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Giorno della memoria, le biografie degli otto testimoni del meeting

22 gennaio 2016 | 18:27
Scritto da Redazione
 


FIRENZE - Testimoni dell'esilio e di due tragedie del Novecento, partigiani e internati militari, una allora giovane antifascista, tre bambine sopravvissute ai lager e un ebreo arrestato, adolescente, nel ghetto di Roma. Sono gli otto testimoni dell'edizione 2016 del meeting che accoglierà, per il giorno della memoria, settemilacinquecento ragazzi delle scuole superiori di tutta la Toscana: Adriana e Tatiana Bucci, Vera Vigevani Jarach, Marcello Martini, Vera Michelin Salomon, Antonio Ceseri, Kitty Braun, Pietro Terracina.    

Di seguito le biografie.

Andra e Tatiana Bucci, le due 'gemelline' sopravvissute a Mengele
Andra e Tatiana Bucci nascono a Trieste da padre cattolico e madre ebrea, entrambi originari della Bielorussia e approdati a Fiume per mettersi in salvo dai pogrom zaristi dei primi del Novecento.
Nel marzo del 1944, Andra e Tatiana, rispettivamente all'età di 4 e 6 anni, dopo aver sostato per due giorni alla Risiera di San Sabba, vengono deportate ad Auschwitz insieme al cugino Sergio De Simone di 6 anni e alle loro mamme.
Giunte ad Auschwitz sono scambiate per gemelle e  per questo motivo risparmiate alla camera a gas, perché  funzionali agli "studi" che Mengele stava svolgendo sui gemelli. Scampano così alla  prima crudele selezione che vede sopravvivere poco meno di una cinquantina di bambini su oltre 200 mila che vi erano stati deportati. Vengono liberate il 27 gennaio 1945, giorno della liberazione del campo di Auschwitz da parte dei russi.
Il cuginetto Sergio, invece, prelevato dal Lager insieme ad altri bambini su autorizzazione di Himmler, viene usato come cavia in orribili esperimenti e poi assassinato nei sotterranei di una scuola di Amburgo nel Bullenhuser Damm, luogo dipendente dal Lager di Neuengamme.
Andra e Tatiana sono due bambine piombate nell'inferno in cui la morte era onnipresente e quasi una normalità. Ricordano tra le altre cose che la madre aveva cercato in tutti i modi di far imprimere nelle loro menti di bambine molto piccole la propria identità:  vi chiamate Andra e Tatiana Bucci!
Dopo la liberazione le sorelline, che assai presto avevano perso i contatti con la mamma nel periodo della permanenza al campo, vengono condotte in un orfanotrofio vicino a Praga, dove restano fino al marzo del 1946. Da quel momento fino al dicembre 1946, le sorelle sono ospiti di un orfanotrofio inglese, il Weir Courteney Hostel a Lingfield, nel Surrey.
Intanto, anche grazie al tenace impegno dei genitori e del comitato per i rifugiati ebrei di Londra insieme alla Croce Rossa Internazionale, si riesce a rintracciare la storia personale e familiare partendo dall'esile indizio dei numeri tatuati ad Auschwitz. La madre li aveva tenuti a mente con amorevole disperazione perché "un giorno" diceva a se stessa " serviranno a riavere le mie bambine".
Tatiana e Andra hanno partecipato a otto edizioni del Treno della Memoria toscano, trasmettendo ai giovani il ricordo del loro sguardo di bambine nell'inferno di Auschwitz, la dolorosa ferita delle separazioni dalla madre e dal cugino Sergio, la permanenza di nove mesi in un orfanotrofio inglese e poi l'incontro con la madre che riannoda un legame spezzato da oltre due anni.

