18 gennaio 2017
22:36

Luca Bravi e il Porrajmos, il genocidio di Rom e Sinti

FIRENZE - Porrajmos non un termine molto noto, anche tra coloro che sono pi attenti al dovere della memoria. Eppure una delle parole del genocidio. Un altro modo per ritornare all'orrore dei lager, per provare a evocare ci che davvero successo. il termine traducibile come "grande divoramento" - con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del loro popolo sotto il nazismo.

Ricordare che cosa stato il Porrajmos aggiungere un altro pezzo di memoria necessaria. Magari interrogandosi anche sui tanti ritardi e amnesie che certo non hanno aiutato una piena consapevolezza di questi eventi. Ne parliamo con Luca Braviricercatore e docente a contratto presso il Dipartimento di Scienze dell'educazione dell'Universit di Firenze, autore di numerose pubblicazioni relative alla storia dei rom e dei sinti in Europa, relatore alla Camera dei Deputati in occasione del primo riconoscimento a livello nazionale della persecuzione dei rom e dei sinti in Italia durante il fascismo. Insomma, uno dei pochi studiosi italiani che si sono occupati in maniera approfondita e sistematica del Porrajmos.

Porrajmos: perch finora se n' parlato troppo poco?

La causa del silenzio da individuare soprattutto nei medesimi stereotipi di stampo razziale che si sono conservati con una linearit agghiacciante dall'immediato dopoguerra e fino ad oggi in riferimento a quelli che continuiamo a chiamare "gli zingari". Quest'ultimo un termine offensivo coniato per indicare un gruppo che consideriamo in toto composto da soggetti ladri, asociali e nomadi, perci "geneticamente" (ma oggi si dice "culturalmente") pericolosi. Gli stereotipi attivi determinano la tenuta a distanza di queste persone e la distanza provoca l'assenza di spazio e di disponibilit per la ricostruzione storica e soprattutto per la testimonianza. Non ci potr essere testimonianza storica finch non si attiver una reale inclusione a livello sociale. Ecco perch il Porrajmos parla di memoria storica, ma ha bisogno di costruire spazi d'inclusione nel presente; ed ecco perch il Porrajmos uno dei temi caldi rispetto alla costruzione di un tempo "post-Auschwitz".

Qualcosa cambiato negli ultimi tempi, sia dal punto di vista della ricerca storia che della consapevolezza diffusa?

A livello internazionale cambiato molto: oggi il Porrajmos riconosciuto come persecuzione e sterminio avvenuto per motivazioni razziali, esattamente come la Shoah ebraica. Se questo riconoscimento avvenuto lo si deve soprattutto a importanti testimonianze di ebrei ed oppositori politici che hanno raccontato la persecuzione subita da rom e sinti anche e non solo nel campo di Auschwitz-Birkenau. Queste testimonianze, insieme ai documenti rintracciati e studiati, hanno permesso di far sorgere a Berlino un Memoriale dedicato alle vittime del Porrajmos di fronte al Reichstag tedesco, a poca distanza dal memoriale ebraico. Credo che questa prossimit sia il simbolo pi importante della direzione inclusiva che deve prendere la politica della memoria in ogni nazione. La consapevolezza diffusa invece ancora latita, soprattutto in Italia, dove non si pone ancora la necessaria attenzione. Il Porrajmos non tuttora neppure menzionato all'interno della legge che ha istituito il "Giorno della Memoria". Tuttavia anche da noi la ricerca storica ripartita. Oggi abbiamo due strumenti multimediali all'avanguardia rispetto al resto d'Europa: un museo virtuale (www.porrajmos.it) che ripercorre il Porrajmos in Italia tramite i documenti e la voce dei testimoni diretti ed il portale www.romsintimemory.it che narra le vicende dello sterminio nazista.

Ci sono responsabilit specifiche italiane, cos come per la Shoah?

L'Italia fascista stata un ingranaggio del sistema di persecuzione e deportazione di rom e sinti e quindi del Porrajmos. Questo attraverso almeno quattro fasi specifiche con un intervento sempre pi radicalizzato: l'allontanamento ed il rimpatrio dei cosiddetti "zingari" (anche quelli di cittadinanza italiana), la pulizia etnica nelle zone di frontiera rispetto alla presenza di soggetti rom e sinti (con il confino obbligatorio in Sardegna), l'arresto e l'invio in "campi di concentramento riservati a zingari" sorti sul territorio italiano ad esempio ad Agnone (Molise) (www.porrajmos.it ripercorre le vicende a riguardo), la deportazione verso i lager oltre confine.

Quanto serve recuperare questa memoria per combattere il pregiudizio oggi?

La memoria del Porrajmos serve se diventa la scintilla per avvicinarsi oggi ai rom ed ai sinti presenti nelle nostre citt e scoprire che non sono quei "mostri" che la maggior parte delle persone immagina. Per scoprire, per esempio, che pi della met di rom e sinti nella nostra nazione sono di cittadinanza italiana e di antico insediamento. Sul Treno della Memoria della Regione Toscana gli studenti ed i professori avranno anche quest'opportunit : scoprire che le vicende di deportazione studiate hanno toccato anche le famiglie di rom e sinti che sono loro concittadini da tempo, ma che a causa del pregiudizio diffuso non stato costruito uno spazio che permetta il racconto della storia e la costruzione di una memoria sociale. Basta un solo dato a chiarire definitivamente la linearit dell'esclusione e dell'odio tra passato e presente: durante il nazismo e il fascismo, i cosiddetti "zingari" furono perseguitati e sterminati perch indicati come portatori della "tara ereditaria" (dunque razziale) dell'"istinto al nomadismo". Oggi la maggior parte degli italiani crede ancora che rom e sinti siano "nomadi"; non vero, non lo sono mai stati. Approfondire questo dato di fatto, magari a scuola, magari entrando in contatto con i rappresentanti rom e sinti delle associazioni presenti in Italia, apre un mondo e fa crollare il castello di carta del pregiudizio. Conoscere il Porrajmos pu rappresentare quel soffio di vento in grado di scompigliare le carte e farci tornare a riflettere sul significato presente del fare storia e memoria.

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Per approndire in rete la tematica del Porrajmos

Luca Bravi, Porrajmos in Italia, Libri di Emil, Bologna, 2013
Scarica qui l'ebook gratutito

(Questo articolo stato pubblicato la prima volta a gennaio 2015, sullo speciale del Treno della memoria di quell'anno)