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30 gennaio 2020
17:05

Salvare il pianeta, Castro-Salazar: “Serve intera filiera carbon-neutral, sennò il collasso”

I boschi di Vallombrosa, tra i siti toscani candidati al patrimonio mondiale Fao

Confronto tra università e istituzioni nel corso di una tavola rotonda a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze

Ci sono i vigneti piantati sulle lave vulcaniche alle Canarie e la coltivazioni di rose ‘super profumate’ in Iran, gli orti galleggianti sul lago Inle in Myanmar dove si coltivano ortaggi su isole lievi di fango ed erba tenute ferme con i bambù, i terrazzamenti in pietra sugli altipiani in Etiopia, la silvopastorizia della parte centrale di El Salvador, le oasi montane della Tunisia. E poi ancora, ma l’elenco potrebbe ulteriormente continuare, le coltivazioni tradizionali di caffè e cacao a Cuba, che si sviluppano all’ombra della foresta, le risaie a terrazzo della Cina o i terrazzamenti di vigneti a Lamole in Chianti.

Cosa li accomuna? Sono tutti esempi dell’ingegno dell’uomo ad adattarsi ad ambienti e climi diversi. Esempi e modelli da studiare e salvaguardare. Oasi da proteggere dove continuare a produrre e creare magari un indotto turistico. E’ l’esempio di come l’agricoltura, una agricoltura sostenibile, può contribuire a salvare il pianeta.

Il tema è stato al centro della tavola rotonda ospitata stamani a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione, dove sono stati illustrati i primi risultati del progetto “Gihas Building capacity”, coordinato dall’Università di Firenze e finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, con il supporto di Fao e Regione. L’incontro, moderato dal presidente del comitato scientifico del programma Gihas Mauro Agnoletti dell’università di Firenze e coordinatore del progetto, ha visto la partecipazione della vice presidente della Regione Toscana Monica Barni, dei Renè Castro-Salazar, vicedirettore generale della Fao e responsabile del dipartimento clima, biodiversità, terra ed acqu, di Cristiana Mele della direzione generale per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli affari esteri, di John Parrotta, presidente dell’Unione internazionale delle organizzazioni di ricerca agraria (Iufro), di Francesco Ferrini, direttore delle scuola di agraria dell’Università di Firenze, e di Marco Focacci dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

Si è parlato dunque di agricoltura, ma anche di paesaggio e sostenibilità. “La parola chiave deve essere ‘paesaggio’ - ammonisce John Parrotta di Iufro – Su questo, anziché sulle sole risorse idriche e agricole, dobbiamo concentrarci. In fondo in passato è sempre stato così e le tre cose non erano considerate come ambiti a se stanti”. “Salvare il paesaggio non vuol dire neppure cristallizzarlo – ricorda Ferrini della scuola agraria dell’Università di Firenze - L’agricoltura moderna è fatta anche di tecnologia”. Pure la tradizione in fondo, quando è nata, era innovazione. Il sapere tradizionale è un sapere olistico, dinamico anche. “E l’agricoltura sostenibile – rammenta Cristiana Mele per il Ministero degli Esteri, dove si occupa di cooperazione allo sviluppo – è tra gli Sdgs (i diciassette obiettivi per uno sviluppo sostenibile individuati dall’Onu ndr) sicuramente tra gli obiettivi più trasversali”. L’Italia e il Ministero in particolare, ricorda, ci lavora su tre fronti: attraverso i partenariati, per diffondere le buone pratiche, attraverso l’agenzia per la cooperazione, attraverso chiaramente strategie da definire prima e dopo per ottimizzare le risorse, non infinite, a disposizione”.

Sostenibilità vuol dire chiaramente anche strategie carbon-neutral, per la riduzione della produzione di Co2. E’ il vicedirettore della Fao, Renè Castro-Salazar, a soffermarsi sul tema. L’equazione da rispettare per centrare gli obiettivi che la comunità internazionale si è data edc evitare il collasso è semplice: prendi le emissioni globali in atmosfera, sottrai le riduzione che si riuscirà ad operare, sottrai le compensazioni e il risultato deve essere zero.

In qualche paese si potranno piantare nuovi alberi, in altri, diversi per conformazione fisica, si potrebbe ridurre l’uso delle biomasse. Per ogni chilo di caffè si producono cinque chili di anidride carbonica. “Ma già ci sono nel mondo esempi di caffè ad emissioni zero – spiega Castro-Salazar - , così come si producono carne di manzo ad emissione zero in Brasile o tessuti ad emissioni zero. Il passaggio ulteriore è servire, ugualmente ad emissioni zero, quel caffè o quella bistecca o impegnarci a utilizzare quei tessuti, facendo abiti belli”. Farli insomma diventare una filiera economicamente sostenibile: costruire una rete. “Altrimenti, se falliamo – conclude –, l’umanità non avrà futuro. Con un aumento della temperatura di quattro gradi sarà il collasso e non solo iun problema economico e sociale, che già oggi con un grado di surriscaldamento ci troviamo ad affrontare”.