Leggi le interviste:
Le sorelle Andra e Tatiana Bucci sopravvisute ad Auschwitz
Troppi fondamentalismi e troppe guerre, pensate con la vostra testa
La morte del cuginetto e poi il ritorno a casa

 

Kitty Braun Falaschi, un'altra bambina nel lager
Kitty Braun nasce a Fiume il 14 gennaio 1936. All'età di cinque anni è costretta a causa delle leggi razziste del fascismo  a recarsi ad una scuola riservata agli ebrei, dove frequenta la prima e la seconda elementare. Nel 1943, dopo l'incendio della sinagoga di Fiume e il licenziamento del padre, la famiglia decide di assumere una falsa identità e di lasciare la città. La nonna, che parla solo yiddish e si muove con difficoltà, viene lasciata a casa e affidata alle cure della domestica jugoslava Danica.
I Braun cambiano il loro cognome in Ferri e si trasferiscono prima a Trieste e poi a Mestre, cercando rifugio in diverse abitazioni, vivendo in clandestinità, assillati dalla paura di essere riconosciuti. Nonostante l'aiuto di alcuni abitanti di Mestre, la mattina dell'11 novembre 1944, nascosti nel fienile di una casa di periferia, sono scoperti e catturati da una pattuglia tedesca guidata da un fiumano. Al momento dell'arresto provano una "sensazione di stupore e liberazione": finivano finalmente le continue fughe e l'angoscia di vivere braccati.
Subito dopo l'arresto vengono portati a Treviso e poi a Venezia, alla prigione Santa Maria Maggiore, dove la famiglia sosta per una ventina di giorni. Nella seconda metà di dicembre la situazione precipita; sono trasferiti alla Risiera di San Sabba, a Trieste, dove nonostante siano ancora uniti, il trattamento si fa più duro.
Le cose peggiorano ulteriormente l'11 gennaio 1945, quando Kitty e la sua famiglia vengono caricati sull'ultimo convoglio in partenza dalla Risiera per il campo di concentramento di Ravensbrück, a nord di Berlino. Insieme agli altri deportati sono stipati in carri bestiame e costretti a viaggiare per giorni in pochissimo spazio. La vita nel campo di Ravensbrück, il lager istituito dai nazisti appositamente per le donne (i maschi vi costituiscono una minoranza), è estremamente difficile. Tra il 27 e il 28 aprile 1945 il campo di Ravensbrück viene evacuato, perché l'esercito alleato si sta avvicinando e i nazisti non vogliono lasciare i loro prigionieri nelle mani nemiche. I deportati maschi, tra cui il padre di Kitty, vengono spinti a piedi verso sud in direzione di Parchim. E' durante questa "marcia della morte" che Aron Perlof\, lo zio di Kitty, è ucciso dalle SS perché non riesce più a proseguire.
Diversamente dagli uomini, le donne con i bambini sono mandati in treno a Bergen-Belsen, dove le loro condizioni di vita peggiorano ulteriormente. Le baracche sono vuote e i deportati costretti a dormire sul pavimento, addossati l'uno all'altro: i più non possono neppure allungare le gambe per riposarsi, tanto che alla piccola Kitty, rimasta accucciata per lungo tempo senza muoversi, si atrofizzano le gambe. Molti non riescono a sopravvivere a questo periodo. Una notte il cugino di Kitty, Silvio, "dopo essersi lamentato e aver pianto tutto il tempo muore e il commento della sua mamma è "Finalmente!". In poco tempo la maggior parte dei deportati diventa così debole da non essere più capace di muoversi; così quando i tedeschi lasciano il campo in seguito all'avanzata alleata, molti deportati restano senza cibo né acqua per giorni, "aspettando solo di morire".
Gli alleati arrivano a Bergen-Belsen il 15 aprile 1945 e restano increduli di fronte a ciò che hanno davanti agli occhi. Kitty deve imparare a camminare di nuovo, perché ha perso la capacità di utilizzare le gambe atrofizzate. Il suo fratellino, invece, viene ricoverato in una struttura adibita ad ospedale perché affetto da tubercolosi. Purtroppo non riesce a sconfiggere la malattia e muore il 22 giugno 1945.
Quando i deportati sono in grado di muoversi viene deciso il loro rimpatrio. Con un lungo viaggio attraverso Merano e Treviso, Kitty e la madre tornano a Mestre, dalle persone che li avevano aiutati durante la clandestinità, poi raggiungono il padre a Fiume, dove però non ritrovano la nonna, morta in ospedale. Quando si recano alla loro vecchia casa la scoprono occupata dalla domestica Danica, che li aveva denunciati durante la clandestinità per appropriarsi della loro abitazione. Nonostante ciò, i Braun decidono di non denunciarla a loro volta, lasciandola andare via liberamente. A causa della politica del governo del generale Tito, nel 1947 la famiglia Braun deve scegliere tra la cittadinanza jugoslava e quella italiana e poiché decide per quella italiana è costretta a un nuovo esodo. Come profughi istriani si trasferiscono a Firenze dove Kitty vive ancora oggi. Da ragazza si è convertita alla religione cattolica. Ha sposato il fiorentino Gianfranco Falaschi e lavorato fino alla pensione come insegnante.

