nel petto

La nonna di Ursula, bionda guida polacca che ci accolse nel 2011 al campo di sterminio di Birkenau, una delle guide assegnate al gruppo toscano, parlava sottovoce e si muoveva in punta di piedi. Un po' come quando entri in un cimitero. Era il suo modo per rispettare quel luogo di morte (ieri) e compassione (oggi) dove tanti sono diventati fumo e cenere.  

Anche sua nonna fu deportata in quel campo. Non solo gli ebrei furono infatti reclusi a Birkenau. Almeno all'inizio. Da Birkenau la nonna di Ursula fu poi trasferita altrove e nel 2011, ancora viva e con pi di novant'anni, abitava a 15 chilometri da Auschwitz. In fondo non si allontanata troppo da dove era nata e vissuta. Ma di quella terribile esperienza patita non ha mai voluto raccontare alcunch .

Le parole a volte fanno male, come gli odori od anche solo un rumore, magari l'abbaiare dei cani, possano farti ripiombare nell'inferno. "I superstiti dei lager raccontava Ursula si dividono in due gruppi. C' chi assolutamente vuole testimoniare. Magari lo fa con dolore, ma sente di doverlo fare. E chi invece si rinchiude in se stesso e di quello che nei lager ha visto e provato non fa parola con nessuno, neppure con la sua famiglia, quasi a cercar di cancellarlo dalla memoria. Mia nonna una di questa". Incapace di trovare il perch di tanti orrori e crudelt gratuite di cui stata testimone.