Salta al contenuto

Le due storie di Vera Vigevani Jarach: da Auschwitz alla dittatura argentina

18 gennaio 2015 | 19:18
Scritto da Walter Fortini
 


FIRENZE - Vera ha due storie, tremende, da raccontare: il nonno deportato ad Auschwitz e diventato fumo di un camino e la figlia Franca - bei voti, rappresentante degli studenti e indipendente, in fieri già troppo leader per i generali - desaparecida nel 1976 in Argentina, vittima a diciotto anni dei voli della morte della dittatura militare di quel paese. "Due storie tremende in una sola vita" si sofferma. Due morti e nessuna tomba su cui piangere. Due storie che testimoniano come il male possa ripetersi, magari in forma diverse: i macellai nazisti ieri e i carnefici argentini dopo, lucidi ed efficienti gli uni come gli altri. E se non ci sono paragoni e Vera non ha esitazioni - "con l'Olocausto si è voluto annientare un popolo e i nazisti di certo non erano pazzi: le squadracce di Videla hanno voluto cancellare una generazione" - le due storie raccontano come il male purtroppo sia intimamente connesso al genere umano. Banale nella sua diffusione.

La storia di Vera Vigevani Jarach è stata raccontata l'anno scorso, nel 2014, in un docuweb che è diventato un viaggio vero in sette puntate realizzato da Marco Bechis e il Corriere.it, edizione on line del Corriere della Sera.

Vera è nata a Milano nel 1928. Undici anni più tardi, dopo aver patito gli effetti delle prime leggi razziali che le impedirono di continuare ad andare alla sua scuola – "un trauma fortissimo" ricorda - la sua famiglia scelse di emigrare in Argentina. Era il 1939. In Italia rimase solo il nonno materno, Ettore Felice Camerino, sessantottenne antiquario che non se le sentiva di ricominciare da capo un'altra vita: poi, quando alla fine del 1943 capì che non solo i diritti di cittadini ma anche la vita degli ebrei in Italia era in pericolo, provò a fuggire in Svizzera ma fu tradito. Da altri italiani. Per un ebreo si pagavano fino a 5 mila lire, l'equivalente di un mini appartamento.

In Argentina Vera si è sposata ed è stata, fino alla pensione, giornalista all'Ansa di Buenos Aires. Sua figlia Franca scomparve a diciotto anni il 26 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a poco tempo fa, quando una donna le ha raccontato tutto, una sopravvisuta al campo di concentramento dell'Esma, la scuola ufficiali della Marina argentina militare usata come centro di detenzione e tortura. L'attesa è durata venti anni ma in fondo è stata più fortunata di tanti altri, che dei loro cari scomparsi – trentamila desaparecidos dal 1976 al 1983 - non hanno saputo più niente. Franca fu drogata e gettata un mese dopo l'arresto da un aereo nel Rio de La Plata. Nel 1978 in Argentina si giocavano i Mondiali di calcio, ma il mondo non si accorse di cosa stava succedendo. Molti chiusero gli occhi.

Da allora Vera Vigevani appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo ed è diventata una "militante della memoria": il fazzoletto bianco in testa che porta spesso, sempre nelle cerimonie ufficiali, i capelli oramai bianchi, la vista che negli ultimi anni si è fatta più debole ma la voglia di testimoniare e continuare a raccontare. Oggi chiedendo quasi soccorso alla Shoah, ricordata ogni anno nel mondo, per non dimenticare la tragedia dei desaparecidos che rischiava di essere confinata nei sottoscala della memoria collettiva.

Una volta una ragazza le ha chiesto se perdonerà mai: "No, fin ha quando non ci sarà giustizia completa" ha risposto deciso Poi un desiderio rivolto a Papa Francesco, argentino: "Vorrei che in un'enciclica o in un discorso dicesse 'mai più silenzio'. A quel punto tutti capiremmo".  

 

>>>>L'INTERVISTA A VERA JARACH

>>>>IL CORAGGIO DI VERA Blog Le Parole del Viaggio

 

 


  • Condividi
  • Condividi
Tag: interviste
Contenuto Web

facebook

facebook