Leggi l'intervista

Pietro Terracina, dal ghetto a Birkenau
Piero Terracina nasce il 12 novembre 1928 a Roma, ultimo dei quattro figli di Giovanni Terracina, agente di commercio e Anna Di Veroli, casalinga. Dopo un'infanzia serena, vissuta in una famiglia numerosa che comprende anche i nonni paterni, all'età di dieci anni deve inaspettatamente confrontarsi con la dura realtà del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche iniziate con le leggi razziste. La situazione peggiora ulteriormente con l'entrata in guerra dell'Italia al fianco della Germania nel 1940, diventando tragica dopo l'8 settembre 1943.
A Roma non si deve attendere molto per toccare con mano cosa significa la nascita della Repubblica Sociale e l'invasione nazista della penisola. Il 16 ottobre 1943 è messa in atto la prima grande razzia di ebrei. La famiglia Terracina in quell'occasione riesce a salvarsi perché il padre aveva saputo in anticipo del pericolo imminente. Successivamente la famiglia si riunisce in una singola stanza al terzo piano di una palazzina situata in piazza Rosolino Pilo, spostandosi poi all'ottavo piano dello stesso edificio dove si era liberato un appartamento. Contemporaneamente, i nonni trovano ospitalità dal portiere dello stabile. Secondo le parole dello stesso Piero Terracina quello del portiere "fu un atto di estrema generosità perché rischiava molto, anche la morte".
Purtroppo, neppure la scelta della clandestinità preserva la famiglia dalla persecuzione. La situazione precipita il 7 aprile 1944, giorno in cui tutti i componenti della famiglia sono riuniti nello scantinato dell'edificio per festeggiare la pasqua ebraica. Durante la cerimonia religiosa sentono bussare alla porta: sono militi tedeschi. Portati fuori dal locale sotto la minaccia delle armi, hanno a malapena il tempo di riconoscere accanto al portone i due giovani delatori che probabilmente li avevano venduti alle SS e vengono subito tradotti al carcere di Regina Coeli. L'11 aprile sono poi tutti trasportati con dei camion al campo di transito di Fossoli e da lì il 17 maggio deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove arrivano dopo sei lunghissimi giorni di viaggio, il 23 maggio 1944.
Sulla banchina inizia immediatamente la selezione: gli uomini vengono separati dalle donne e Piero, con i fratelli e lo zio finiscono nella fila di sinistra, mentre il padre, la madre, la sorella e il nonno sono sospinti a destra, verso le camere a gas.
Dopo essere stato selezionato per il lavoro schiavo, Piero Terracina viene spogliato, rasato e disinfestato come tutti i suoi compagni di sventura e successivamente riceve il numero di matricola A-5506. Inizia da quel momento la lotta per la sopravvivenza. Dopo un periodo di quarantena viene assegnato a diversi Kommando (squadre di lavoro), passando dallo scavo canali per lo scarico delle acque alla costruzione di edifici e successivamente alla rottamazione degli aerei. E' inoltre costretto a cambiare più volte baracca, dovendo quindi abbandonare i propri fratelli e lo zio. Ha però la fortuna di incontrare Sami Modiano, di soli due anni più piccolo di Piero e Servadio Moscato, ex compagni di scuola con i quali forma un gruppo unito, dandosi sostegno morale e psicologico. Oltre a ciò Moscato lavora nel Kanada (il luogo dove vengono raccolti e immagazzinati gli effetti personali dei deportati), da dove alcune sere riesce a portare un aiuto materiale ai propri compagni in difficoltà.
Durante il lungo inverno polacco Piero è troppo debole per continuare il proprio lavoro e viene ricoverato all'infermeria di Birkenau, dove incontra per l'ultima volta uno dei suoi fratelli, che sarà dimesso dalla struttura prima di lui ma non riesce a sopravvivere fino alla liberazione del campo.
Il 22 gennaio 1945 Piero è costretto insieme a migliaia di deportati a evacuare il campo, per essere trasferito all'interno del Reich con una "marcia della morte". Piero e suoi compagni sono sfiniti e non riescono a tenere il passo imposto dagli aguzzini, rischiando continuamente di crollare a terra e di venire finiti con una pallottola. Una volta giunti alla coda della fila i giovani tentano il tutto per tutto e si gettano in un fosso al lato della strada, dove miracolosamente non sono notati dalle guardie, riuscendo così a salvarsi.

