18 gennaio 2017
22:28

Tutto cominciò con le leggi razziali

FIRENZE - Si sa come comincia, non si sa come finisce. Così recita, più o meno, la saggezza popolare, eppure non sempre è così. Per esempio, non lo è con le persecuzioni razziali di cui furono vittime gli ebrei italiani. 
 
La fine è nota: lo sterminio nei lager nazisti. In genere si è meno consapevoli di come le cose cominciarono: ovvero ben prima dell'8 settembre e della guerra. 
 
Si iniziò con l'antisemitismo di testate come "La difesa della razza". E poi con le leggi razziali del 1938, quando gli ebrei italiani furono di fatto cancellati come cittadini italiani. Una storia da non dimenticare, responsabilità da tenere sempre ben presenti, contro ogni comodo tentativo di rimozione. 
 
Una storia – dal 1938 al 1945 – che ci viene raccontata, nella sua esperienza personale, dall'ingegnere fiorentino Federico Benadì. "Quelle leggi razziali per noi furono come un fulmine a ciel sereno", dice cominciando il suo racconto. 
 
Partiamo dalla sua famiglia, prima di quel 1938?
 
Eravamo una famiglia molto legata alla tradizione ebraica, anche se mio padre, uomo di grande cultura, non era strettamente osservante. Insomma, andavamo in sinagoga per le feste più importanti, attaccati in particolare alla vecchia sinagoga di via dell'Oca, che ora non esiste più. 
Io sono nato nel 1924, alle superiori ho scelto lo scientifico Leonardo da Vinci, che allora era l'unico scientifico di Firenze, con sede in via Masaccio.  In classe ero l'unico ebreo, però non avvertivo alcuna differenza, casomai qualche curiosità, senza preconcetti. Piuttosto eravamo immersi nella retorica del fascismo, in una propaganda tambureggiante sulla magnificenza e sulle grandi realizzazioni del regime. Anche noi credevamo davvero alla grandezza dell'Italia. E quando nel 1938 si vinsero i Mondiali di calcio anche quella fu una vittoria dell'Italia di Mussolini.
 
Segnali delle politiche razziali che stavano per abbattersi sugli ebrei?
 
Nei riguardi degli ebrei non si avvertiva nessun astio. L'Italia non sembrava un paese antisemita. Almeno fino all'infausta alleanza con la Germania. Poi arrivò il 1938. In maggio, tra l'altro, ci fu la visita di Hitler e Mussolini a Firenze. Ricordo bene la città imbandierata, con le svastiche ovunque. Certo non si poteva ancora sapere cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi.    Prima delle leggi, però, arrivò quella rivista, "La difesa della razza", in cui si proclamava che la razza italiana "ariana" non doveva contaminarsi con altre razze. 
 
E poi arrivarono le leggi razziali
 
Un fulmine a ciel sereno.  Un colpo terribile che ricordo molto bene anche perché non ero più un bambino, avevo 14 anni. Da un giorno all'altro mi trovai completamente estromesso dalla vita che era stata mia fino a quel momento. Senza più il diritto di stare insieme agli altri.
 
Come continuò gli studi?
 
Nel solo modo che mi fu possibile. Privatamente, seguito da mio padre e grazie a una famiglia che aveva i mezzi. E poi iscrivendomi alla scuola ebraica in via Farini, con gli altri studenti ebrei e gli insegnanti che, per gli stessi motivi razziali, erano stati cacciati dalla scuola pubblica. Insegnanti peraltro di altissimo livello. L'unica cosa che c'era concessa era dare l'esame da privatisti a fine anno. Eravamo separati anche nei risultati degli scrutini. Gli ebrei si riconoscevano perché i loro nomi erano riportati in un'altra parte del tabellone. E anche per i loro voti alti, devo dire. 
 
E la vita di tutti i giorni come cambiò?
 
Cambiò tutto. Non si poteva avere la radio in casa, né persone di servizio di razza "ariana". Non potevamo nemmeno iscriverci a una società sportiva, oppure andare per qualche giorno al mare. Ma soprattutto ricordo i nostri documenti, su cui cominciò a essere stampigliata la dicitura "di razza non ariana"
 
E dopo la fine del liceo, da privatista?
 
Il liceo lo finii nel 1941, per l'università non avevo possibilità di iscrivermi o di frequentare da privatista. Però ci fu chi mi aiutò. Avevo deciso di frequentare ingegneria, però le leggi razziali.... E tuttavia ci fu il professor Sansone, direttore dell'istituto di matematica, che mi disse: "vieni alle lezioni, come auditore". E così iniziai ad andare all'università. Poi nel 1942-43, venni a conoscenza di corsi universitari tenuti dal grande professore Castelnuovo, a Roma. Li frequentai e in qualche modo riuscii a dare gli esami. Nel dopoguerra, in qualche modo, sarei riuscito a farmeli riconoscere.
 
E dopo l'8 settembre?
 
Prima per me la guerra aveva significato la precettazione per lavorare la terra a Peretola. E qualcuno diceva: "Fortunati voi ebrei, che non andate in guerra". Si sarebbe visto a che prezzo. Dopo, ricordo l'entusiasmo del 25 luglio, con l'idea che saremo tornati a essere come gli altri. E quindi l'8 settembre – avevo già 19 anni – con i tedeschi in casa. Si capì subito come sarebbe andata a finire. Allora abitavo con la mia famiglia in via Giusti. Decidemmo subito di abbandonare la casa e di sparire. Ecco, proprio questa parola: sparire. Questo dovevamo fare. E non sapevamo ancora dei campi di sterminio, ma solo di campi di lavoro. Io sono sparito per 10 mesi, un tempo di vita che non è stata vita. 
 
Come ce la fece a salvarsi?
 
Con o senza la mia famiglia, ho peregrinato di posto in posto. Per esempio in case di contadini, a Radda in Chianti. Trovavamo un posto, e magari gente che ci voleva bene, ma c'era sempre il rischio di una spiata. Una cosa era il buon maresciallo dei carabinieri, un'altra, ovviamente, i repubblichini. Però all'inizio eravamo in campagna, non ci arrivavano notizie, in qualche modo eravamo tranquilli. 
 
Poi arrivò l'autunno...
 
E novembre, con la terribile notizia del rastrellamento degli ebrei a Firenze. Ci crollò il mondo addosso. Prima potevamo ancora non crederci. I miei genitori scamparono per miracolo. I tedeschi e i fascisti andarono a casa nostra, sfondarono la porta, portarono via ciò che poterono. Fu un tempo tremendo. Non si sapeva se da un giorno si sarebbe arrivati all'altro.
 
E poi la Liberazione...
 
L'ultimo mio rifugio fu nell'estrema periferia, verso Le Cure. Ricordo gli ultimi giorni, terribili, con il coprifuoco totale. E poi, come una visione, una pattuglia di partigiani che avanzava per la strada. E capii che era fatta. Più tardi, in piazza delle Cure, le camionette degli inglesi. Avrei voluto saltargli addosso e abbracciarli. Oggi, mi dissi, finalmente ritorno una persona come le altre. 
 
Vi ritrovaste, voi sopravvissuti, in sinagoga?
 
La nostra sinagoga era stata minata e in parte fatta saltare. Per le prime funzioni religiose ci ritrovammo al cinema Apollo e, per il kippur, al saloncino della Pergola.  L'avevo scampata perché avevo avuto fortuna. E perché avevo trovato tante persone non ebree che mi avevano aiutato, a loro rischio e pericolo. 
 
 
(Questo articolo è stato pubblicato la prima volta a gennaio 2015, sullo speciale del Treno della memoria di quell'anno)