22 gennaio 2019
12:00

Normale e anormale ad Auschwitz

OSWIECIM - Era una caserma militare (requisita) e dunque ti confonde con la sua 'normalit ': gli edifici in mattoni rossi, ventotto, e i viali austeri ma ordinati, ben lontani dalle fragili e incerte baracche in legno di Bikenau. Auschwitz era anche un campo piccolo: sei ettari appena, una briciola. 

Ma quella di Auschwitz I, visitata stamani dai cinquecentocinquanta  ragazzi toscani del treno della memoria, solo una normalit apparente. Ti sembra anche tutto gi visto, nonostante i ripetuti colpi allo stomaco. Poi, lentamente o all'improvviso, arriva il punto di non ritorno: il vaso si rompe e le lacrime escono, ai giovani come agli adulti.

Birkenau immenso, ma vuoto. O per lo meno molto pi vuoto. Occorre far funzionare l'immaginazione. Ad Auschwitz al contrario l'orrore si materializza nei volti delle foto e negli oggetti del museo. Non c' troppo da spiegare. Passi da un edificio all'altro vi venivano stipate settecento persone, a volte anche mille e duecento e ti imbatti nell'urna di ceneri umane raccolte a Birkenau e che i tedeschi usavano per concimare i campi o, d'inverno, per cospargere le strade ghiacciate del campo. Vedi i fusti di gas, il famigerato Zyclon B, che proprio ad Auschwitz fu per la prima volta sperimentato nel 1941 su 650 prigionieri russi e 250 infermi polacchi. Bastavano tre o quattro scatole, da 5 ai 7 chili, per uccidere 1000 persone. Una morte inevitabile, appena entrati nelle camere a gas, ma lenta ed atroce, per asfissia.Le truppe dell'Armata Rossa che il 27 gennaio 1945 entrarono in un campo gi pressoch deserto  trovarono ancora 20 tonnellate di quei fusti.

Nei 'blocks', a volte illuminati da un tiepido sole ed altre volte velati dalle neve, vedi anche i capelli tagliati ai morti delle camera a gas. I tedeschi li raccoglievano per venderli o comunque per utilizzarli per l'economia di guerra di un Paese progressivamente sempre pi sotto assedio. Li spedivano periodicamente in Germania e diventavano materassi e tessuti oppure venivano utilizzati per costruire bombe a scoppio ritardato. Quando il campo fu liberato di capelli ce n'erano, ammassati e gi raccolti nei sacchi, ancora 7 tonnellate. E i capelli di una persona  non pesano pi di 40-50 grammi.

Ti imbatti nel muro nero della fucilazione, dove anche oggi, in silenzio, la numerosa delegazione toscana ha depositato una corona di fiori, per poi attraversare in corteo il campo a ritroso, con i gonfaloni della Regione e del Comune di Firenze, dell'associazione internati e dei deportati politici, fin sotto la celebre scritta in ferro che all'ingresso del csmpo ricordava, quasi uno scherno, che "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi. Assieme agli oltre cinquanta e passa ragazzi e sessanta insegnanti, con le comunit ebraiche, sinte e rom, con alcuni amministratori, la delegazione del Consiglio regionale toscano, la vice presidente della giunta Monica Barni ma anche privati cittadini: con gli striscioni che ricordano due ammonimenti di Primo Levi, quella che ci che accaduto pu tornare a ripetersi e che comprendere impossibile ma conoscere necessario.

Ad Auschwiitz si organizzavano marcette militari e  musicali, di nuovo ancora la 'quasi' normalit . Ma poi ti imbatti negli ambulatori dove il dottor Mengele ed altri medici conducevano delittuosi esperimenti o nelle celle dove si veniva chiusi anche per punizione, in piedi e in quattro, per notti e notti, in una stanza di novanta per novanta centimetri, con l'impossibilit di dormire. Tre mesi, in media, si sopravviveva nel campo.

C' il crematorio, l'unico rimasto in piedi dopo che i nazisti in fuga tentarono di cancellare le prove dei loro crimini. Vedi poi le bambole, i vestiti e i giocattoli di tanti bambini che non erano una vera minaccia per il Terzo reich ma che non diventarono mai grandi. Ci sono le scarpe: 80 mila paie ne sono state trovate. Ci sono gli oggetti di tutti i giorni pentole, spazzolini da denti, pennelli da barba, pettini perch gli ebrei e gli altri prigionieri del campo pensavano di essere deportati ma non di andare incontro alla morte.

Venivano attratti con l'inganno a volte, con l'offerta di un lavoro e di una nuova casa, un'opportunit migliore rispetto ad un ghetto angusto o un presente di discriminazione.  Ed anche questo pu sconvolgere. Nelle foto ritrovate dopo la fine della guerra, alcune delle duecento scattate dai nazisti che informare Berlino del lavoro fatto, li vedi arrivare con le valigie, a famiglie intere, non troppo spaventati e in file ordinate, non solo in treni merce ma anche in convogli di terza classe come gli ebrei della Grecia, truffati con un finto acquisto di casa e un lavoro in fabbriche non esistevano. Ma il motivo era semplice. C'era la necessit di deportarli ed ucciderli senza generare panico e tutto era studiato a tavolino. Fingendo una normalit apparente:  un trasloco in teoria. Ed invece era tutt'altro.