Marcello Mancini, la staffetta partigiana
Marcello Martini nasce a Prato il 6 febbraio 1930, ultimo dei tre figli del maggiore Mario Martini, comandante militare del Comitato di Liberazione Nazionale della zona di Prato e collaboratore degli Alleati, e di Milena Dami. Cresce in una famiglia di provata fede antifascista e nel 1944, nonostante abbia solo quattordici anni, compie, in appoggio all'attività resistenziale del padre ed insieme ai fratelli, importanti e pericolose azioni come staffetta partigiana e come informatore della radio clandestina denominata Radio Co.Ra. Tutta la sua famiglia è quindi attiva nella Resistenza e il 9 giugno, dopo che il gruppo Co.Ra è scoperto e arrestato a Firenze, anche la casa di Montemurlo in cui la famiglia Martini era sfollata, viene circondata dalle SS italiane e tedesche e tutti i suoi componenti (eccetto il figlio Piero, non presente in quel momento) babbo, mamma, i fratelli Anna e Marcello, catturati. Solo il maggiore Martini riesce a fuggire in modo rocambolesco.
La signora con i due figli è condotta a Firenze, a Villa Triste, la sede dei terribili interrogatori e delle torture perpetrate dalla famigerata "banda" del fascista repubblichino Mario Carità. Madre e figlia sono rinchiuse nel carcere femminile di Santa Verdiana e successivamente liberate con un audace colpo di mano dei partigiani fiorentini, Marcello invece portato alla prigione delle Murate, poi, nonostante la giovanissima età, trasferito al campo di transito di Fossoli vicino a Carpi e quindi, con il trasporto del 21 giugno 1944 deportato a Mauthausen.
Da qui è destinato al sottocampo di Wiener Neustadt e assegnato ai Cantieri della Rax Werke a lavorare come "chiodatore" nella costruzione dei battelli fluviali. Dopo essersi gravemente ferito al piede e aver contratto seri dolori reumatici è ancora trasferito nel campo di Hinterbrühl, vicino a Vienna. I circa 1200 deportati di quel campo, tra cui anche il giovane Marcello ormai sfinito, il 1° aprile 1945 vengono incolonnati per il ritorno al "campo madre" di Mauthausen. Devono subire lo strazio di una marcia estenuante, una di quelle marce di evacuazione da est a ovest  chiamate "marce della morte", che dura sei giorni e solo i due terzi arrivano vivi a Mauthausen. Molti altri di quel gruppo muoiono anche dopo per fame e per stenti oppure uccisi nella camera a gas perché non più in grado di lavorare.
Marcello fortunatamente riesce a sopravvivere e dopo la liberazione rientra in Italia dovendo affrontare, traumatizzato e profondamente ferito nel corpo e nella psiche a soli quindici anni di età, lunghe cure di riabilitazione. Si è poi trasferito in Piemonte dove ha lavorato come dirigente di azienda e dove risiede ancora. Fa parte dell'ANED (Associazione nazionale ex-deportati).

Leggi il racconto

Vera Michelin Salomon, ventenne e antifascista
Vera Michelin Salomon nasce nel 1923 a Carema in Piemonte in una famiglia valdese, poi vive a Milano ma si trasferisce ancora giovane a Roma, dove un cugino le aveva trovato da lavorare nella segreteria di una scuola. Tramite le sue amicizie e i contatti familiari entra presto in contatto con l'antifascismo capitolino e dopo l'8 settembre 1943 inizia a collaborare attivamente con i gruppi studenteschi che si prodigano nella distribuzione di materiale di propaganda contro l'occupante nazista. Mentre distribuisce volantini vicino al Liceo scientifico "Cavour",  Vera viene notata da una giovane studentessa tedesca che, una volta appreso il suo nome, ne deduce erroneamente l'appartenenza alla "razza" ebraica, ritenuta un aggravante rispetto all'attività antifascista illegale, e la denuncia.
Il 14 febbraio 1944 viene quindi arrestata insieme agli altri componenti del gruppo clandestino di giovani attivisti: la cugina Enrica Filippini-Lera, il fratello Cornelio, il cugino Paolo Buffa e Paolo Petrucci che vivono con loro in casa Filippini-Lera dove avviene l'arresto. Vera Michelin Salomon viene condotta con gli altri a Via Tasso, dove ha sede il comando della polizia nazista di Roma e dopo una settimana è portata a Regina Coeli e messa sotto processo da un tribunale militare tedesco. Il processo è breve. Vera ed Enrica sono condannate a tre anni di carcere duro da scontarsi in Germania. I tre compagni vengono invece prosciolti dalle accuse. Nel frattempo avviene l'attentato di via Rasella e nel carcere i nazisti fanno una selezione per le Fosse Ardeatine nella quale viene preso Paolo Petrucci, anche se era stato assolto e vi trova la morte.
Le due giovani, invece, sono portate via da Regina Coeli e trasportate nella notte a Firenze con dei camion. Una volta giunte nel capoluogo toscano vengono caricate su un treno diretto a Monaco. Da Monaco le prigioniere sono poi trasferite al campo di  Dachau.
Poiché la sentenza dice che Vera e la cugina devono scontare la pena in un carcere, sono riportate a Monaco e condotte nel carcere di Stadelheim dove un anno prima erano stati giustiziati tramite decapitazione Hans e Sophie Scholl del movimento studentesco antinazista della "Rosa Bianca". Nel carcere ci sono  prigionieri di tutte le provenienze. Le due giovani rimangono lì un mese, lavorando tormentate dalle cimici, per poi essere trasferite nel carcere femminile di Aichach. E' un carcere molto duro ma Vera Michelin Salomon ci tiene ancora oggi a precisare che la sua condizione non è nemmeno lontanamente paragonabile alle sofferenze di chi è stato nei campi di concentramento. Senza contare che ha la fortuna di essere in cella insieme alla cugina e che riescono perfino ad avere notizie dell'avanzata del fronte. Quando le mandano a bruciare tutti i documenti della sede locale del partito nazista capiscono che la guerra sta davvero finendo.
Vera ed Enrica vengono liberate alla fine di aprile del 1945. Una volta aperte le porte del carcere, il ritorno non è immediato perché lo Stato italiano non soccorre subito i prigionieri italiani che si trovano all'estero. Ma un giorno, mentre le ragazze aspettano di fare ritorno a casa, vedono arrivare Paolo Buffa, il cugino di Vera, su una camionetta inglese – si era unito agli Alleati - che era riuscito a rintracciarle.
Nel dopoguerra, la coscienza antifascista e solidale acquistata con la Resistenza è mantenuta viva da Vera attraverso innumerevoli impegni politici e sociali; Il modo lucido e sereno nel raccontare la sua esperienza testimonia dell'ideale che l'ha accompagnata in tutti questi anni "per tenere vivo il ricordo delle responsabilità del fascismo e del nazismo nel disastro della guerra e nella persecuzione degli innocenti e per onorare la memoria delle migliaia di donne e uomini italiani che hanno combattuto e pagato, spesso con la vita, la dignità democratica del nostro Paese".

Leggi la storia e l'intervista 

Vera Vigevani Jarach, testimone di due tragedie
Vera Vigevani nasce a Milano nel 1928. All'età di dieci anni deve emigrare in Argentina con la famiglia perché le persecuzioni antiebraiche iniziate con le leggi razziste del fascismo le impediscono di andare a scuola e di avere una vita normale. Il nonno è invece deportato e muore ad Auschwitz. In Argentina Vera sposa Giorgio Jarach e lavora fino alla pensione come giornalista all'ANSA di Buenos Aires.
Sua figlia Franca scompare a diciott'anni il 26 giugno 1976 durante la dittatura argentina di Jorge Videla e di lei non si sa più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, sopravvissuta al campo di concentramento argentino dell'ESMA, le racconta tutto quello che sa della vicenda della figlia, una tra i tanti desaparecidos.
"Ho aspettato per un anno che mi parlasse perché non voleva ricordare, aveva visto cose terribili e voleva rimuovere tutto. Le ho chiesto se avevano torturato mia figlia Franca ma non mi ha risposto. La detenzione di Franca durò pochissimo. A un mese dal suo arresto lei e molti altri vennero eliminati per far posto a coloro che sarebbero arrivati. Nel mio caso non c'è alcuna speranza di ritrovare neanche il suo corpo, mia figlia è stata buttata giù da un aereo, buttata a mare".
A Vera Vigevani Jarach, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione, piace definirsi "una militante della memoria", anzi, di due memorie, di due momenti bui del Novecento, con eventi che hanno colpito così crudelmente la sua famiglia.
Ciò che le permette di continuare a vivere è la caparbietà nel raccontare la sua storia: così avrebbe voluto Franca. Vera non si stanca mai di portare la sua testimonianza, di lottare per la creazione di una memoria condivisa, affinché nessuno dimentichi ma anche affinché oggi si riconosca il male via via che si presenta.

Leggi la storia e l'intervista

Antonio Ceseri, che da militare disse no a Salò
Internato militare Italiano, fiorentino, soldato di marina classe 1924 deportato in Germania dopo l'8 settembre nel campo di Treuenbrietzen nei pressi di Berlino. Come molti altri internati italiani si rifiuta di arruolarsi nella RSI. Nell´aprile del 1945, a causa dell´avanzata delle truppe sovietiche, i nazisti decidono di uccidere tutti i prigionieri del campo tramite fucilazione di massa presso una cava; Antonio Ceseri non fu colpito e rimase coperto e nascosto dai corpi dei compagni morti potendo così scampare fortunosamente alla strage che causò la morte di 127 internati italiani. Al suo ritorno, anziché essere congedato, viene obbligato allo sminamento di bombe in mare.

Leggi anche:
Ceseri: "Due anni internato e mi dissero che mi ero imboscato"

L'intervista 
 


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